Cosa vedere a Viterbo in mezza giornata

Dove è nato il conclave? E perché? Oggi andiamo in gita nel cuore dell’Italia, ti portiamo a scoprire cosa vedere a Viterbo in mezza giornata. Viaggiamo tra palazzi e luoghi del potere, tra fontane e antiche tradizioni folkloristiche. Leggi fino alla fine per scoprire come concludere la tua visita di Viterbo.

LA CITTÀ DI VITERBO

La città di Viterbo sorge su una collina ed è circondata da imponenti mura in pietra. Il colore della città è il grigio: il grigio della pietra locale che troviamo a costruire monumenti, palazzi, chiese e soprattutto tante fontane. La storia di questa città è strettamente legata alla storia di Roma: fondata dai Romani conobbe poi uno sviluppo nel Medioevo e il quartiere medievale secondo noi è la zona più bella del centro storico di Viterbo. Ma ci arriviamo con calma, intanto iniziamo a salire verso il centro.

Accedendo al centro storico ci si trova subito nella piazza della Cattedrale di Viterbo.

Viterbo by night

LA CATTEDRALE DI VITERBO

La Cattedrale di Viterbo è molto bella esternamente, è costruita in stile romanico e la accompagna il campanile laterale bicolore. La Cattedrale è dedicata a San Lorenzo, l’interno è abbastanza spoglio, anche qui la fa da padrona la pietra. Sulle colonne si vedono ancora i danni provocati dai bombardamenti Alleati che colpirono purtroppo anche la Cattedrale di Viterbo.
Per visitare la cattedrale dovete munirvi del biglietto che include anche la visita al Palazzo dei Papi e al museo della Cattedrale, il prezzo è di 9€ e qui potete trovare gli orari di apertura.

Con il biglietto di ingresso alla Cattedrale è inclusa anche la visita al museo della Cattedrale. Qui potete vedere reperti della zona a partire dall’epoca etrusca fino ai più recenti tesori ecclesiastici.

Cattedrale di Viterbo

IL PRIMO CONCLAVE A VITERBO

Dove è stato inventato il conclave, la grande riunione dei cardinali per eleggere il nuovo Papa?
Questa tradizione iniziò proprio a Viterbo a metà del XIII secolo. Il Papa all’epoca non era solo il capo spirituale ma anche un grande capo politico e non era concepibile restare troppo tempo senza una guida. Ciò poteva scatenare rivoluzioni e lotte intestine, il Papa doveva essere scelto tra i cardinali e non c’erano scuse per non farlo.
I cardinali però temporeggiavano, non riuscivano a trovare un accordo e sembravano anche non particolarmente interessati a farlo. I cittadini di Viterbo si stufarono della situazione di instabilità e chiusero i cardinali nella sala del palazzo dei Papi. Li sigillarono dentro chiudendo a chiave, “cum clave”, da cui deriva il termine ancora in uso oggi “conclave”.

Palazzo dei Papi – Viterbo

IL PALAZZO DEI PAPI DI VITERBO

Col biglietto cumulativo di 9€ citato poco fa, potete entrare nel palazzo dei Papi. Entrando girate subito a destra per entrare sulla piccola e pittoresca loggia. Questa loggia è uno dei simboli della città ed è un luogo davvero molto carino! Tornando nel palazzo dei Papi vi troverete in una grande sala dove alle pareti sono raccontate le storie dei partecipanti al primo conclave. Vi renderete conto che i cardinali non erano solo uomini di chiesa, ma importanti possidenti terrieri e nobili, incaricati di partecipare all’elezione del Papa per poter promuovere gli interessi della propria famiglia.

Concludendo la visita al palazzo dei Papi, carino ma abbastanza piccolo e rapido da visitare, si può assistere a un filmato di una rievocazione storica che racconta i giorni del primo conclave.

Palazzo dei Papi – Viterbo

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Dopo aver visitato il palazzo dei Papi e la Cattedrale, proseguite verso il quartiere medievale e immergetevi tra la dura pietra grigia di cui sono costruiti edifici, scale, vicoli e fontanelle. In questa zona troverete il museo dei facchini della macchina di Santa Rosa.
Santa Rosa è la patrona di Viterbo, ma perché ha una macchina? No, non si tratta di un’automobile. Si tratta di un baldacchino gigantesco: alto fino a 28m e pesante fino a 1.500kg su cui viene issata la statua della santa e portata in processione per la città.

Viene portata a spalle dai facchini di Santa Rosa, un centinaio di uomini adibiti a portare la statua in processione tra i vicoli stretti del centro storico.
Vi consigliamo di visitare il museo del sodalizio dei facchini di Santa Rosa situato in via San Pellegrino 60/62, nel cuore del quartiere medievale. L’entrata è gratuita, potete vedere i modellini delle varie macchine che si sono succedute nel corso degli anni e un video vi spiegherà la storia di questa particolare tradizione. Se poi avete domande potete chiedere al facchino presente e vi racconterà un sacco di curiosità!
E potete cimentarvi nel fare il test se siete idonei a diventare facchini: riuscite a tenere sulle spalle 150kg???

Viterbo

LE FONTANE DI VITERBO

Tra le cose da vedere a Viterbo in mezza giornata ci sono sicuramente anche le fontane. A Viterbo infatti ci sono un sacco di fontane, ve ne accorgerete subito girando per la città.
Nacquero nel corso del Medioevo per dare l’acqua alle varie contrade della città. Viterbo sorge in una zona ricca di acqua che gli abitanti iniziarono a usare per gli usi quotidiani ma anche per l’agricoltura e l’allevamento. Perdetevi tra le piazze di Viterbo e cercate di scoprire quante più fontane possibili.

Viterbo

DOVE MANGIARE

Per concludere la vostra visita a Viterbo in mezza giornata vi consigliamo di recarvi a cena in piazzetta Della Morte, al ristorante “Il gargolo”. Qui potete mangiare specialità locali ma anche piatti più moderni. Il servizio è gentile, il locale luminoso e vi segnaliamo anche un ottimo vino della casa.

IL CONSIGLIO DI LUI

Per parcheggiare gratis a Viterbo recatevi alla fine di via del Lazzaretto.

IL CONSIGLIO DI LEI

Mezza giornata è sufficiente per visitare Viterbo e i suoi must, tuttavia trattenetevi in zona più a lungo perché ci sono molti altri posti da vedere nelle vicinanze come Celleno, Sant’Angelo e il bosco di Bomarzo

Borghi insoliti vicino a Viterbo

Oggi vi portiamo alla ricerca di borghi insoliti nelle vicinanze di Viterbo. Esattamente siamo nella zona della Tuscia, dove Umbria, Lazio e Toscana si incontrano. Abbiamo già parlato del borgo di Civita di Bagnoregio, il borgo insolito della Tuscia per eccellenza e di cui trovi le informazioni nel nostro articolo cliccando qui.
Oggi ti presentiamo altri 3 borghi insoliti nei dintorni di Viterbo: un borgo fantasma, un borgo colorato e uno con una statua direttamente dall’isola di Pasqua. Dove si trova? Leggi fino alla fine per scoprirlo.

