Cosa vedere a Wroclaw

Siete pronti a partire con noi alla scoperta della Polonia? Oggi andiamo a scoprire cosa vedere a Wroclaw, nel sud ovest della Polonia.
Prima però controllate di aver preparato tutto il necessario per un viaggio in Polonia cliccando qui.

La città

Wroclaw in italiano si chiama Breslavia ma attenzione a non chiamarla Breslau con un polacco. Breslau è infatti il nome tedesco della città che le fu affibbiato alla fine del XVIII secolo quando la Polonia venne divisa in tre parti tra Russia, Austria e Prussia. Breslavia finì sotto l’influenza della Prussia e rimase sotto il potere dei tedeschi fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La Seconda Guerra Mondiale fu un momento particolarmente drammatico nella storia di Wroclaw. Alla fine della guerra il 75% della città risultava raso al suolo e oltre il 30% degli abitanti erano morti. Solo negli anni Ottanta il numero di abitanti raggiunse e superò gli abitanti del periodo precedente la guerra.
Nonostante la sua storia difficile (come tutta la storia della Polonia che è estremamente dolorosa) Breslavia oggi è vivace e soprattutto tanto colorata. Questi colori si possono trovare nel cuore della città, nella celebre rynek (la piazza del mercato)

La piazza

Ogni città polacca che abbiamo visitato ha la sua rynek con al centro il mercato coperto. La rynek è un po’ come le nostre piazze delle erbe, sede di mercato in numerose città, ma col mercato coperto per via di un clima più freddo del nostro.
La piazza di Wroclaw, come moltissimi altri luoghi in Polonia, è stata ricostruita dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi la Rynek è un must tra le cose da vedere a Wroclaw! Qui potete trovare il municipio, palazzi coloratissimi e tanta vita, sia diurna che notturna.
Il municipio (stary ratusz) è uno dei simboli della città e fu costruito dal Trecento al Cinquecento. Ciò si nota anche nei diversi stili che compongono la facciata visto che ogni epoca ci ha messo del suo.
Sempre sulla Rynek si trovano due casette denominate Hansel e Gretel (Jas i Malgosia in polacco). Dicono che ricordino la casetta della fiaba ma a noi non sembra, vi lasciamo qui una foto e attendiamo la vostra opinione nei commenti:

Ponti e isole

Wroclaw si trova sul fiume Oder (Odra in italiano) ed è ricca di canali, ponti (ben 130) e isole (addirittura 12, tra le quali spicca la pittoresca isola della Cattedrale).
Non limitatevi a passeggiare nella piazza del mercato ma perdetevi lungo i canali perchè è proprio qui che si incontrano la storia, la città antica e la città più moderna. Fu proprio su queste isole che nacque la città (d’altronde quasi tutte le città sono sorte sulla riva di un fiume). Negli anni poi le isole sono diventate la zona delle lavandaie. In effetti era la zona ideale: c’era acqua a volontà grazie al fiume e verdi isole dove stendere i panni.
Sull‘isola della Cattedrale potrete vedere la cattedrale di San Giovanni Battista, la prima chiesa di Wroclaw. Qui si trovano altre due chiese più piccole, la chiesa di Nostra Signora sulla Sabbia e la chiesa di Sant’Egidio. Le chiese a Wroclaw sono principalmente in mattoni e, come in tutta la Polonia, sono numerosissime.
Lungo il fiume non perdetevi l’enorme edificio dell’università di Wroclaw, merita assolutamente una visita!

Gli gnomi

Tra le cose da vedere a Wroclaw ci sono anche gli gnomi. Mi sembra di vedervi fare la faccia di Verdone nel film “Un sacco bello”: in che senso?
Nella città ci sono ben oltre 300 gnomi (qualcuno dice anche 400, ma nessuno sa il numero esatto). Sono piccole statuine di ogni tipo sparse per la città. C’è lo gnomo in moto, lo gnomo prete, lo gnomo pompiere, quello che ride, quello giardiniere, quello che mangia, quello che legge…
Sono arrivati qui negli anni Ottanta per opera di un artista polacco appartenente all’Alternativa Arancione, un movimento culturale e artistico contrario al regime comunista. Cosa avrebbe disapprovato un regime fondato sul rigore? L’ironia. Quindi iniziarono a spuntare questi gnometti per sbeffeggiare il regime e oggi restano uno dei simboli della città.
Ad essere precisi precisi questi non sono veri e propri gnomi, si ispirano al personaggio polacco del krasnoludek, un mix tra gnomo e nano, simile ai leprecauni irlandesi.
Volete trovarli tutti? Recatevi all’ufficio turistico e chiedete una mappa degli gnomi. Ma noi vi consigliamo di gironzolare per la città con gli occhi ben aperti, sarà ancora più divertente!

Dove mangiare a Wroclaw e dove non dormire

Consigliatissima è la pierogarnia direttamente sulla piazza centrale (Rynek). Servizio veloce, cortese e soprattutto pierogi buonissimi!!! Se vi siete persi cosa sono i pierogi fate un salto indietro al precedente articolo qui.
Per un aperitivo invece vi consigliamo il Raj Bar Beach Bar: è il posto perfetto per sorseggiare una birra con i piedi nella sabbia e ammirare la città dalla riva del fiume. Spenderete 4 euro per 2 birre medie.
Per una colazione di quelle intense vi consigliamo il Kantor Ice Cafe (è una gelateria ma fa anche colazioni salate).
Per dormire invece non andate al Vanilla Hostel. La camera è grande e pulita, il bagno pure, ma ci siamo trovati delle formiche in camera. Se siete low budget e non vi scandalizzate per qalche formica va bene: parcheggio gratis, posizione centrale ed economico. Se volete una sistemazione meno poraccia scegliete qualcos’altro.

Il consiglio di lui

Dopo aver esplorato la città fermatevi a bere una birra lungo il fiume, meglio se all’ora del tramonto

il consiglio di lei

Se siete stanchi assaggiate i paczy, dei bomboloni ripieni di ciò che volete. Non fatevi tentare solo da cioccolata o crema, assaggiate quello alla rosa perchè vi sorprenderà!

6 cose che devi assolutamente sapere prima di andare in Polonia

Stai organizzando un viaggio in Polonia e non sai da dove iniziare? In questo articolo ti raccontiamo le 6 cose che devi assolutamente sapere prima di andare in Polonia.

1-i soldi

Iniziamo subito con il nostro argomento preferito: i soldi! Tra le 6 cose che devi assolutamente sapere prima di andare in Polonia devi sapere che appartiene all’Unione Europea ma non ha mai scelto di passare all’euro come valuta unica. Qui si usa lo zloty.
Ma come mai la Polonia ha mantenuto la sua moneta?
Quando la Polonia è entrata nell’UE nel 2004, l’idea era di convertirsi all’Euro nel giro di qualche anno. In realtà la crisi del 2008 ha dimostrato che, senza vincoli europei, la Polonia ha potuto continuare a crescere nonostante il resto del mondo fosse in recessione.
Tra gli Stati est europei, è quello che ha mantenuto un tasso di crescita continuamente in positivo da quando è entrata nell’Unione Europea.
Quindi dicevamo, procuratevi degli zloty al bancomat quando arrivate ma assicuratevi anche che la vostra carta funzioni all’estero e preferibilmente senza commissioni.
In Polonia infatti si paga tutto con carta, anche un semplicissimo caffè.
Nel momento in cui scriviamo lo zloty è pari a 0,22 euro (fonte: Il Sole 24 ore)

2-Situazione Covid

Ad oggi la documentazione da presentare quando si entra in Polonia è il green pass europeo che si può ottenere con uno dei seguenti requisiti che ormai sappiamo tutti a memoria:
-tampone molecolare effettuato entro 72 ore dall’ingresso nel Paese o tampone rapido non più “vecchio” di 48 ore
-ciclo vaccinale completato da almeno 14 giorni
-guarigione da Covid
Informatevi sempre su Viaggiaresicuri.it e sul sito dell’ambasciata italiana a Varsavia.
Ad oggi in Polonia la situazione Covid è piuttosto tranquilla, i tamponi costano dai 30 ai 40 euro mentre il vaccino ve lo fanno gratis ovunque, anche nelle piazze e nelle farmacie.

3-Autostrada

L’autostrada polacca è la più cara d’Europa ma si può viaggiare per giorni senza accorgersene. In che senso?
Solo alcuni tratti sono a pagamento, principalmente concentrati tra Katowice, Cracovia e l’area sud ovest dello Stato. Qui un tratto di poche centinaia di km ha un prezzo al km più alto che l’intera vignetta annuale della Svizzera!
Se non trovate il casello dove pagare proseguite tranquilli: non è necessaria nessuna vignetta.
Attenzione però che molte autostrade in Polonia sono più che altro simili alle nostre statali. Quindi potete trovare trattori, vecchi col cappello e camion in una combo letale.
Considerate sempre un po’ di più del tempo suggerito da Google Maps, accendetevi della buona musica e godetevi i paesaggi.

4-Assistenza sanitaria

Essendo la Polonia all’interno dell’Unione Europea, non ci sono problemi di assistenza sanitaria. Sarà sufficiente portare con voi la tessera sanitaria europea per ricevere assistenza in caso di necessità.
È buona norma, soprattutto in caso di malattie croniche o pregresse, munirsi sempre di un’assicurazione sanitaria.

5-La lingua

E qui tocchiamo un tasto dolente! Il polacco è una lingua difficilissima (soprattutto perchè se la ascoltate sembrerà di sentire solo bszcszcszczscszczscszczscsz). I polacchi a loro volta non sono proprio bravissimi con l’inglese anzi, vi diciamo la verità: è stato più facile capirci in Giappone piuttosto che in Polonia!
Pensate che in un autogrill la commessa ci ha chiesto qualcosa ma non abbiamo capito. Poi ci scrive su un foglietto “SOS”.
Visto che si parlava di cibo abbiamo pensato intendesse la salsa quindi abbiamo chiesto:”do you mean ketchup or mayo?” E lei tutta soddisfatta “tak” (tak in polacco significa sì).
Allora abiamo detto “Ketchup please” e ovviamente ci ha messo sopra sia il ketchup che la mayo.
Ah, se state pensando che SOS sia una storpiatura del più britannico sauce, sappiate che non è così. “Sos” è la parola polacca per la salsa.

6-Cibo

Non possiamo concludere un articolo sulle 6 cose che devi assolutamente sapere prima di andare in Polonia senza parlarvi del cibo. Il cibo polacco è squisito ma a volte un po’ pesante.
Troverete molta carne e molti stufati, crauti in tutte le salse e pierogi di ogni gusto (si tratta di tipici ravioli ripieni polacchi). Mi raccomando: assaggiate i pierogi ruskie (con formaggio e patate), sono i più tradizionali. Se la cena è troppo pesante mandate giù tutto con un bicchierino di vodka e non dimenticate di brindare con un “na zdrowie!

Queste sono secondo noi le 6 cose che dovete assolutamente sapere prima di andare in Polonia, se avete altre domande siamo sempre a vostra completa disposizione sui nostri canali Instagram e Facebook.
Se stai leggendo questo articolo forse è perchè stai organizzando un viaggio in Polonia. Ti auguriamo buon viaggio e vedrai che sarà bellissimo!

IL CONSIGLIO DI LUI

Se viaggiate in automobile non abbiate fretta: in alcuni tratti le autostrade sono a 3 corsie e ottime, in altri tratti potreste trovarvi su strade di campagna dietro a una fila interminabile di camion.

IL CONSIGLIO DI LEI

Provate a leggere le parole in polacco: togliendo qualche w/k/j alcune parole di origine latina sono intuibili. Se però ascoltate una persona che parla vi sembreranno completamente incomprensibili.

Cosa visitare a Bassano del Grappa

Oggi vogliamo darvi dei consigli su cosa visitare a Bassano del Grappa, non fermandoci al famoso ponte degli Alpini, simbolo della cittadina, ma perdendoci nelle sue piazze e soprattutto conoscendo la sua, a tratti triste, ma pur sempre coraggiosa, storia. E soprattutto rispondendo alla più spinosa delle domande: è nata prima la grappa o Bassano del Grappa?

COSA VisitaRE A BASSANO del grappa

Bassano è piccolina e per visitarla è sufficiente mezza giornata. Vi consigliamo però di prendervi del tempo anche per assaggiare alcune specialità tra cui la grappa Bassanina e lo spritz.
Il tour di cosa visitare a Bassano del Grappa non può che iniziare dal Tempio Ossario, il sacrario militare che si trova sul limitare del centro storico. Qui sono sepolti 5.405 soldati, ognuno col proprio nome. Non si tratta dei soldati morti sul monte Grappa, ma di coloro che perirono negli ospedali di Bassano a seguito delle ferite riportate. Numeri che fanno accapponare la pelle, se questi sono solo i feriti dell’ospedale…
La visita prosegue con Porta Dieda che è ciò che resta di un castello eretto nel Trecento. Oggi sulla porta resta un leone di San Marco, segno di fedeltà alla Repubblica di Venezia.
Ma anche in un altro luogo di Bassano è possibile notare la fedeltà della cittadina alla Repubblica di Venezia. Si tratta di Piazza della Libertà, un tempo chiamata Piazza dei Signori e su cui è presente una colonna con il leone di San Marco. Tutte le città che erano assoggettate alla Repubblica di Venezia avevano una piazza dei Signori con il simbolo della Serenissima.
Piazza Garibaldi è molto vicina a Piazza Libertà e qui si teneva anticamente il mercato della frutta e della verdura, ciò le diede per molto tempo il nome di Piazza delle Erbe.

IL PONTE DEGLI ALPINI

Non ha bisogno di presentazioni il ponte degli Alpini di Bassano, noto per la celebre canzone degli alpini “sul ponte di Bassano là ci darem la mano e un bacin d’amor”. Ditemi che la conoscete anche voi!
E un articolo che parla di cosa visitare a Bassano del Grappa non può non citarlo! È chiamato anche Ponte Vecchio (per la sua età, pensate che risale al 1209!) o ponte degli Alpini perché lo attraversavano gli alpini prima di recarsi a combattere sul massiccio del Grappa.
Il ponte è stato da poco restaurato, noi siamo partiti carichi di entusiasmo: wow, lo vedremo appena rinnovato! Ma siamo sfigati forever e abbiamo beccato l’unico giorno in cui il ponte era chiuso al passaggio del pubblico, a causa di un concerto.
Ma partiamo con un po’ di storia: il ponte originale del 1209 è stato distrutto più volte da guerre e piene del fiume Brenta. Nel corso del Cinquecento il famoso architetto veneto Andrea Palladio (quello delle ville venete) progettò un nuovo ponte che restò fedele alla struttura originale, seppur con qualche innovazione. Il ponte crollò nuovamente, sempre per cause belliche o piene del Brenta. Il ponte di Bassano che vediamo oggi risale al 1948 ma è stato rimaneggiato più volte in questi anni (l’ultima nel periodo 2019-21) per garantirne stabilità e sicurezza.

GLI ALPINI E BASSANO

Bassano e gli alpini sono legati a doppio filo sin dai tempi della Prima Guerra Mondiale. Già dal 1915 infatti, Bassano era il punto di partenza per gli alpini che andavano a combattere sul massiccio del Grappa, era l’ultima città che salutavano, l’ultimo avamposto prima della battaglia. La città si organizzò già all’inizio della guerra e accolse con fierezza il suo ruolo di primo avamposto nelle retrovie: molte donne iniziarono a creare abiti per i soldati, vennero istituiti ospedali e tutto quanto fosse necessario per i combattenti aiutare i combattenti al fronte.
Tutto ciò si nota ancora oggi a Bassano poichè molte vie, piazze e monumenti hanno dei nomi che evocano la Prima Guerra Mondiale: viale Diaz, piazzale Cadorna, piazza Libertà, il monumento al generale Giardino, il Tempio Ossario e il parco ragazzi del 99. I ragazzi del (18)99 sono stata l’ultima annata chiamata alle armi durante questa sanguinosa guerra, quando nel 1917, dopo la disfatta di Caporetto, mancarono all’appello 300.000 soldati che dovevano essere assolutamente sostituiti.