CELLENO, IL BORGO FANTASMA

Il primo borgo che ti presentiamo è Celleno, un borgo fantasma dove il tempo sembra essersi fermato a quel giorno del 1951 quando il sindaco decretò che il borgo storico di Celleno doveva essere abbandonato e la popolazione poteva trasferirsi nel borgo di Celleno Nuovo.
Perché il borgo storico di Celleno, quello dove si trova il castello, è stato abbandonato? I motivi sono principalmente due. Innanzitutto negli anni Cinquanta la popolazione si stava trasferendo dalla campagna alla città, rendendo il paese poco popoloso. In secondo luogo Celleno si trova su una collina di tufo che è in continua erosione: terremoti e altri fenomeni naturali hanno contribuito a rendere questo borgo instabile.
Nel 1951 fu così deciso che il borgo sarebbe dovuto essere abbandonato. Oggi Celleno è un borgo fantasma ma non per questo è abbandonato, anzi!
Girando per il borgo si può osservare com’era la vita qui prima dell’abbandono. Si può entrare in una casa, studiare gli attrezzi delle botteghe artigiane, osservare gli attrezzi agricoli lasciati sui prati. Un borgo secondo noi da non perdere!
Inoltre, se vi spingete alla fine del borgo (tranquilli, è molto piccolo, non c’è tanto da camminare) potrete ammirare il panorama sui colli circostanti e fare la conoscenza delle mascotte del paese. Trovate infatti due simpatiche pecore adottate dalla pro loco di Celleno.

Celleno

SANT’ANGELO, IL BORGO DELLE FIABE

Eccoci qui nel secondo borgo insolito vicino a Viterbo, il più colorato.
Se Celleno è il borgo fantasma, Sant’Angelo è il borgo delle fiabe. Qui infatti, sparsi per tutto il paese, troverete grandi murales con rappresentate le fiabe più belle.
Proprio come Celleno, questo borgo era destinato a diventare sempre più isolato e fuori dai giri turistici.
I giovani del posto decisero di dare nuova vita al paese, pitturando i primi murales nel 2017. Oggi sono più di 21 murales per 21 fiabe diverse. Prendetevi del tempo per passeggiare e giocare a riconoscere le fiabe che vedete, ma non limitatevi alle vie principali: anche nei cortili più nascosti potrete scoprire piccole chicche colorate.
Abbiamo veramente apprezzato l’inventiva degli abitanti che, da un paese che non offriva prospettive, se le sono create. Veramente un ottimo esempio di riqualificazione, da cui speriamo possano prendere ispirazione altri luoghi, per non farli cadere nell’oblio.

Sant’Angelo

VITORCHIANO, IL BORGO COL MOAI

Il nostro tour tra i borghi insoliti nel Lazio si completa con Vitorchiano, il più scenografico tra i tre borghi indicati in questo articolo. Vitorchiano è così scenografico che fu la scenografia naturale di alcune scene del famoso film di Monicelli “L’armata Brancaleone”. Il paese è a picco su uno strapiombo, al punto che ti domandi come caspita hanno fatto a costruire così.
Ma perché a Vitorchiano c’è un moai, una delle statue dell’Isola di Pasqua? A Vitorchiano troviamo l’unico moai in Italia, scolpito da undici indigeni dell’Isola di Pasqua. Cosa ci facevano qui? Vitorchiano non è propriamente di passaggio per un indigeno dell’Isola di Pasqua. Nel 1990 la RAI propose un gemellaggio culturale. Avevano saputo che i moai dell’Isola di Pasqua, al largo del Cile, si stavano deteriorando, così trovarono un blocco di peperino molto simile al materiale originale. Invitarono qui gli indigeni che lavorarono il blocco solo con asce e scalpelli, seguendo una serie di rituali. Il moai infatti ha anche una forte valenza religiosa e simbolica: protegge e porta prosperità al luogo in cui si trova. Ricordatevi però di non spostarlo mai, altrimenti porterà sfortuna!
Per arrivare al moai di Vitorchiano basta seguire le indicazioni per l’area di sosta dei camper, si raggiunge in meno di 10 minuti a piedi dal centro del paese. Vale assolutamente la pena andarci non solo per il moai, ma anche per il panorama che da lì si ha sull’intero borgo di Vitorchiano.
Vitorchiano, tra i borghi insoliti vicino a Viterbo, è anche famoso per un’altra statua dedicata a un tale Marzio. Marzio era un ragazzo di Vitorchiano che corse a Roma ad avvisare che gli etruschi stavano per prendere il suo paese. Correndo gli si piantò una spina nel piede e infatti è rappresentato nell’atto di togliersi la spina dal piede. Una volta giunto a Roma consegnò il messaggio e poi morì per la fatica e per l’infezione data dalla spina, ma divenne simbolo di fedeltà tra Vitorchiano e Roma.

Moai di Vitorchiano

COME ORGANIZZARE UN TOUR TRA I BORGHI INSOLITI VICINO A VITERBO

Seguiranno informazioni anche su Viterbo, ma nel frattempo ecco qualche consiglio per visitare al meglio Celleno, Sant’Angelo e Vitorchiano. Sant’Angelo dista 15 minuti d’automobile da Celleno che a sua volta dista 20 minuti da Vitorchiano: in una giornata riuscite tranquillamente a visitare tutti e tre questi borghi insoliti. Considerate un’oretta per Celleno, 2 orette per Sant’Angelo e un’altra oretta per Vitorchiano. Sono borghi molto caratteristici e particolari, tuttavia sono anche molto piccoli e si visitano in poco tempo. Poi dipende da voi, da quante foto scattate e se avete un drone da far volare!
In tutti e tre i borghi si trova facilmente parcheggio gratis poco prima dell’entrata nel borgo.

Vitorchiano

DOVE MANGIARE VICINO A VITERBO

A Celleno c’è un ottimo ristorante di cucina locale, chiamato “Le roselline”. Si tratta della classica trattoria italiana in stile anni Ottanta, non aspettatevi i piatti gourmet ma le porzioni e il gusto della cucina della nonna quelli ve li garantiamo! A Sant’Angelo e a Viterbo purtroppo non abbiamo trovato locali aperti, ai primi di gennaio in questi borghi era quasi tutto completamente chiuso.

Sant’Angelo

DOVE DORMIRE VICINO A VITERBO

Per visitare questi borghi insoliti vicino a Viterbo, vi consigliamo di cuore l’agriturismo “Casale di Aquarubra”, situata a un paio di km dal borgo fantasma di Celleno. Per arrivarci c’è una strada sterrata, ma il b&b è completamente isolato in mezzo alle colline, perfetto per qualche giorno di relax.
La camera è grande e pulita, il bagno pulito e dotato di tutto il necessario.
La colazione è spaziale: abbondante, gustosa e il tè viene servito in una teiera che da sola vale il soggiorno.
Noi siamo stati in inverno, ma se andate in estate c’è un grande giardino in cui potete rilassarvi e riposare.
Da segnalare è la presenza di un dolce gatto rosso che verrà a farsi coccolare da voi. Inoltre è presente un cagnolino docile e tranquillo.

Celleno

IL CONSIGLIO DI LUI

Se avete un drone andate a Celleno nel weekend: si può far volare solo in determinati giorni della settimana.

IL CONSIGLIO DI LEI

Cercate di trovare una giornata di sole per visitare questi borghi, è col bel tempo che danno il loro meglio.

Una gita a Civita di Bagnoregio

Benvenuti a un nuovo articolo del nostro blog, oggi vi portiamo a fare una gita a Civita di Bagnoregio.

Civita è chiamata anche “la città che muore”, leggi il nostro articolo per scoprire il motivo.

COME ARRIVARE A CIVITA DI BAGNOREGIO

Nel borgo di Civita di Bagnoregio si può accedere solo a piedi, attraverso un ponte che porta all’antico borgo.
Ma al ponte come ci si arriva? Noi abbiamo lasciato la macchina nel paese di Bagnoregio dove si trova un ampio parcheggio (purtroppo a pagamento). Nel parcheggio è collocato l’ufficio turistico dove puoi procurarti una mappa, il ticket per entrare a Civita di Bagnoregio (5 €) e il ticket del bus (2 € andata e ritorno) per arrivarci.Puoi infatti decidere di raggiungere Civita a piedi in una mezz’oretta, oppure di prendere un bus che in 5 minuti ti porterà all’ingresso del paese. Dal piazzale dove ferma il bus si scende e ci si incammina verso il famoso ponte che porta a Civita di Bagnoregio, quello che appare in tutte le foto di questo borgo.
All’ingresso del ponte vi sarà controllato il biglietto. Vi siete dimenticati di acquistare il biglietto per Civita al parcheggio? Nessun problema, poco prima del ponte si trova un bar che li vende, sempre a 5€.
Lungo tutto il tragitto sul ponte potrai fare infinite foto a Civita di Bagnoregio. 

COSA VEDERE A CIVITA DI BAGNOREGIO 

Una volta arrivati a Civita di Bagnoregio ecco che inizia la tua gita in questo borgo. Si entra dalla porta Santa Maria, proprio alla fine del ponte, e si è catapultati subito in una dimensione diversa. Immagina un posto dove il tempo pare essersi fermato. Gli abitanti sono pochi, gli unici ad affollare il borgo sono i turisti, se però ci andate in bassa stagione potresti essere tu il visitatore solitario. La cosa bella di Civita di Bagnoregio è il borgo in sè, non ci sono particolari monumenti da vedere ma un paio te li voglio segnalare. Recati nella piazza principale e visita la chiesa di San Donato. Questa piazza è il cuore del borgo, qui trovi anche negozi e ristoranti. Non seguire solo la via principale ma prosegui verso il perimetro di questo borgo arroccato. Da lì potrai ammirare i panorami sui calanchi circostanti. Ti segnalo anche il giardino del Poeta, da cui dicono si assista a un meraviglioso panorama, e la casa di Pinocchio, una casa in cui vedere gli attrezzi delle antiche botteghe del luogo.
Tra un paio di paragrafi ti diremo perché non siamo entrati in questi posti.

PERCHÉ CIVITA DI BAGNOREGIO È LA CITTÀ CHE MUORE?

Durante la tua gita a Civita di Bagnoregio ti renderai conto di una cosa importante: la roccia su cui poggia la città sta lentamente sgretolandosi. Civita di Bagnoregio è destinata a scomparire entro i prossimi 800 anni. La valle su cui sorge si sta abbassando, il terreno frana e i terremoti fungono da ciliegina sulla torta. Ma dalla nostra esperienza direi che non si sente un’atmosfera di decadenza o di paura. Il borgo, seppur ormai quasi disabitato, è vivo e ricco di attrazioni per turisti.

COSA NON CI È PIACIUTO

Durante la nostra gita a Civita di Bagnoregio non ci è piaciuta una cosa: si paga per tutto. Vuoi entrare nel borgo? Paghi. Il parcheggio? Paghi. Vuoi visitare un belvedere col panorama sui calanchi? Paghi. La casa di Pinocchio? Paghi. Capiamo benissimo che questo borgo ha bisogno di essere preservato con particolari cure e attenzioni, ma abbiamo trovato assurdo dover pagare per vedere il panorama. E i prezzi di bar e ristoranti sono decisamente sopra la media. Non è un posto #poracciapproved dal punto di vista economico.

VALE LA PENA VISITARE CIVITA DI BAGNOREGIO?

Ok, ma quindi questa gita a Civita di Bagnoregio me la consigli o no? Vi direi un ni.
Sì perché: è un borgo unico nel suo genere, il borgo lassù alla fine del ponte è davvero pittoresco, i paesaggi sono spettacolari.
No perché: molte case nel borgo sono quasi dei ruderi, viene chiesto un contributo per qualsiasi cosa pure per vedere il panorama, è un posto frequentato esclusivamente da turisti e quindi completamente a misura di turista.

UNA GITA AL LAGO DI BOLSENA

La vostra gita a Civita di Bagnoregio può essere combinata con una gita al lago di Bolsena. Bolsena si trova a soli 20 minuti di auto da Civita e vale sicuramente una visita! D’estate concentratevi sulla zona del lungolago e sulla Collegiata di Santa Cristina. In questa chiesa avvenne il miracolo del Corporale, oggi conservato a Orvieto e di cui vi abbiamo raccontato qui. Andate poi su alla Rocca Monaldeschi della Cervara, una fortezza da cui ammirare Bolsena e il suo lago.
Da Bolsena passa un tratto del cammino Italia Coast to coast, un percorso che da Ancona porta a Orbetello, attraversando a piedi il cuore dell’Italia.
Ottimo, ti servono consigli su dove mangiare a Bolsena? A Bolsena fermatevi per un aperitivo o un tagliere da “I sapori del castello”. Consigliatissimi i vini biologici della zona!

IL CONSIGLIO DI LUI

Se vuoi fare delle belle foto a Civita vai la mattina presto, altrimenti troverai un sacco di turisti

IL CONSIGLIO DI LEI

A Bolsena passeggiate sul lungolago per concedervi una passeggiata rilassante nella natura

Orvieto sopra e sotto – Cosa vedere a Orvieto in un giorno    

Oggi virtualmente torniamo al nostro viaggio in centro Italia e partiamo per Orvieto, una città ricca di storia sopra e sotto. In che senso? Nel senso che ci sono cose da vedere sia sopra che sotto la città! Scopriamo insieme cosa vedere a Orvieto in un giorno, con qualche consiglio tattico per un’esperienza completa ma low cost.

PERCHÉ SCEGLIERE ORVIETO

Orvieto è una delle città umbre più grandi. Si trova al confine con il Lazio ma la sua particolarità è data dalla posizione: Orvieto si trova sopra a una rocca. Ciò rende Orvieto ben visibile dalla pianura circostante ma anche permette di godervi un super panorama una volta che siete in cima! È una città indubbiamente nota per il suo duomo, ma non solo. Se scaviamo nell’Orvieto sotterranea troviamo un mondo. La rocca su cui poggia la città è praticamente un groviera, ricco di storia, curiosità e tradizioni antiche. Ma partiamo dalla cosa principale da vedere a Orvieto in un giorno: il duomo.

Orvieto

DUOMO DI ORVIETO

Quando arrivate nella piazza dove si trova il celebre duomo di Orvieto la sua facciata vi lascerà a bocca aperta, e non è solo un modo di dire. Di duomi e chiese in Italia ne abbiamo visti molti e di molto belli: Siena, Firenze, Venezia, Milano, ma questo è per noi il più spettacolare. Qui si fondono mosaici e bassorilievi, guglie e forme arrotondate, il freddo del marmo e il caldo dell’oro. È incredibile come tutto sia perfettamente scolpito e decorato al millimetro. Le forme geometriche che compongono la facciata sono perfettamente armoniche tra di loro e raccontano storie della Bibbia. Sappiamo che in passato la popolazione era analfabeta, le immagini dovevano istruire e non solo decorare. Quindi il duomo è il primo della lista delle cose da vedere a Orvieto in un giorno.

Duomo di Orvieto al tramonto

VALE LA PENA ENTRARE NEL DUOMO DI ORVIETO?

L’interno del duomo di Orvieto invece può risultare leggermente deludente, non tanto perché non sia bello, ma perché dopo l’impatto con la ricca facciata trovarsi in una chiesa abbastanza spoglia fa un certo effetto. Ma non fermatevi alla prima impressione e andate a visitare la cappella di San Brizio e quella del Corporale.
La cappella di San Brizio è stata affrescata prima dal Beato Angelico e poi da Luca Signorelli ed è un bellissimo esempio di arte rinascimentale. Come dicevamo poc’anzi, gli affreschi servivano anche per istruire il popolo, qui troviamo rappresentate varie scene del giudizio universale. Questo tema era ricorrente per spaventare le persone, forzandole a comportarsi bene incutendo il timore dell’inferno.
La cappella del Corporale invece è molto importante per la cristianità in quanto è conservato il corporale che diede origine al Corpus Domini, un reperto del miracolo di Bolsena. Ma cos’è il miracolo del Corporale?