UN CONSIGLIO DI LETTURA

La storia per come la insegnano a scuola a tratti può risultare un elenco di date da memorizzare senza però comprendere quando la storia si sia poi riflettuta nella vita di tutti noi. Per questo amiamo leggere libri che parlano di storia, ma raccontata dal punto di vista delle persone comuni, dei poracci come noi. A proposito della Prima Guerra Mondiale e del massiccio del Grappa ci sentiamo di consigliarvi il libro “La guerra dei nostri nonni”, di Aldo Cazzullo. Si tratta di una serie di racconti di persone comuni, sia soldati sia abitanti delle retrovie, sia uomini che donne, sia vincitori che sconfitti. È un libro crudo che racconta la guerra a 360 gradi, un libro forte e basato esclusivamente su testimonianze reali, per questo secondo noi è assolutamente da leggere (anche per capire quanto siamo fortunati oggi, nonostante tutti i limiti del nostro tempo).

È NATA PRIMA LA GRAPPA O IL MONTE GRAPPA?

Alleggeriamo questa cupa atmosfera con una domanda in perfetto stile #poracciintour : è nata prima la grappa o il monte Grappa?
Bassano del Grappa deve il suo nome al monte Grappa che si trova proprio alle sue spalle, ma da cosa deriva il monte Grappa?
Probabilmente l’origine del nome del monte Grappa è dovuta al termine prelatino krapp che significava roccia.
Quindi anche l’etimologia della grappa, la celebre acquavite, deriva dalla roccia? Ebbene no, sorpresa! E doppia sorpresa: la grappa non è nata a Bassano del Grappa o in Veneto, bensì a Salerno! La grappa si chiama così da graspo (grappolo) di uva, dal cui distillato di vinacce (le bucce dell’uva) si ricava l’acquavite.

IL CONSIGLIO DI LUI

Per ammirare da lontano cosa visitare a Bassano del Grappa recatevi sul ponte Diaz per una visione panoramica della città. Da qui seguite il corso del Brenta fino al celebre ponte di Bassano. Poi fermatevi per qualche scatto nel punto panoramico a ridosso del ponte.

IL CONSIGLIO DI LEI

Per un tuffo nella storia visitate il Tempio Ossario. Funge da Sacrario Militare durante la settimana, mentre la domenica diventa a tutti gli effetti una parrocchia. È visitabile gratuitamente quindi una visita è più che raccomandata!

Cosa vedere a Marostica

Siamo pronti per fare un giro in provincia di Vicenza? Oggi vi portiamo a scoprire cosa vedere a Marostica, un piccolo borgo famoso per avere una scacchiera al centro della sua piazza principale. E questa scacchiera è tutt’oggi utilizzata per una partita di scacchi viventi! Ma in che senso? Continua a leggere per scoprirlo!

COSA VEDERE A MAROSTICA IN UN GIORNO

Un tour di Marostica non può che iniziare dalla piazza principale e dalla famosa scacchiera che conferisce alla città il nome di “città degli scacchi”.
In un giorno si può girare tranquillamente tutta la cittadina, salendo addirittura lungo le mura che costeggiano la collina per godere del panorama dall’alto.
Vi consigliamo anche di fermarvi a sorseggiare un aperitivo nella piazza principale e poi cercare il ristorante più adatto ai vostri gusti, ma sappiate che il prodotto tipico della zona è la famosa ciliegia di Marostica.
Il periodo migliore per visitarla è quindi maggio-giugno!

MAROSTICA

La storia della città di Marostica segue le vicende dell’area veneta passando nel corso dei secoli sotto varie dominazioni (romani, ostrogoti, bizantini, longobardi, repubblica di Venezia, Francia, Austria, Francia, Austria – ripetizione voluta) fino all’ingresso nel Regno d’Italia a partire dal 1866. Il Veneto infatti entrò nel Regno d’Italia tra le ultime regioni, dopo la III Guerra d’Indipendenza.
La città di Marostica si riconosce a distanza, grazie alla sua collina su cui si inerpicano le mura scaligere, dove si può salire per scorgere in lontananza l’altopiano di Asiago.
Sulla piazza, opposto al castello, si trova il palazzo del Doglione. Una volta era la sede dove si raccoglievano i dazi dei mercanti di passaggio, oggi è la sede di una banca.
Il castello di Marostica è diviso in due: castello superiore e inferiore.
Quello superiore è quello che si trova sulla collina, raggiungibile percorrendo le scalinate della cinta muraria. Il castello inferiore si trova nella piazza degli scacchi ed è da qui che consigliamo di iniziare la visita, per avventurarsi nella storia.

IL CASTELLO

Il castello scaligero è uno dei must tra le cose da vedere a Marostica! La sua struttura ricorda altri castelli scaligeri presenti nell’area compresa tra Verona e Vicenza, come il castello di Soave, borgo noto per la produzione dell’omonimo vino.
Fu fatto edificare nel XIV secolo e nel corso del tempo le sue funzioni erano principalmente commerciali ma non difensive, come l’imponente cinta muraria potrebbe far pensare.
Appena si entra ci si trova nella corte d’armi da cui una scala permette di accedere al piano superiore. Qui il mastio, alto 34m, è il protagonista della scena e con la sua imponenza mette un po’ di soggezione. D’altronde fino a quasi 100 anni fa veniva utilizzato come carcere.
All’interno vanno assolutamente visitate la sala del Consiglio con i suoi affreschi trecenteschi e la sala del Camino, dove poter avere un assaggio di com’era la vita nel castello in epoca veneziana e successivamente palladiana.
Vale la pena poi salire fino al cammino di ronda per godere del panorama sulla cittadina.
Infine scendendo si incontra la sala della partita a scacchi, oggi adibita a museo di questa importante rievocazione storica.

GLI SCACCHI VIVENTI

Ma veniamo ora alla tradizione per cui Marostica è famosa nel mondo: la sua tradizionale partita degli scacchi viventi.
Leggenda narra che nel 1454 due baldi giovani, Rinaldo d’Angarano e Vieri da Vallonara, fossero entrambi innamorati della bella Lionora, figlia del Castellano di Marostica. Il Castellano decise di concedere la mano di Lionora a chi avesse vinto una partita a scacchi. La partita si svolse nella piazza principale e ancora oggi circa 600 figuranti in costume rievocano la partita a scacchi.
Tra re e regine, cavalli e pedoni, torri e alfieri, non ci si risparmia una mossa. Allo sconfitto comunque non andò malissimo: prese in sposa Oldrada, la sorella minore di Lionora.

Assistere alla rievocazione non è particolarmente economico ma sicuramente suggestivo: i prezzi dei biglietti variano dagli 80 ai 40€, dipende dal posto a sedere e dallo spettacolo a cui volete assistere.
L’evento si svolge tradizionalmente il secondo fine settimana di settembre degli anni pari, ovviamente con il covid la pianificazione è stata eccezionalmente rivista. Ci auguriamo che dal 2022 tutto torni alla normalità!

DOVE MANGIARE

I principali ristoranti e bar di Marostica si affacciano sulla centralissima piazza degli scacchi.
L’osteria Madonnetta offre piatti tipici della tradizione tra cui bigoli, trippe, polenta, coniglio e l’immancabile baccalà alla vicentina.
Per un pasto più rapido e leggero vi consigliamo il PiBi Cafè dove gustare specialità locali. Essendo stagione di ciliegie abbiamo mangiato un hamburger con pane alle ciliegie e una fresca birra sempre al gusto di ciliegie.

IL CONSIGLIO DI LUI

Non fatevi spaventare dai 7 piani per salire all’interno del mastio. A ogni piano scoprirete nuove informazioni sul castello, tra storia e leggende sarà interessante!

IL CONSIGLIO DI LEI

Non fate i pigri come abbiamo fatto noi dando la colpa ai 33 gradi: salite anche al castello superiore!

Cà Verzini – Birre artigianali dal produttore al consumatore

Bentornati sul nostro blog dopo la pausa estiva! Oggi siamo qui perchè abbiamo due notizie, una bella e una brutta.
La brutta notizia è che le ferie sono finite, la bella è che si possono prolungare, almeno per un pomeriggio, se seguite il nostro consiglio per un’ottima degustazione di birre.
Andiamo a Cellore, a pochi km a nord-est di Verona dove pian piano le colline diventano ricche di vigneti e di sole. Qui si trova Cà Verzini dove si possono trovare ottime birre artigianali direttamente dal produttore al consumatore.