A Bolsena si trovava un sacerdote boemo, tormentato dai dubbi: l’ostia era davvero il corpo di Cristo? Mentre diceva messa a Bolsena l’ostia che teneva in mano iniziò a essudare gocce di sangue che caddero sul corporale. Il corporale fu portato a Papa Urbano IV che istituì la celebrazione del Corpus Domini (corpo di Cristo) nel 1264. Il corporale è il piccolo pezzo di tela che viene usato per l’Eucarestia.
Quindi vale la pena entrare nel duomo di Orvieto? Per noi sì, ma senza aspettative e pronti a lasciarvi sorprendere dall’eleganza di queste due cappelle.         

Entrare nel duomo di Orvieto costa 5€ e il biglietto lo potete fare nel museo situato alla destra del duomo.

L’orario migliore per ammirare la facciata è al tramonto, quando si tinge di rosa.

Duomo di Orvieto

IL POZZO DI SAN PATRIZIO

Dopo aver salutato il duomo di Orvieto dirigiamoci al secondo must delle cose da vedere a Orvieto in un giorno: il pozzo di San Patrizio. Il pozzo era stato voluto da Papa Clemente VII che a metà del XVI secolo decise di costruire un pozzo per rifornire la città d’acqua in caso di assedio. La rocca su cui sorge Orvieto è infatti formata da una roccia porosa e permeabile che assorbe l’acqua. In caso di assedio era quindi fondamentale un pozzo per procurare l’acqua, lo si faceva in città sin dai tempi dei Romani. Il pozzo fu costruito dall’architetto Antonio da Sangallo ed è composto da due rampe elicoidali a senso unico, da un lato si scende e dall’altro si risale. Sulle rampe si aprono delle finestre che aiutano in caso di leggera claustrofobia come nel nostro caso. Attenzione alle vertigini quando vi sporgete!
Il biglietto per scendere nel pozzo costa 5€. Prestate attenzione agli orari in quanto l’apertura segue il ritmo delle stagioni, chiudendo alle 16.45 in inverno e alle 19.45 in estate. Per informazioni più dettagliate potete visitare questo sito

Pozzo di San Patrizio – Orvieto

 QUALI POZZI VALE LA PENSA VISITARE A ORVIETO?

Orvieto non si sviluppa solo sopra la rupe su cui è collocata, ma anche all’interno della rupe.
Oltre al pozzo di San Patrizio, il più famoso e il più scenografico, vi consigliamo di visitare il pozzo della Cava nel periodo natalizio. All’interno abbiamo trovato un vero e proprio presepe, con i personaggi che accompagnano i visitatori lungo il percorso fino alla capanna di Gesù Bambino. La storia del pozzo si fonde così con la storia dei personaggi biblici e i canti natalizi per un’esperienza multisensoriale. Il pozzo della Cava è molto più profondo del pozzo di San Patrizio. Il pozzo della cava non è tra le cose che vi consigliamo di vedere a Orvieto in un giorno (date la precedenza al pozzo di San Patrizio), però è sicuramente da aggiungere come tappa nel periodo natalizio o se avete più tempo a disposizione.

Pozzo della Cava – Orvieto

LA STORIA DI ORVIETO SOTTERRANEA

La rocca su cui sorge Orvieto l’abbiamo definita prima come un grande groviera. Abbiamo deciso di partecipare a una visita guidata di Orvieto sotterranea e direi che questa esperienza è super consigliata tra le cose da vedere a Orvieto in un giorno.

Gli abitanti di Orvieto iniziarono a scavare nella rupe all’inizio del periodo etrusco, nell’VIII secolo a.C. Troviamo infatti una quarantina di pozzi etruschi rettangolari di misura 80x120cm, ossia il necessario per un uomo per salire e scendere senza corde o scale. Si vedono delle tacchette per salire e scendere con le mani e i piedi, un po’ scomodi ma per fortuna erano usati solo in caso di assedio. Fu però nel Medioevo che gli scavi si intensificano per ricreare ambienti di lavoro e luoghi che non avevano abbastanza spazio in superficie. Gli scavi proseguono fino all’inizio del Novecento, poi si bloccano.

Durante la Seconda Guerra Mondiale queste stanze furono un rifugio antiaereo per l’ex ospedale che era situato a pochi passi dal Duomo. In realtà Orvieto non fu mai bombardata grazie alla sua cattedrale, e meno male perché i rifugi antiaerei sotterranei si sarebbero rivelati delle trappole: le rocce sono troppo friabili e non avrebbero resisito.

Solo 38 anni fa gli speleologi di Orvieto recuperano cavità, attrezzandone qualcuna per i turisti. 

Negli anni Ottanta ci fu un terremoto con ripercussioni all’interno della rupe di Orvieto e all’esterno la roccia iniziava a sgretolarsi e a franare. Vennero stanziati dei fondi per il consolidamento della rupe, i lavori durarono 30 anni ma oggi Orvieto sotterranea è completamente in sicurezza.

Orvieto sotterranea

CHE ATTIVITA’ SI SVOLGEVANO SOTTO LA CITTA’ DI ORVIETO?

All’interno della rocca ci sono 1200 cavità sotterranee censite, sono tutte grotte artificiali scavate a mano. Solo poche cavità sono adibite alle visite turistiche, la maggior parte delle cavità sono inesplorate e molte sono proprietà private: si tratta delle cantine delle abitazioni di Orvieto.

La nostra visita inizia da una cavità di proprietà della chiesa di Santa Chiara, una cavità risalente al 1350. Si tratta di un frantoio a trazione animale, attivo fino alla fine del Seicento. Quest’attività si svolgeva sotto terra perché c’era una temperatura costante tutto l’anno di 14-15 gradi.
Qui sotto c’erano anche cave di pozzolana, un materiale friabilissimo derivato dalle esplosioni della lava e utilizzato per fare la malta. Si vede dove veniva cavato il materiale perché si notano ancora delle nicchie e dei pilastri di sostegno che andavano lasciati dopo aver estratto la massima quantità possibile

In seguito si entra in una colombaia, i piccioni erano allevati sotto terra e utilizzati come risorsa di cibo o di guadagno. Ad oggi il piccione è ancora il piatto tipico di Orvieto. Riconosciamo le colombaie perché ci sono piccole nicchie nel muro, una nicchia per ogni coppia di piccioni. Potevano uscire a procurarsi il cibo e sapevano esattamente dove tornare, infatti le colombaie erano tutte sul lato esterno della rupe perché avevano bisogno di finestre.
Nel 1628 il Papa impone di chiudere le finestre con le grate per un motivo bizzarro: gli abitanti lanciavano le immondizie dalla rupe e il Papa aveva timore che i nemici potessero entrare in città arrampicandosi sui cumuli di immondizie. In realtà di notte si contrabbandavano merci dalle finestre della rupe, per evitare i dazi che l’ingresso ufficiale dalla città avrebbe imposto.

Ma qui sotto c’erano anche vasche per conciare le pelli, nicchie dove appoggiare le candele e vasche di acqua per gli animali. Qui si conservava anche il cibo per via della temperatura costante durante tutto l’anno.

I biglietti costano 7€ e si acquistano in piazza del Duomo, presso l’ufficio turistico. Prenotate in anticipo l’orario della vostra visita.

Orvieto sotterranea

DOVE MANGIARE A ORVIETO

 Per un pasto veloce vi consigliamo assolutamente la macelleria Roticiani. Situata in piazza Sant’Angelo, vi farà dei gustosi panini farciti al momento con ciò che preferite. E sappiamo bene che con i salumi in Umbria ci sanno fare! Il prezzo è molto economico e potete anche servirvi con un buon bicchiere di vino casalingo dalla botte posta all’entrata. Nella piazzetta c’è qualche tavolo per sedersi.

Per cena vi consigliamo “La buca di Bacco”. Qui assaggiate gli umbricelli, pasta tipica umbra che assomiglia ai bigoli, conditi con funghi e salsiccia! Annaffiate con un bicchiere di rosso della casa et voilà la cena perfetta!

Duomo di Orvieto

DOVE DORMIRE A ORVIETO

 A Orvieto ci siamo trovati bene all’hotel Oasi dei Discepoli.

È situato 2km fuori dal centro storico, in un posto tranquillo e da cui si gode un bel panorama sulla città.
È il classico hotel italiano: gestito bene, curato, forse un po’ vecchiotto ma comunque pulito e soprattutto con un’ottima e abbondante colazione (la nostra cosa preferita degli hotel!)

Panorama da Orvieto

INFORMAZIONI UTILI PER VISITARE ORVIETO

Dove parcheggiare gratis a Orvieto? Non proprio gratis ma con 1€ al giorno, potete lasciare la vostra automobile al parcheggio “Ex caserma”. Da lì siete a due passi dal centro per seguire le nostre indicazioni su cosa vedere a Orvieto in un giorno.

IL CONSIGLIO DI LUI

Per una foto della città di Orvieto nella sua interezza fermatevi lungo la strada Regionale 71 Ter all’altezza del ristorante “Terrazza Farnese”.

IL CONSIGLIO DI LEI

Perdetevi per i vicoli e le piazze di Orvieto, scoprite gli angoli nascosti lontani dalle principali attrazioni turistiche

Cosa vedere a Vinci, il paese natale di Leonardo

Oggi ti portiamo alla scoperta di cosa vedere a Vinci, il paese natale di Leonardo, proprio il famoso scienziato del XV secolo!
Vinci si trova in Toscana, tra le morbide colline tra Pistoia, Prato ed Empoli. E proprio dalle sue morbide colline partiamo per scoprire cosa c’è da vedere a Vinci.

LE COLLINE CANTANO

Vinci è nota per essere il paese natale di Leonardo da Vinci e abbiamo avuto la grande fortuna di visitarlo il primo weekend di dicembre, in bassissima stagione e con poche persone. Il caso ha voluto che fosse anche un bellissimo weekend di sole! A Vinci ci è venuta in mente una frase del cartone “Le follie dell’imperatore”. Avete presente quando Pacha mostra all’imperatore Kuzco il suo villaggio e dice “quando il sole si trova in questa posizione le colline cantano”? Se non lo avete presente ve lo lasciamo linkato qui da recuperare (e recuperate assolutamente “Le follie dell’imperatore”, se non lo avete visto dovete farlo!).
Ecco, noi siamo arrivati a Vinci la mattina presto, con una leggera foschia ma un fresco sole. Le colline erano di un verde vivido che contrastava con l’azzurro freddo del cielo. Una leggera nebbiolina avvolgeva nel mistero le colline in lontananza, separandone i verdi dall’azzurro. Vinci sa essere veramente una cartolina sulle colline circostanti. La vista migliore? Dalla casa natale di Leonardo da Vinci!

Colline toscane

LA CASA DI LEONARDO DA VINCI

Tra le cose da vedere a Vinci c’è sicuramente la casa di Leonardo, in località Anchiano.
Si tratta della casa dove nacque e visse nel periodo dell’infanzia il famoso pittore e scienziato del Rinascimento.
La casa inizialmente era di proprietà del convento dei Frati dei Servi di Firenze. Ser Piero da Vinci, padre di Leonardo, era un notaio che lavorava spesso per questo convento. Ser Pietro divenne proprietario di questa casa, situata sulle colline poco sopra il nucleo centrale del paese. Qui si dice che nacque suo figlio Leonardo ma, sebbene della proprietà della famiglia Vinci abbiamo una certezza, del luogo esatto del parto non abbiamo certezza.  Anche se ci sono delle lettere del nonno di Leonardo che avvallano questa teoria. Leonardo era figlio illegittimo, avuto da ser Pietro con Caterina, una donna di servizio.
Nella casa natale di Leonardo da Vinci potete vedere due piccole stanze in cui un Leonardo in formato ologramma vi racconterà la sua storia.
Inoltre, se chiedete al personale, potrete fare anche foto e video della casa dall’alto con un drone, l’importante è che le immagini non siano per scopi pubblicitari.

Casa natale di Leonardo da Vinci

LA VILLA DEL FERRALE

Una volta visitata la casa, con lo stesso biglietto, potete recarvi alla villa del Ferrale. Si trova lungo la strada che da Anchiano, dove è situata la casa natale di Leonardo, porta giù al paese di Vinci. È una magnifica strada tra uliveti e prati. Presso la villa del Ferrale, una villa ottocentesca in cui soggiornò addirittura Garibaldi, si può assistere a una particolare mostra sull’arte pittorica di Leonardo. Qui trovate le riproduzioni in scala 1:1 dei suoi quadri principali: la Gioconda col suo sorriso enigmatico, la misteriosa Vergine delle Rocce, la dolce armonia di Sant’Anna, la Vergine e il bambino o la celeberrima Ultima Cena. Immaginate di fare un tuffo nella sua arte, vederne l’evoluzione a ogni pennellata. Potete avvicinarvi, studiarne i particolari e, se avete la fortuna che non ci siano altri turisti, il custode avrà del tempo per raccontarvi qualche storia sui dipinti. Inoltre abbiamo avuto la fortuna di poter entrare in una galleria da cui ammirare il panorama sui giardini e sul paese di Vinci. Una tappa breve, ma assolutamente da non perdere!

Mona Lisa – riproduzione

IL MUSEO DI LEONARDO

Dopo queste due prime cose da vedere assolutamente a Vinci, la casa natale di Leonardo e la villa del Ferrale, recatevi finalmente al vicino paese di Vinci.
Al museo leonardiano potete entrare nel vivo di ciò che è stato Leonardo da Vinci per la scienza! Troverete i prototipi delle sue macchine per il volo o per la tessitura, per misurare o per costruire. Addirittura Leonardo era stato in grado di progettare un rudimentale ascensore. Troviamo anche una sezione dedicata a Leonardo e ai suoi studi dell’anatomia umana da cui traeva ispirazione per creare i suoi macchinari e i loro ingranaggi.
Il museo è diviso in due sezioni diverse sparse per il paese ma raggiungibili in pochissimi minuti a piedi. La prima si trova all’interno della Palazzina Uzielli, mentre la seconda parte è situata nel Castello dei Conti Guidi.

Museo di Leonardo da Vinci

IL CASTELLO DEI CONTI GUIDI

Raggiungibile in due minuti a piedi dalla Palazzina Uzielli, questo castello ospita la seconda parte del museo leonardiano di Vinci. Anche qui troviamo prototipi di macchinari per il volo, studi di ingegneria idraulica, macchinari da guerra ma anche curiosi sistemi per misurare. Pensate che è presente una carriola/misuratore: si riempiva di un certo numero di sassolini e si sapeva quanti piedi era lungo il giro della ruota. Ogni giro si apriva un buco attraverso il quale cadeva dalla carriola un sassolino. Contando poi i sassi rimasti si risaliva a quanti ne erano scesi, quindi a quanti giri la ruota aveva fatto e quindi a quanti piedi corrispondeva la distanza percorsa dalla carriola.
In questo luogo non fermatevi al museo ma salite sulla terrazza (è incluso nel biglietto). Da qui godrete di un panorama a 360 gradi su Vinci, sulle sue colline che cantano e potrete immaginare ciò che vedeva Leonardo da Vinci!
Infatti qui il panorama non è stato intaccato dall’eccessiva urbanizzazione degli ultimi anni, le colline sono ancora ricche di ulivi e di natura, possiamo davvero immaginare di vedere il mondo circostante con gli occhi di uno scienziato del Rinascimento.