CA’ VERZINI

Proprio a Cellore due fratelli, Alessio e Filippo, hanno deciso di creare un birrificio agricolo, un posto dove si sorseggia la birra direttamente dal produttore al consumatore, ma sul serio e non solo come slogan.
Pensate che l’area adibita alla produzione della birra si trova proprio di fronte al portico sotto al quale avvengono le degustazioni.
Tutto è nato per gioco: cosa fare nelle lunghe sere invernali? Mentre noi al massimo litighiamo giocando a Uno, 13 anni fa Alessio e Filippo hanno deciso di provare a fare la birra fatta in casa.
Pian piano il gioco di due fratelli si è fatto serio e la passione ha preso il sopravvento: da quel momento hanno lavorato alacremente per cercare la birra perfetta, con tanti tantissimi test e giornate di lavoro.
Ora Ca’ Verzini è il posto dove la birra è prodotta, venduta e bevuta, ma la trovata anche in numerosi risotranti, enoteche e locali di un certo livello. È qui che ogni giorno si lavora a qualcosa di nuovo per sorprendere la clientela.

LA PRODUZIONE

Ca’ Verzini è un vero e proprio birrificio agricolo indipendente, ma cosa significa? Significa che ogni step, dalla produzione all’imbottigliamento, è costantemente direttamente controllato per garantire sempre la migliore qualità.
Proprio di fronte all’atrio dove si svolge la degustazione si trova la zona di produzione e Ca’ Verzini ha una particolare filosofia che è stata la chiave per il successo: fare piccole produzioni ma costanti.
Poca produzione alla volta, sia per essere flessibili in base alle richieste del mercato, sia perchè i prodotti sono davvero senza conservanti, senza additivi, senza CO2. Qui trovate pura e semplice birra, se osservate la scadenza sulle bottiglie non sarà mai superiore ai 12 mesi dalla data di produzione.
Dopo la produzione bisogna aggiungere i tempi di fermentazione (2-3 settimane), l’imbottigliamento (altre 2-3 settimane), una settimana di rifermentazione e poi il prodotto finisce nella cella del freddo prima di essere pronto per la nostra degustazione.
Una curiosità: se una birra supera i 10 gradi non ha bisogno della data di scadenza in quanto l’alcool stesso la conserverà.
Ma come è stato scelto però il luppolo con cui fare le birre? Niente è lasciato al caso e la ricerca della migliore qualità a partire dal terreno è l’imperativo categorico di Ca’ Verzini. Dopo accurate analisi del terreno sono infatti stati scelti e testati i luppoli migliori, ne sono stati scelti due che potete osservare di fianco al cancello di entrata.

L’IMBOTTIGLIAMENTO

A proposito di bottiglie, qui tutto è made in Italy e fatto in casa incluso l’imbottigliamento e l’etichettatura. E se state pensando “allora saranno i classici bottiglioni alla buona, quelli da vino alla spina” vi possiamo garantire che non è assolutamente così. Il vetro delle bottiglie è di prima qualità, il colore è scuro per garantire che la luce non influenzi la qualità del prodotto e l’etichetta riporta il logo stampato con lamina di rame. Inoltre anche la colla è di un certo livello e fatta apposta per non staccarsi con il ghiaccio.
Essendo tutto fatto in casa, se osservate le etichette scoprirete che nessuna è uguale all’altra, ci sarà sempre quel millimetro di differenza a garantire che qui tutto è fatto artigianalmente dai mastri birrai.

LE BIRRE

Le birre di Ca’ Verzini sono frutto di anni di studio e di sperimentazioni. Regolarmente si trovano anche edizioni stagionali che a volte hanno avuto così successo da diventare ormai dei cavalli di battaglia per il birrificio. Ci sono diverse linee: quella per i ristoranti di livello medio-alto, quella per le enoteche e la linea di IPA più giovanile e colorata.
Noi abbiamo degustato 5 birre e ci sono state servite versando poco per ciascuno, alternando più volte i bicchieri. Ciò serve per evitare che il lievito depositato sul fondo renda una birra troppo limpida e una troppo torbida. Ve l’avevo detto che qui ogni dettaglio è studiato.
Abbiamo iniziato con una birra molto easy, una golden fresca e perfetta per l’aperitivo. Il suo gusto lo si può definire: pomeriggio estivo con retrogusto amaro (ecco, come una domenica di sole ma sapendo che lunedì mattina si lavora).
In seguito si passa a una fresca blanche dal colore giallo opalescente, perfetta da abbinare a carni bianche, pesce e pizza.
Dopo la blanche abbiamo assaggiato la IPA, una birra recente tendente al nero con toni tropicali e una schiuma corposa.
Si passa poi all’ambrata brown ale doppio malto, ideale da sorseggiare con la carne alla brace.
Per concludere c’è una tostissima dark stong ale che fa 10,5 gradi, ottima con il cioccolato fondente o il formaggio stagionato. Attenzione a non gustarla troppo fredda e ricordate che questa una bottiglia intera potrebbe essere troppo, dividetela!

Vi ricordiamo che tutte queste birre sono senza coloranti, senza conservanti, senza CO2. Se è tutto naturale come mai le birre hanno colori diversi? Beh, dipende dalla percentuale degli orzi utilizzati e da quanto sono stati più o meno tostati.

LA DEGUSTAZIONE

Vabbè, bello tutto, ma sarà una cosa super costosa, fanno tutto a mano, le birre sono di prima qualità, non è roba da poracci.
E invece vi sbagliate di grosso: la degustazione costa 11€ con 5 birre e tutte le spiegazioni dei prodotti, della storia dell’azienda, della filosofia che sta dietro al marchio e soprattutto le curiosità che vi racconteranno Alessio e Filippo sulle loro produzioni.
Si può anche scegliere di assaggiare solo una birra fresca tra quelle di cui vi abbiamo raccontato prima oppure potete abbinare un tagliere di salumi e formaggi del territorio.
Vi assicuriamo che tutti i prezzi sono #poracciapproved
Prendetevi un paio d’ore e assaggiate tutte e 5 le birre con calma, ascoltate la passione con cui vengono raccontate e, se siete convinti, acquistate qualche bottiglia per le vostre serate casalinghe.
E se volete ringraziarci del consiglio portate una birretta anche a noi!

Vuoi avere più informazioni su Cà Verzini ed essere sempre aggiornato? Visita la pagina Facebook o Instagram per non perderti nessuna novità!

IL CONSIGLIO DI LUI

Attenzione alla birra ambrata: l’ho assaggiata e poi l’ho dovuta comprare perchè non potevo più immaginarmi senza!

IL CONSIGLIO DI LEI

Prendetevi il tempo per godervi un pomeriggio estivo, sorseggiare le birre in questa location rustica ma nel contempo elegante, un posto assolutamente dove andare!

Cosa fare due giorni in Val di Non

Bentornati sul nostro blog, oggi partiamo per una delle valli più belle d’Italia. Vi raccontiamo cosa potete fare due giorni in Val di Non, nota soprattutto per le mele ma ricca di sentieri nella natura e di storia.
Tra santuari, castelli e una natura travolgente, partiamo per questa avventura in Val di Non!

IL SENTIERO DI SAN ROMEDIO

Per arrivare al santuario di San Romedio si affronta un sentiero panoramico abbastanza semplice ma da affrontare con la dovuta attrezzatura (niente infradito ma scarpe da trekking).
Si parte dal paese di Sanzeno dove è abbastanza facile trovare un posto dove lasciare l’automobile (parcheggiate nei parcheggi prima della piazza e un po’ defilati: è gratis!). Nella piazza centrale troverete i primi cartelli che indicano il sentiero.
La prima parte si snoda tra meleti (siamo pur sempre in Val di Non!) e boschi, mentre poi si arriva alla parte più caratteristica: il percorso nella roccia. Qui prestate attenzione alla testa se siete alti ma non dimenticate di sporgervi (non troppo!) per ammirare il panorama del canyon.
Pensate che questo sentiero, forse il più celebre della Val di Non, era un antico canale di irrigazione per i campi della valle. Molti sentieri in Val di Non si chiamano “lez” ed erano proprio antichi canali che dalle montagne portavano l’acqua a valle.
Qualche informazione tecnica: il sentiero è lungo 2,7km e il dislivello è di soli 70m, quasi tutti nella salita finale prima del santuario. In inverno il sentiero è chiuso. Se siete amanti dell’arrampicata a metà sentiero troverete una parete attrezzata.