Vinci dall’alto

INFORMAZIONI PRATICHE PER VISITARE I MUSEI DI LEONARDO

Per visitare la casa natale di Leonardo, la villa del Ferrale e il museo leonardiano potete fare un unico biglietto.
Le biglietterie sono presso la casa di Leonardo e il museo leonardiano, mentre alla villa del Ferrale non c’è una biglietteria. Il nostro consiglio è di prenotare sempre prima il vostro posto online selezionando l’orario per voi più comodo.
Una volta in loco potete acquistare i biglietti in biglietteria esibendo la vostra prenotazione. Il biglietto intero per tutti e tre i luoghi costa 11 euro.
La casa natale di Leonardo è aperta dalle 10.00 alle 19.00
La villa del Ferrale è aperta dalle 10.30 alle 17.00
Il museo leonardiano è aperto dalle 10.00 alle 19.00
I parcheggi nei pressi delle attrazioni turistiche sono gratuiti e abbastanza ampi.

Escavatrice progettata da Leonardo da Vinci

LA FESTA DELL’UNICORNO

Ogni estate a Vinci si svolge la tradizionale festa dell’unicorno. Cos’è? Siamo mica impazziti? Praticamente il centro storico di Vinci diventa la location perfetta per un grande raduno cosplay.
I biglietti per l’evento, che quest’anno sarà dal 29 al 31 luglio, sono già online!
Costano 12 euro (+commissione) per l’intera giornata, 7 euro (+commissione) se invece andate vestiti da cosplay fatto bene! Noi ci stiamo pensando, dev’essere veramente fighissimo un raduno cosplay all’interno di un borgo medievale e con attorno le magiche colline toscane! Partiamo insieme?

Vinci

DOVE MANGIARE

Per mangiare dell’ottimo cibo toscano a Vinci dovete assolutamente andare all’enoteca “con vinci”. Abbiamo mangiato una buonissima ribollita, un gustoso tagliere di crostini con salse locali e un saporito spezzatino di cinghiale. La cameriera è stata bravissima nel proporci dei vini da abbinare ai piatti. Ci ha fatto assaggiare tre vini locali, uno più buono dell’altro, prima di decidere. Inoltre (unico posto in cui ci è capitato!) ci ha riempito i bicchieri una volta finito il vino perchè “dovete ancora finire di mangiare, ecco un altro po’ di vino”. E non ci è stato fatto pagare nessun secondo giro! Cortesia, bontà, tradizione e simpatia: se passate da Vinci venite qui a mangiare! E se poi vi è piaciuto ciò che avete assaggiato, c’è anche un angolo con prodotti tipici da poter portare a casa, a prezzi onesti.

Casa natale di Leonardo da Vinci

IL CONSIGLIO DI LEI

Andate sulle colline la mattina presto, prendetevi del tempo solo per gustarvi il panorama

IL CONSIGLIO DI LUI

Prima di tornare a casa compratevi dell’olio, quello buono!

Cosa vedere in un giorno a Pistoia, la Santiago de Compostela d’Italia

Oggi vi portiamo con noi a scoprire cosa vedere in un giorno a Pistoia, la Santiago de Compostela d’Italia.
Leggi fino in fondo per scoprire cos’hanno in comune Pistoia e Santiago de Compostela, prima però partiamo con un po’ di storia toscana. Pronti per salire a bordo? Andiamo!

BREVISSIMA STORIA DI PISTOIA

La storia di Pistoia non è tanto dissimile da quella di altre città toscane: fondata dai Romani, conquistata dai barbari, diventata libero comune e per finire assoggettata a Firenze. Sotto il governo della ricca famiglia dei Medici, Pistoia divenne un importante centro culturale e artistico i cui tesori sono ancora oggi visibili a ogni angolo della città. Basta camminare con gli occhi ben aperti per notare l’arte in ogni dove: chiese, torri, piazze, statue, addirittura ospedali. Ma di questo parliamo tra un paio di paragrafi, intanto scopriamo cosa vedere in un giorno a Pistoia!

Palazzo Pretorio – Pistoia

LA CATTEDRALE DI SAN ZENO O DI SAN JACOPO?            

Il cuore della città è senza dubbio la grande piazza del Duomo, dove per secoli il potere ecclesiastico e quello secolare hanno convissuto più o meno pacificamente. È proprio da qui che vi consigliamo di partire con le cose da vedere in un giorno a Pistoia. La cattedrale è dedicata a San Zeno ma al suo interno si trova una reliquia preziosissima di un altro santo, il santo protettore di Pistoia: San Jacopo! Sì, proprio Santiago, quello famoso in Spagna di cui ci sono numerosi cammini (e se vuoi sapere quale scegliere ecco la nostra guida per te). Nella cattedrale si trova un gigantesco reliquiario fatto dai migliori orafi toscani tra il XII e il XIV secolo, a cui ha collaborato anche Filippo Brunelleschi. Nel reliquiario si trova un pezzo del cranio di San Jacopo, arrivato fin qui dalla Spagna per concessione straordinaria del vescovo di Santiago de Compostela che riconobbe la devozione di Pistoia per San Jacopo. Come mai la città è così devota a Santiago? Continua a leggere per scoprirlo.

Cattedrale di San Zeno

BATTISTERO E PALAZZO PRETORIO

Sulla piazza del Duomo troviamo altri edifici importanti per la storia della città di Pistoia. Esattamente di fronte alla cattedrale di San Zeno troviamo il battistero di San Giovanni in Corte, costruito dalla bottega di Andrea Pisano e con al centro una fonte battesimale risalente al XIII secolo. Il battistero è alto, imponente, freddo e spoglio, la pianta è ottagonale e sormontata da una cupola. All’interno si trova anche un piccolo negozio di souvenir della città, molti a tema cammino di Santiago.
Uscendo e guardando alla sinistra del battistero troviamo il tribunale, luogo del potere legislativo. Di fronte al tribunale si trova invece il Palazzo Pretorio, sede del Comune e del museo civico di arte antica.
Vi consigliamo una visita di sabato in cui la piazza del Duomo è animata da un vivace mercato.

Battistero di San Giovanni in Corte

PIAZZA DELLA SALA

E a proposito di mercati, se siete amanti delle bancarelle non potete perdere piazza della Sala! Qui giornalmente si svolge il mercato della frutta e della verdura, imperdibile tra le cose da vedere a Pistoia in un giorno. Al centro si trova un pozzo chiamato Pozzo del Leoncino per via di un leone posto in cima che sorregge il simbolo di Firenze. Se ricordate infatti Pistoia era assoggettata a Firenze. Attorno alla piazza ci sono numerosi ristoranti e botteghe dove gustare un panino col lampredotto o una schiacciata. Ma piano piano ci arriviamo, continua a leggere per sapere cosa mangiare a Pistoia, anche se ti fermi solo un giorno.

Piazza della Sala

L’OSPEDALE DEL CEPPO

A Pistoia, in pieno centro, si trova un ospedale davvero particolare, sicuramente da annoverare tre le cose da vedere in un giorno a Pistoia. Si tratta dell’ospedale del Ceppo, sulla cui facciata si trovano delle graziose decorazioni in terracotta. Spiccano come colori il bianco e l’azzurro, simbolo degli artisti Della Robbia che decorarono allo stesso modo la facciata dell’ospedale degli Innocenti a Firenze. L’ospedale del Ceppo è così chiamato per un motivo leggendario e uno reale. Quello leggendario è che qui fiorì un ceppo per segnalare dove costruire l’ospedale. Quello reale è che c’era un ceppo di legno cavo per mettere le offerte. A voi la scelta!
L’ospedale fu attivo durante l’epidemia di peste nera nel Trecento, molti decisero di lasciare la loro eredità all’ospedale, che si trovò quindi con numerosi fondi per far decorare le facciate dai migliori artisti dell’epoca.
All’interno dell’ospedale era stata istituita una nota scuola di medicina di cui oggi restano alcune tracce nel museo dei ferri chirurgici, il laboratorio di farmacia e il teatro anatomico.

Ospedale del Ceppo

LA SANTIAGO DE COMPOSTELA D’ITALIA

In un giorno a Pistoia è possibile notare infiniti richiami al cammino di Santiago e a Santiago de Compostela. Addirittura la famosa conchiglia stilizzata gialla, simbolo del cammino di Santiago, sventola sul campanile della cattedrale. L’origine di questo legame è presto detta: correva l’anno 849 e i pistoiesi erano terrorizzati all’idea che i saraceni potessero invadere la loro città. Si affidarono così a San Jacopo che evitò l’assalto dei saraceni mantenendo libera la città di Pistoia. Nacque così una forte venerazione verso San Jacopo che divenne anche il santo patrono della città. Nel corso del Medioevo, da Pistoia si poteva partire per il cammino di Santiago, chiedendo protezione prima di incamminarsi. E qui si tornava anche a ringraziare il santo perché il pellegrinaggio era andato a buon fine.
Tutto ciò ha contribuito al gemellaggio tra Pistoia e Santiago de Compostela. Quest’ultima donò alla città toscana un cippo originale del cammino di Santiago, che potete vedere all’angolo tra piazza del Duomo e via degli Orafi. È l’unico cippo del cammino di Santiago presente in Italia.

Cippo del Cammino di Santiago

COSA MANGIARE A PISTOIA

A Pistoia potete approfittarne per mangiare tutto ciò che di buono offre la cucina toscana. Carne in abbondanza, ma anche gustosi legumi. Tutto annaffiato da ottimi vini o genuine birre artigianali. Il panino con il lampredotto (uno dei quattro stomaci dei bovini) è un must! Ma se prendete un qualsiasi tagliere di affettati e formaggi non potete sbagliarvi! Per chi non ama la carne invece consigliamo la ribollita (zuppa di pane raffermo e verdure) o la zuppa di ceci.

Tagliere di salumi toscani

DOVE DORMIRE VICINO A PISTOIA

A 40 minuti da Pistoia si trova l’agriturismo “Cascina de Fagiolari”. Le camere sono davvero spaziose e circondate da un bel giardino. Ma la cosa migliore qui è la cucina: concedetevi una gustosa fiorentina e chiedete un consiglio per il vino migliore da abbinare, non resterete delusi!
Il B&B si trova sulle colline a 10 minuti d’auto da Montelupo Fiorentino, borgo della ceramica che vi consigliamo per una breve passeggiata.

IL CONSIGLIO DI LUI

Se avete tempo organizzate una degustazione di vino su queste colline!

IL CONSIGLIO DI LEI

Se non amate il vino potete organizzare una degustazione d’olio, anche questo è un must della zona

La Pace di Paquara e la festa de le boche- eventi storici a San Giovanni Lupatoto

Oggi facciamo una passeggiata lungo il parco dell’Adige di San Giovanni Lupatoto, paese che ci ha adottati ormai 7 anni fa, alla scoperta della pace di Paquara.
Camminate con noi lungo le rive del fiume Adige a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, per scoprire gli avvenimenti storici a cui questi campi hanno fatto da scenografia.
Scopriremo cos’è la pace di Paquara e perché è così importante. Proseguendo arriveremo fino alla “casa bombardata”, tra storia e futuro.

IL PARCO DELL’ADIGE

Il parco dell’Adige si raggiunge sia a piedi che in automobile (o meglio ancora in bicicletta!) dal centro di San Giovanni Lupatoto e, appena arrivati qui, vi imbatterete in un piccolo boschetto dove lasciare la macchina (ma attenzione che nei fine settimana la sbarra è chiusa e si può entrare solo a piedi, la macchina va parcheggiata nelle vie adiacenti).
Il percorso è completamente pianeggiante e sterrato, facilissimo per tutti e potete scegliere voi quanta strada fare: se vi va e siete in forma potete proseguire per km e km, tra il fiume e i campi.

Oltre a passeggiare potete attraversare l’Adige nei pressi di una diga e, camminando dal lato opposto, potete raggiungere altre località arrivando fino a Verona o altri paesi della provincia.
Se amate la natura questo è il posto ideale per staccare la spina a due passi dalla città. Chissà, magari avrete anche la fortuna di avvistare i numerosi animali che scorrazzano liberi in queste zone.

San Giovanni Lupatoto

LA PACE DI PAQUARA

Ma cos’è questa pace di Paquara di cui vi abbiamo accennato nel titolo? Ebbene, non immaginavamo che San Giovanni Lupatoto potesse essere stato teatro di importanti eventi storici, ma i fatti ci smentiscono!
Avete presente quando nel XIII secolo imperversavano le lotte tra guelfi e ghibellini? Qui a San Giovanni Lupatoto, sui prati in riva all’Adige, fu firmata il 28 agosto 1233 la storica pace di Paquara, la prima tregua tra sostenitori del Papa e dell’Imperatore.

Un frate di Schio (in provincia di Vicenza), tale Fra Giovanni, organizzò proprio in questi campi un grande raduno per trovare un accordo. Invitati alla pace di Paquara furono personaggi illustri da tutto il nord Italia tra cui vescovi, arcidiaconi, il patriarca di Aquileia e alti prelati, oltre agli eserciti che si portavano appresso.
Fra Giovanni tenne un discorso e da quello venne siglata la pace di Paquara che, tuttavia, durò solo un anno. Dopo questa breve tregua le lotte tra guelfi e ghibellini ripresero.

San Giovanni Lupatoto

 LA RIEVOCAZIONE

Un paio di anni fa abbiamo avuto la fortuna di poter assistere alla rievocazione storica della pace di Paquara, con tanto di catapulte e una vera e propria battaglia medievale!

Gli attori erano perfettamente vestiti in abiti medievali e le armi che usavano erano ricostruzioni delle armi dell’epoca. Hanno fatto sedere tutti gli spettatori ai lati del prato ed è iniziata la battaglia.

Essendo una rievocazione ci aspettavamo che fingessero ma in realtà se ne sono date di santa ragione! Sicuramente sapevano come e dove colpire per non farsi male ma non si sono risparmiati colpi e agguati.

Speriamo che nel 2022 si riesca di nuovo a fare la rievocazione della pace di Paquara, sarà nostra cura eventualmente informarvi tramite il nostro canale Instagram.

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

LA FESTA “DE LE BOCHE”

Ma la rievocazione della pace di Paquara non è l’unica festa storica che si svolge al parco dell’Adige. Infatti l’ultima domenica di marzo nel parco dell’Adige di San Giovanni Lupatoto si svolge la tradizionale festa de le boche!
Ma cosa sono le “boche” e come si festeggia? Durante questa giornata si festeggiava l’apertura dei canali che dall’Adige partivano per irrigare le campagne circostanti, si aprivano le bocche (in dialetto “boche”) dei canali.
Questa giornata rappresentava un giorno di festa per la comunità di San Giovanni Lupatoto che festeggiava con pic nic sulle rive dell’Adige fin dal Seicento. La tradizione è durata fino ai nostri giorni, quest’anno vi aspettiamo domenica 27 marzo per mangiare un panino sul prato. Per quanto riguarda il bicchiere di vino trovate lo stand degli alpini, con loro non si resta mai senza un buon “goto de vin”!

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

LA CASA BOMBARDATA

E proseguendo lungo il percorso del parco dell’Adige, appena entrati nel comune di Zevio arrivando da San Giovanni Lupatoto, si incontra un altro luogo che racconta la storia di questo paese: la casa bombardata (casa bombardà per i veronesi). Non era una vera e propria casa ma più che altro un edificio che fungeva da controllo visto che da qui usciva un canale dall’Adige per irrigare i campi.