IL SANTUARIO DI SAN ROMEDIO

Una volta in cima si arriva al santuario di San Romedio dove potete vedere addirittura un orso!
Questo santuario risale all’anno Mille ed è composto da 5 chiese costruite una a ridosso dell’altra, tutte di epoche diverse, collegate da una lunghissima scala (molto ripida, state attenti). La sua grande particolarità è di trovarsi in cima a uno sperone roccioso.
Cosa c’entra un orso? La leggenda narra che San Romedio doveva recarsi dalla Val di Non a Trento, per omaggiare il vescovo della città. Diede ordine di sellare il cavallo ma il cavallo venne sbranato da un orso. Romedio non si scompose e chiese di sellare l’orso. Miracolosamente l’orso accettò e divenne mansueto. Nacque così la leggenda che portò i frati del santuario a prendersi cura degli orsi in difficoltà e che non possono essere inseriti nel loro habitat naturale a causa di esperienze passate.
Oggi troviamo infatti Bruno, un orso che veniva sfruttato come fenomeno da baraccone e che ha sempre vissuto la sua vita in cattività. I frati francescani di questa oasi di pace della Val di Non hanno accettato di prendersene cura e oggi Bruno ha spazio per le sue necessità e qualcuno che si prende sempre cura di lui.

CASTEL THUN

Per un’ultima sosta in Val di Non prima di rientrare in autostrada, vi consigliamo Castel Thun, situato nei pressi di Vigo di Ton. Dal Medioevo questo castello fu la residenza della famiglia Thun, in origine di cognome però facevano Tono (da cui il nome Vigo di Ton), tedeschizzarono poi il cognome in Thunn che rimase con due N fino al 1926.
Il castello nacque inizialmente come fortezza militare, grazie alla sua  posizione dominante sulla valle: prima una torre, poi degli edifici per i soldati, poi altri edifici, poi le mura, poi le torrette, poi il castello in una serie di aggiunte che danno a castel Thun quella sua aria fiera e imponente.
Un brevissimo sentiero vi accompagna dal parcheggio all’entrata attraverso la cinta muraria. Un consiglio: seguite la cinta muraria e affacciatevi perché a ogni angolo il panorama sulla Val di Non è semplicemente mozzafiato.
Entrate nel castello (attenzione: per il biglietto serve la prenotazione online tramite il sito, biglietto intero 8 euro) e camminate tra le sue stanze dove ancora oggi si percepisce la presenza della famiglia. No, non stiamo parlando di fantasmi! Semplicemente le sale sono allestite come se i membri della famiglia Thun dovessero tornare da un momento all’altro: cucina pronta, tavola apparecchiata, letto in ordine. È un castello vivo, da scoprire, fatto in modo che si possa percepire come si svolgeva qui la vita di questa ricca famiglia.
Pensate che i Thun possedevano così tante terre che si vantavano di poter viaggiare dalla Val di Non fino a Trento senza mai uscire dai propri possedimenti.

IL LAGO SMERALDO

Non vi piace visitare castelli né camminare lungo i sentieri? Ecco un’altra idea di cosa fare in Val di Non in due giorni: andate a fare una passeggiata al Lago Smeraldo.
Non servono presentazioni al colore di queste acque e, seppure il lago sia veramente piccolo e si giri facilmente in meno di mezz’ora, da qui si snodano numerosi sentieri. Vi consigliamo di seguire il rumore dell’acqua che vi porterà a una cascata.
Da qui scendete lungo lo stretto canyon del Rio Sass e gustatevi una fresca passeggiata nei boschi durante la quale incontrerete anche un pittoresco mulino.
Un altro mulino lo troverete anche alla fine del sentiero, nel piccolo borgo di Fondo.
Tornate poi al lago e gustatevi un buon piatto al ristorante proprio a ridosso del lago.

lago smeraldo val di non

DOVE DORMIRE

Per una notte da sogno in Val di Non dovete assolutamente andare all’hotel Panorama di Malosco! Sarete accolti con gentilezza e le camere, in perfetto stile trentino, sono grandi e confortevoli.
Inoltre a diposizione trovate una piscina, un idromassaggio, una palestra e un centro benessere.
Ma il vero fiore all’occhiello di questo posto per noi è stata la cena e soprattutto la torta di mele! Per cena ci siamo trovati un menu trentino doc: canederli, stinco, polenta di Storo, contorno di verdure a buffet e per concludere la torta di mele più soffice e gustosa che si possa immaginare!

val di non

IL CONSIGLIO DI LUI

Portatevi una coperta per un pic nic attorno al Lago Smeraldo!

IL CONSIGLIO DI LEI

Portatevi il costume e la cuffia per utilizzare la piscina dell’hotel e rilassarvi nell’acqua bollente dell’idromassaggio.

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle

Benvenuti all’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Oggi vi portiamo alla scoperta di un luogo davvero particolare a pochi km dal centro di Verona, un pantheon che testimonia il passato della Valpantena e la cui storia è strettamente collegata all’acqua.

Ma partiamo dall’inizio…

La Valpantena: zona di acqua (e di vino!)

L’ipogeo si trova a Santa Maria in Stelle, a 10km a nord di Verona. In questa zona si apre la Valpantena, terra conosciuta dai tempi degli antichi romani per le numerose sorgenti di acqua che hanno reso possibile sin dalla Preistoria l’insediamento umano. Gli antichi romani hanno canalizzato l’acqua per irrigare i campi, soprattutto vigneti, da cui sono nati i celebri vini della zona. Pare infatti che i vini inviati a Giulio Cesare provenissero proprio dalla Valpantena.
Nel I secolo d.C. l’imperatore incarica la famiglia Pomponia di seguire i lavori per l’acquedotto, vista la ricchezza idrica della zona. Decisero di incanalare la sorgente che sgorga a 11 metri di profondità, ma è nel III secolo d.C. che inizia la storia del nostro ipogeo.

In quel secolo Publio Pomponio Corneliano prese in mano i lavori dell’acquedotto. Fece interrare l’acquedotto e creò un ninfeo per venerare e ringraziare di tanta abbondanza le ninfe, dee dell’acqua.
L’acqua ha creato però non pochi problemi al pantheon di Santa Maria in Stelle. Nel corso dei secoli la pioggia e i detriti hanno invaso più volte lo spazio sotterraneo e fu solo don Vincenzo Stevanelli che nell’Ottocento decise di girare l’ingresso dell’ipogeo. In questo modo i detriti scendendo dal monte non entravano più direttamente nel tunnel, preservando i capolavori storici e artistici nascosti sotto al terreno.

Siamo pronti a scendere dalle scalette a destra della chiesa di Santa Maria in Stelle e avventurarci nell’ipogeo?

Scalinata di ingresso all'ipogeo di Santa Maria in Stelle

L’IPOGEO di santa maria in stelle

Si scendono gli scalini e ci dà il benvenuto un personaggio togato: lo ha piazzato qui don Vincenzo Stevanelli per ricordare Publio Pomponio Corneliano. Se si osserva la statua si nota subito che le mancano i piedi. Per trovarli occorre proseguire e nella prima stanza si trovano a sinistra. In questa piccola sala si nota anche la porticcina che guida alla sorgente e, facendo silenzio, si sente distintamente il rumore dell’acqua poco distante da noi.

Si segue un tunnel lungo 18mt dove proprio a metà troviamo un Chrismòn, una croce paleocristiana che sancisce il passaggio da ninfeo pagano a luogo di culto paleocristiano.
Sempre grazie all’abbondanza di acqua questo luogo fu usato come battistero e pare che anche il santo patrono di Verona, San Zeno, si recò in queste zone per visitare l’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
Alla fine del tunnel si apre la sala dove si celebravano i battesimi, mentre ai lati si trovano due sale laterali che furono usate per il catechismo.
Queste sale infatti sono ricche di racconti biblici, utilizzati per educare al cristianesimo persone analfabete che qui si riunivano per pregare e studiare, prima di ricevere il sacramento del battesimo.
Già nella sala centrale vediamo i primi affreschi: San Daniele nella fossa dei leoni e un Cristo benedicente.

Purtroppo anche qui sotto l’acqua nel corso del tempo ha fatto i suoi danni: l’umidità ha rovinato gli affreschi e solo con un restauro accurato negli anni Sessanta si sono recuperati i colori degli affreschi.

affresco Cristo benedicente ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CELLA SUD

Entrando nella sala di destra, la cella sud, troviamo una stele di epoca romana, recuperata da un vicino cimitero che sorgeva nella valle.
Questo ceppo ricorda la figlia adottiva di Publio Pomponio, morta prematuramente e nel corso del tempo la stele svolse la funzione di altare. Nel 1317 la stele è stata rovesciata per farle perdere le origini pagane ed fu benedetta per diventare cristiana. Venne inoltre inciso che chiunque si occupi della manutenzione del sito avrebbe avuto l’indulgenza plenaria. Più sotto si notano scritte di epoca carolingia, a testimonianza che qui ogni epoca ha lasciato il proprio segno.

Dietro la stele è rappresentato un affresco della Natività, ma ora concentriamoci un attimo sui muri di questa sala, oltre gli affreschi che la adornano.
Ci sono alcuni piccoli buchi scavati nella roccia, come dei piccoli buchi nel muro. Questi sono stati creati per appoggiare le candele e illuminare il luogo. Se oggi la guida ha un tablet per regolare l’illuminazione moderna, non era così nei secoli passati.

Se osserviamo più da vicino il muro possiamo notare numerosissimi graffiti: qui i pellegrini nel corso dei secoli hanno lasciato la loro traccia. Pensate che c’è addirittura la firma di un pellegrino inglese!

stele romana ipogeo di Santa Maria in Stelle

la cella nord

Spostandoci ora nella cella nord possiamo vedere numerose scene tratte dall’Antico Testamento, tra cui la strage degli innocenti, Gesù che si reca a Gerusalemme a dorso di un asino e Gesù che dona i rotoli della legge. Questi rotoli sono rappresentati anche sulla volta, creando un effetto prospettico di rara bellezza. Così raro che non si conoscono motivi simili in altri luoghi, una decorazione unica dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Tutti questi affreschi e le decorazioni sono state fatte da pittori diversi in epoche diverse, rendendo il luogo un concentrato di arte e di storia.

Possiamo anche ammirare delle signore vestite in fogge orientaleggianti, segno che c’era già stato qualche contatto con civiltà extra europee! E altri contatti li ritroveremo poi nella chiesa.
Se osserviamo la volta dipinta davanti ai rotoli della legge di vari colori, possiamo ammirare una volta celeste con stelle bianche e gialle. Ricordatevelo perchè tra poco vediamo cosa significa…

Il pavimento di queste sale una volta era tutto decorato a mosaico, ben visibile nella cella nord, un po’ meno in quella sud.

cella nord ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CHIESA

L’ipogeo si trova sotto la chiesa di Santa Maria in Stelle, dedicata a Maria Assunta. Nel pavimento della chiesa ci sono 3 fori: potete provare a sbirciare ma riuscirete solo ad intuire la struttura del pantehon sottostante. La prima struttura della chiesa risale al IX secolo ma nel corso del tempo fu ricostruita due volte, a causa di violenti terremoti.

Entrando si nota un affresco con dei limoni: i limoni sono un elemento spesso presente nelle decorazioni delle chiese di campagna.
Si possono vedere altri affreschi, tutti di artisti diversi, e sotto lo strato attuale ci sono ancora affreschi di epoche passate.
Ma l’affresco più interessante si trova sul soffitto del coro e rappresenta dei personaggi con dei copricapi precolombiani, segno che l’America era stata scoperta da poco quando fu affrescata questa porzione della chiesa nel 1532.

Vi consigliamo di fermarvi a visitare la chiesa prima o dopo la vostra visita all’ipogeo.

chiesa di Santa Maria in Stelle

I DINTORNI

Attorno al piccolo borgo di Santa Maria in Stelle si snodano numerosi sentieri panoramici.
Pensate che proprio qui in Valpantena c’era anche una big bench (avete presente le panchine giganti?), poi rimossa a causa di atti vandalici.
Scegliete il percorso che preferite (facile, medio o difficile), valutate il tempo a vostra disposizione e le vostre passioni (preferite attraversare piccoli borghi o perdervi nei campi di lavanda?) e partite per una giornata all’aria aperta. E poi fermatevi per una visita all’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
A proposito di questo borgo, ricordate la volta celeste della cella nord dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle? Pare che sia proprio quella a dare il nome al paese, mentre altri sostengono che derivi da “stele”, per il vicino cimitero romano di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più su.
campanile di Santa Maria in Stelle

COME VISITARE L’IPOGEO

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle si può visitare solo tramite visita guidata. Vi consigliamo di visitare il sito dell’ipogeo per avere tutti i contatti e le informazioni per pianificare al meglio la vostra visita.
Attenzione: possono entrare massimo 4 visitatori contemporaneamente, quindi se andate in gruppi numerosi dovrete organizzarvi di conseguenza.
Ah, non dimenticate una felpa: sottoterra fa freschino…
L’ingresso è gratuito ma è richiesto un piccolo contributo volontario destinato al mantenimento dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
È un luogo pregno di storia e spiritualità, un ambiente così non l’avevamo mai visto, vale assolutamente la pena organizzare una visita quaggiù!
Ringraziamo la nostra guida Elisabetta e il gruppo GVI – Giovani Volontari Ipogeo per la disponibilità, grazie!

Chi sono i #poracciintour

Buongiorno e benvenuti! Vi starete chiedendo chi sono i #poracciintour e se anche voi rientrate nella categoria?
Andiamo a scoprirlo!

In questo ultimo anno abbiamo ripreso in mano in modo più serio Instagram e ci siamo subito sentiti dei pesci fuor d’acqua tra tanti travel blogger che fanno delle foto spaziali accompagnate da testi super emozionali!
Ma la prima caratteristica dei #poracciintour è “mai mollare”. Le tue foto non sono scattate con i migliori strumenti? Le tue caption non danno la miriade di informazioni che vorresti? Non importa, si può sempre studiare per migliorare ma niente potrà cambiare ciò che sei e il tuo stile. Migliorarsi sempre, omologarsi perchè “questo è quello che piace” mai!

Noi oggi vi raccontiamo le differenze tra travel blogger e #poracciintour. Queste sono solo quelle che ci hanno sorpreso di più, se ne avete altre segnalatecele nei commenti.


Ma attenzione: prendete appunti per scoprire se anche voi siete dei #poracciintour oppure dei travel blogger.
Segnatevi a quante affermazioni rispondete “oddio, ma sono proprio come i #poracciintour!” e ci vediamo in fondo all’articolo per scoprire chi sono i #poracciintour e se lo siete anche voi!

Iniziamo?

i travel blogger sono sempre vestiti bene, meglio se degli stessi colori del tramonto o del deserto che funge da scenografia
i #poracciintour sono vestiti con la prima cosa che hanno trovato, solitamente di colori che non si abbinano a niente, nemmeno tra di loro

i travel blogger si trovano sempre “on top” di qualche grattacielo
i #poracciintour soffrono di vertigini

i travel blogger hanno i capelli curati e in ordine, al massimo mossi da una leggera brezza
i #poracciintour hanno i capelli in faccia per colpa del vento, ogni tanto mangiano una ciocca, solitamente quando la macchina fotografica fa click

i travel blogger appaiono sempre sorridenti e felici
i #poracciintour no

i travel blogger vestsono fashion dalla testa ai piedi
i #poracciintour sono Sfashion, dalla testa ai piedi

il trekking dei travel blogger è fatto di abbigliamento tecnico e pranzo in baita con piatti instagrammabili
il trekking dei #poracciintour è marchiato Decathlon e per pranzo hanno un panino portato da casa

i travel blogger viaggiano in business
i #poracciintour viaggiano in economy ed è già anche troppo

i travel blogger scrivono in english
i #poracciintour scrivono in italiano e pure male

i travel blogger trovano sempre la luce perfetta per la foto perfetta
i #poracciintour si dimenticano di fare le foto

i travel blogger aspettano il tramonto in posti fighi per fare foto super
i #poracciintour all’ora del tramonto solitamente fanno aperitivo al bar

i travel blogger sono alti e magri, col fisico scolpito o se non rispettano questo canone sono curvy ma sempre belli
i #poracciintour sono cicciottini

i travel blogger indossano i tacchi quando vanno a cena
i #poracciintour si portano solo un paio di scarpe che va bene dalla camminata nella giungla alla cena

i travel blogger mangiano piatti fashion in posti fashion
i #poracciintour mangiano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, meglio se low cost e street food

i travel blogger viaggiano con le compagnie di bandiera
i #poracciintour viaggiano con Ryanair e Flixbus

i travel blogger dormono in fashion-hotel tra lenzuola immacolate
i #poracciintour dormono in ostello nel sacco a pelo

i travel blogger fanno #instastories a ogni angolo
i #poracciintour si dimenticano di avere un telefono

i travel blogger hanno la pelle idratata e perfetta anche durante i safari nel deserto
i #poracciintour hanno la pelle da Nonna Salice dopo 5 minuti al sole

i travel blogger viaggiano con set di macchine fotografiche e cavalletti per foto super
i #poracciintour chiedono “oh ma hai una foto di quel posto che sto scrivendo un articolo per il blog?” – “no, non l’ho fotografato!”

i travel blogger hanno l’outfit perfetto per ogni occasione
i #poracciintour hanno dei vestiti che si fanno andare bene per le quattro stagioni

i travel blogger fanno #adv, #suppliedby. #gifted
i #poracciintour possono usare solo #paghedbyme

i travel blogger frequentano i glamping di un certo livello
i #poracciintour frequentano campeggi o al massimo agricampeggi se vogliono l’upgrade

i travel blogger nei glamping si trovano le tende già montate e arredate
i #poracciintour si devono costruire la tenda e gonfiare i materassini

i travel blogger bevono il cocktail giusto per la foto sul rooftop
i #poracciintour bevono una birretta nel peggiori bar

i travel blogger viaggiano in posti esotici almeno 4 volte l’anno
i #poracciintour viaggiano in posti esotici almeno una volta nella vita

i travel blogger viaggiano tutto l’anno
i #poracciintour viaggiano quando chiude l’azienda

i travel blogger hanno i bambini sempre in ordine
i #poracciintour non hanno bambini, ma se li avessero avrebbero il moccio in ogni foto

i travel blogger hanno le case sempre in ordine e instagrammabili
i #poracciintour devono cercare l’unico angolo in ordine se vogliono fare una foto

i travel blogger hanno la foto giusta per la caption giusta
i #poracciintour hanno un tot di foto buone e quando finiscono “oddio, e adesso? Mettiamoci un paesaggio a caso!”

i travel blogger guadagnano dal loro blog
i #poracciintour non guadagnano in generale

i travel blogger si fanno mille foto insieme
i #poracciintour si fanno le foto a vicenda perchè non hanno la pazienza di montare cavalletti

Hai scoperto chi sono i #poracciintour?
E tu chi sei? Travel blogger o poraccio in tour?
Ecco le risposte al quiz:

30-20 risopste “#poracciintour”: complimenti! Sei un poraccio come noi, benvenuto nel club! Vorremmo offrirti un cocktail per brindare ma…va bene lo stesso la birretta del Lidl?!

19-10 risposte “#poracciintour”: sei un poraccio fashion, potremmo definirti un travel poraccio! Forse vesti Decathlon e mangi nei peggiori bar di Caracas, ma nel profondo sei elegante e raffinato

9-0 risposte “#poracciintour”: sei un vero travel blogger, sei uno dei nostri modelli, una figura mitologica per noi! Continua però a seguirci e a studiare i poracci come fossero curiosi animaletti!

A proposito, ci segui già su instagram? Clicca qui per non perderti niente, ma proprio niente, anche quello che sarebbe meglio perdersi, dei #poracciintour!

PS: questo è solo un giochetto divertente, speriamo di non aver offeso nessuno e in quel caso scusateci, non era nostra intenzione. Sapete che a noi piacciono le foto patinate dei travel blogger quanto quelle più “casalinghe”, l’importante è sempre la sostanza.

Cosa mangiare e bere a Napoli

Napoli è una città affascinante ricca di storia e tradizioni.
Ne abbiamo già parlato abbondantemente qui ma oggi parleremo del fiore all’occhiello di Napoli: la cucina.
Cosa mangiare e bere a Napoli? Tra pizza, dolci e bevande c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Golfo di Napoli

Caffè Gambrinus

Benvenuti nel caffè storico di Napoli, dove fermarvi per gustare una deliziosa tazzuriella.
Il nome di questo locale devira dal leggendario re delle Fiandre Fiandre Joannus Primus. L’interno è riccho di statue e quadri di artisti napoletani di fine ‘800. Fu infatti aperto ufficialmente nel 1890 e da subito il successo fu strepitoso.
Il prefetto di Napoli però ne ordinò la chiusura nel 1938, con un’ordinanza nella quale dichiarava il caffè Gambrinus covo di antifascisti. Il locale fu riaperto nel 1952 ed è uno dei locali più famosi d’Italia, nonchè membro Associazione Culturale Locali Storici d’Italia.
Se siete curiosi sul loro sito ci sono un sacco di indicazioni sulle prelibatezze partenopee.
Ideale per una tappa a colazione!

Pizza, pizza fritta e montanara

Partiamo da un must per il pranzo:  la vera pizza napoletana.
Pensate che le prime notizie riguardo il consumo di pizza a Napoli risalgo addirittura all’inizio del Settecento. Ma le sue origini sono ben più antiche, pensate che già gli antichi greci usavano mangiare un “pane appiattito”.
La più famosa è sicuramente la pizza margherita, creata nel 1889 da un pizzaoiolo che la dedicò alla regina Margherita di Savoia.
E a Napoli la pizza fu da sempre cibo del popolo. Andava bene per i poracci come noi perchè era un piatto veloce, economico e facilmente mangiabile per strada nelle pause del lavoro.
Oggi la troviamo anche fritta o col cornicione ripieno. Il nostro consiglio è di provarle tutte, non si può scegliere la più buona!
Noi non possiamo che consigliarvi la pizzeria 400 Gradi, poco dopo essere entrati nei Quartieri Spagnoli.

Pizza fritta

 

Pizza Margherita

 

Cuoppo e fritti (e la mitica frittatina di pasta)

Restiamo nell’ambito del cibo di strada, tanto caro ai napoletani e con una lunga storia alle spalle. Infatti i lavoratori, i popolani, i poracci insomma, non avevano molto tempo  per mangiare tr un lavoro e l’altro, nè molta disponibilità economica.
Nacquero così i primi cuoppi, ossia un cartoccio con dentro fritti di diverso tipo. A Napoli avete solo che l’imbarazzo della scelta per quel che riguarda il cuoppo. Lo potete infatti chiedere di mare o di terra, ogni locale ha però degli ingredienti diversi per i vari cuoppi. I più comuni sono calamari, pesce azzurro, crocchette, arancini ma il nostro consiglio è: pescate a caso e cercate di scoprire cosa si cela sotto la pastella. A Napoli il fritto è così buono che non copre il gusto dell’ingrediente principale, almeno nei posti che abbiamo provato noi.
Tra questi fritti particolare è la frittatina di pasta, anche questo è un piatto di origine popolare. Ricetta: prendi la pasta del giorno prima, raccogli gli avanzi del frigo, ricopri di pastella e friggi tutto. Spaziale!

Cuoppo

 

Pesce

Come ogni città di mare che si rispetti, a Napoli si può mangiare un pesce che è la fine del mondo!
Gustoso, succoso, polposo: a Napoli il pesce può essere mangiato in tutti i modi.
Che lo preferiate grigliato o con la pasta, che siate fan dei crostacei o dell’orata sarete comunque soddisfatti dalla incredibile qualità e dalla maestria dei napoletani nel preparare dei piatti deliziosi.
Il nostro consiglio? Affidatevi al pescato del giorno, sia per un effetto sorpresa sia perchè avrete la certezza della freschezza

Babà e sfogliatelle (riccia/frolla)

Vogliamo passare al dolce? Noi abbiamo avuto un incontro molto impegnativo durante la prima colazione a Napoli. Prendiamo una sfogliatella che sembrava un pasticcino mignon. Appena la prendiamo in mano ci rendiamo conto che pesa come il ferro, ha un peso specifico elevatissimo! Secondo voi quanta crema c’era dentro? Tantissima e ben compatta. Ma prima di averla ci hanno fatto una domanda a cui non eravamo preparati: riccia o frolla?
Dovete sapere che le sfogliatelle si dividono in queste due categorie. Le ricce si preparano con pasta sfoglia, le frolle con, ovviamente, pasta frolla.
La sfogliatella nacque in un convento nei pressi di Amalfi: era avanzata della pasta e, non sapendo cosa farne, fecero un ripieno con zucchero e frutta secca.
Ma se la sfogliatella è la regina dei dolci partenopei il suo re è indubbiamente il babà.
Il babà nacque in Polonia per colpa di un monarca un po’…sdentato. Infatti, non riuscendo a mangiare bene fece imbebere il babà nel tokaji, creando il tipico dolce immerso nel liquore che conosciamo oggi (anche se ora il liquore è il rum).
Facendo il giro dalla Polonia alla Francia, giunse a Napoli nel XIX secolo e divenne un dolce tradizionale della città.

 

Sfogliatella

Sprizt limoncello e limoncello

Come sapete noi siamo fan dello spritz ma quando siamo in viaggio ci adattiamo al 100% alle abitudini alimentari locali. E a Napoli è stato facile farlo!
Ma con lo spritz? Abbiamo trovato lo spritz al limoncello fatto con limoncello prosecco e soda. È ideale come aperitivo soprattutto nelle giornate calde perchè rinfresca con il limone ma al contempo ha quel brio giusto da aperitivo. L’abbinamento ideale per lo spritz al limoncello? Sicuramente un buon cuoppo di fritti misti.
E per concludere gli abbondanti pasti napoletani vi consigliamo un bicchierino di limoncello, fresco e digestivo.

Sprizt limoncello

IL CONSIGLIO DEI PORACCIINTOUR

Attenzione alle porzioni! A Napoli si mangia bene ma soprattutto tanto!
Le porzioni che abbiamo trovato noi erano sempre ottime e abbondanti, come si usa dire. Tenetene conto al momento dell’ordinazione per non rischiare di avanzare prelibatezze, sarebbe uno spreco…

 

Ci siamo dimenticati qualche piatto? Scrivicelo nei commenti!

A presto, sempre su questi schermi!

 

La fontana di Sommavalle

Siete alla ricerca di una passeggiata domenicale facile, vicino al centro di Verona e, considerato il periodo, anche non troppo affollata? Oggi vi portiamo sulle Torricelle, le colline appena fuori Verona. Faremo una passeggiata fino alla fontana di Sommavalle, tra storia, natura e meravigliosi panorami sulla città.

LE TORRICELLE

Le colline appena a nord del centro storico di Verona si chiamano Torricelle perché qui passava la cinta muraria della città ai tempi degli austriaci che costruirono delle piccole torri di guarda. Le torricelle appunto.
Dalle Torricelle ci sono due punti particolarmente panoramici da cui è possibile ammirare Verona dall’alto.
Il primo è sicuramente il terrazzo più noto di Verona: Castel San Pietro. Da qui, proprio sopra al Teatro Romano, il panorama spazia fino ad abbracciare completamente la città e perdendosi nella pianura padana. Dicono che quando non c’è foschia si possano vedere addirittura gli Appennini, ma noi non siamo mai riusciti a scorgerli quindi non ve la vendiamo per buona.
Il secondo luogo dove recarvi per un panorama forse meno scenografico ma altrettanto suggestivo è il santuario della Madonna di Lourdes. Qui il grande vantaggio è di avere pochissime persone intorno, è il luogo ideale per un tramonto a due e poi un aperitivo nel vicino bar!

LA VITA DI UNA VOLTA SULLE TORRICELLE

Ma vediamo come andare sulle Torricelle a piedi per godersi il panorama anche da altre angolazioni più naturalistiche e meno cittadine.
Dovete sapere che alle Torricelle si può accedere da numerose stradine ricoperte di sanpietrini. Come mai queste strade sono così numerose? Beh, una volta queste colline erano abitate principalmente da contadini, da persone che coltivavano frutta e verdura e poi scendevano per venderle nei mercati cittadini. Le strade in passato erano quindi usate per scopi pratici, non per una sana camminata come facciamo oggi.
A partire dagli anni Sessanta molti contadini delle Torricelle si sono trasferiti in città (erano i tempi dei ragazzi della via Gluck), oggi la maggior parte dei campi non è più coltivata, a parte qualche uliveto e piccoli orti privati.
Al giorno d’oggi sulle Torricelle abita la Verona bene, non è raro trovare ville che potrebbero far invidia a quelle dei vip!

LA PASSEGGIATA SULLE TORRICELLE

Noi siamo saliti da borgo Trento, attraverso via Sbusa (che in dialetto vorrebbe dire “bucata”, chissà come mai si chiama così!).
Poco dopo l’inizio della salita si gira a sinistra, seguendo un sentierino che si fa sempre più stretto man mano che si sale. Si giunge così a San Mattia, dove incontriamo un bar-pizzeria-ristorante con una vista spettacolare. Ma noi proseguiamo lungo la strada principale senza farci troppo distrarre, fino ad arrivare alla vicina e pittoresca chiesetta di San Mattia.
Proseguiamo ancora lungo la strada principale, ormai la città è alle nostre spalle e davanti a noi si vedono le colline che anticipano la Valpolicella e, in lontananza, il monte Baldo. Una volta superato l’ospedale di Santa Giuliana si svolta in via Sommavalle e si segue il sentiero sulla destra che si avventura nel bosco.
Sulla sinistra invece possiamo intravedere un agriturismo che, in passato, era una struttura specializzata in punto nascita. Qui venivano a partorire le donne che abitavano sulle Torricelle, possiamo garantire che la loro vita fosse tutt’altro che comoda. Non avevano soldi, spesso non possedevano nemmeno la terra che coltivavano, ma sicuramente avevano dei panorami dal valore inestimabile.

LA FONTANA DI SOMMAVALLE

La discesa fino alla fontana di Sommavalle non è comodissima ma nemmeno difficile. State attenti a dove mettete i piedi, soprattutto se il terreno è bagnato, ma a parte questa accortezza non serve altro. Si giunge così alla fontana di Sommavalle, dove una volta gli abitanti del luogo andavano a prendere l’acqua. La mia bisnonna andava lì con il serlo (il bastone a cui appendere i secchi e che si caricava sulla spalle) e si portava poi l’acqua fino a casa, risalendo parte della collina. Non è una vera e propria fontana, è semplicemente una sorgente.
Pare che la sorgente di Sommavalle fosse conosciuta già in epoca romana, essendo situata a pochi km dal centro cittadino. Qui l’acqua sgorga da una piccola grotta, protetta da grosse grate in ferro. Scorre poi in un rivolo e prosegue la sua discesa verso la valle. Un pittoresco ponte in legno permette di attraversare il torrente, ma in realtà si può affrontare tranquillamente anche a piedi con un passo bello lungo. Non è un vero e proprio torrente, è più che altro un rivolo d’acqua.

LA DISCESA

Se volete tornare direttamente nel cuore di Verona, dopo la fontana di Sommavalle prendete il sentiero a sinistra, dopo aver superato il piccolissimo ponticello. Poco dopo svoltate a destra e seguite il sentiero in discesa tra i boschi. Anche questa discesa è piuttosto facile, seppur con un minimo di attenzione.
Seguendo il sentiero si giunge alla fine di via Marsala, nel cuore del quartiere Valdonega. Proseguendo sempre dritto arriverete a ponte Pietra, che vi farà accedere direttamente al cuore della bella Verona.
Abbiamo percorso il sentiero in autunno e i colori sono bellissimi, seppur con molte foglie ancora verdi. Il sentiero, secondo la nostra opinione, è affrontabile senza nessun problema in tutte le stagioni: in estate per sfuggire alla calura, in autunno per i colori, in inverno per fare una passeggiata senza troppo impegno e in primavera per assistere alla rinascita della natura.

IL CONSIGLIO DI LUI

Il sentiero è molto bello e fattibile anche con poco fiato, regala panorami emozionanti e un tuffo nella natura. Se siete in zona concedetevi una passeggiata diversa dalle solite.

I RINGRAZIAMENTI DI LEI

Si ringrazia per i consigli e le dritte il mio papà che mi fa sempre scoprire cose nuove e, con l’occasione, mi ha raccontato anche storie sconosciute sulla vita quotidiana dei miei antenati.