Il 26 aprile 1945 un manipolo di soldati tedeschi si rinchiuse qui dentro per sfuggire agli americani. Gli americani iniziarono così a bombardare la casa in un serrato scontro a fuoco tra le due parti. I tedeschi ebbero la peggio ma poteva finire ancora peggio per i cittadini di San Giovanni Lupatoto.
Infatti gli americani avevano deciso che, nel malaugurato caso in cui non fossero riusciti a stanare i tedeschi, avrebbero fatto saltare per aria l’intera contrada.

La casa bombardà al momento è in fase di restauro e in futuro diventerà un bicigrill, un autogrill per biciclette con bar annesso.
Da qui infatti parte anche la pista ciclabile delle Risorgive che prosegue fino al lago di Garda.

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

SAN GIOVANNI LUPATOTO

San Giovanni Lupatoto si trova a pochi km dal centro di Verona e, a parte una passeggiata al parco dell’Adige, se non visitate il paese non vi perdete niente. Però trovate molti bar e ristoranti davvero buoni! Ma se passate da qui venite a trovare i #poracciintour!

Perché San Giovanni Lupatoto ha questo nome buffo? Il nome di San Giovanni deriva dal santo patrono e fu dato in seguito all’istituzione della parrocchia. Lupatoto è per “lupum totum”, ossia “lupi dappertutto”. Pare infatti che proprio qui i fossero molti boschi in cui vivevano lupi. Ancora oggi nello stemma comunale si trova rappresentato un lupo.

Parco dell’Adige

Speriamo di averti incuriosito e di averti raccontato qualcosa di nuovo su questa zona che nemmeno noi pensavamo nascondesse racconti storici e curiosità.

I matti di Azzago e il forte Santa Viola

Chi sono i matti di Azzago? Seguici in questa passeggiata al Forte Santa Viola, in Valpantena. Siamo sulle colline a nord di Verona, tra la città e la montagna. Partiamo per un’altra piacevole camminata alla scoperta di tradizioni e luoghi storici. Questo articolo è particolarmente intenso: partiamo facendo la conoscenza dei matti di Azzago, proseguiamo per il Forte Santa Viola, perdiamoci nell’arte alla chiesetta di Santa Viola e per finire conosciamo la maglieria Antonelli e la pecora brogna con la sua lana pregiata. Pronti? Si parte!

Valpantena

I MATTI DI AZZAGO

Gli abitanti del piccolo borgo di Azzago, da cui inizia la nostra passeggiata odierna, sono chiamati “i matti di Azzago”. Ma perché gli abitanti di Azzago sono chiamati matti? La spiegazione è storica. A fine Ottocento una terribile tempesta colpì duramente la Valpantena. Azzago era un borgo già economicamente svantaggiato, la tempesta diede il colpo di grazia economico. Ma gli abitanti non si perdono d’animo: creano una compagnia teatrale e girano per la città esibendosi in uno spettacolo goliardico. Da allora sono chiamati “i matti di Azzago”. C’è anche un libro che parla di questo argomento, in cui ci si pone una domanda: i matti di Azzago sembrano i meno furbi di tutti ma approfittarne per fare soldi facendo i matti non li rende forse i più furbi di tutti?
Un’altra leggenda sui matti di Azzago racconta che sul campanile della chiesa di Azzago si crearono dei ciuffetti d’erba. Per eliminarla issarono una mucca con una carrucola affinché brucasse l’erba sul campanile. Robe da matti!

Valpantena

IL BORGO DI AZZAGO

La chiesa Azzago rappresenta il cuore del paese e dalla sua piazza si può ammirare un arioso panorama sulla Valpantena e sulla città di Verona. La chiesa è documentata già dal 1529, annessa alla chiesa del vicino borgo di Romagnano. Con l’aumento della popolazione dal 1576 si rese necessario un unico prete autonomo solo per Azzago. Il problema però è che tale prete “in esclusiva” doveva essere pagato, ma anche il prete di Romagnano doveva continuare ad essere pagato. I preti attorno si opposero ma dal 1602 si decise di pagare per avere un prete per Azzago. La chiesa è visitabile gratuitamente, dentro troverete delle pitture moderne.

Panorama da Azzago

CONTRADA CASALE

Salutiamo i matti di Azzago e proseguiamo la nostra passeggiata fino alla contrada Casale, situata su un’altura che sembra quasi un paesaggio perfetto per un quadro. Qui si era insediata la ricca famiglia Gazzola che aveva costruito la villa padronale per il controllo agricolo dell’area circostante. Al contrario delle ville costruite più a valle, non era stata costruita per diletto, anche se la struttura è simile a ville di svago. La villa padronale è una grande casa colonica circondata da fienili e stalle. Al centro si trova anche una fontana poi diventata lavatoio e infine abbeveratoio. Inoltre c’erano varie strutture adibite a depositi per i materiali necessari alla lavorazione agricola. Era così che la famiglia Gazzola affermava il suo potere tra il Cinquecento e il Seicento.

Per accedere a questa piccola contrada c’è un arco con uno stemma rappresentante una gazza, simbolo della famiglia Gazzola. Inoltre ci sono le iniziali D.G. del capofamiglia, il signor Donato Gazzola.

Contrada Casale

ORATORI PRIVATI E VITA NELLA CONTRADA

Donato Gazzola costruì qui il suo oratorio privato, simile ad altri che abbiamo già incontrato in Valpantena come il piccolo oratorio della Madonna della Neve nei pressi di Alcenago. In questo oratorio in contrada Casale sono ancora visibili  l’altare e il lampadario centrale. Troviamo anche un antico meccanismo di un orologio completamente fatto a mano. Due quadri sono invece stati trasferiti presso il municipio di Grezzana. La particolarità di questo oratorio, era il fatto di essere esterno alle mura, per questo nel 1726 per la curia era considerato un oratorio pubblico e non riservato alla famiglia. Di solito quando la chiesa parrocchiale era distante e scomoda l’oratorio delle ville dei nobili veniva concesso per l’utilizzo da parte di tutta la popolazione. Già nel 1735, anno in cui l’oratorio fu terminato, si celebravano le messe. È dedicato a Sant’Antonio da Padova in onore del padre di Donato Gazzola che si chiamava Antonio.

Sacro e profano si fondono: sotto all’oratorio ci sono le cantine.

Un piccolo consiglio per voi: se vi avventurate dalle parti di contrada Casale la mattina avete buone probabilità di incontrare dei cervi!

Contrada Casale

LA VALPANTENA COME ZONA DI CONFINE

Dalla contrada Casale si sale sul monte Santa Viola fino a trovare il Forte Santa Viola, un forte abbastanza recente ma mai utilizzato. Qui ogni estate fanno una grande sagra, oserei dire la più grande della provincia di Verona. Aggiornamenti sulla sagra di Santa Viola li trovate qui.

Ma perché nacque un forte proprio su questo colle? Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, Verona diventa zona di confine perché dove ora c’è il Trentino si trovava il regno austro-ungarico. All’epoca c’erano diverse visioni: qualcuno voleva rafforzare la linea difensiva a nord di Verona, mentre altri sostenevano che fosse meglio rafforzare la linea del Mincio e del Po perché la Lessinia con le sue montagna non si prestava a un’invasione. Si pensava che un’eventuale invasione austriaca sarebbe passata indubbiamente dalla Val d’Adige, area effettivamente ricca di forti e postazioni semovibili. Certo, l’Austria aveva siglato un patto di non invasione nel 1882 ma l’Italia pensava di non potersi fidare e decise quindi di rafforzare i confini.

Oltre a Santa Viola in Lessinia vennero eretti il Forte di Monte Pastello e il Forte Castelletto.

Santa Viola

IL FORTE SANTA VIOLA

Nel 1908 vengono stanziati i fondi per la costruzione del forte Santa Viola. Inizialmente erano previste postazioni per 6 cannoni, ne furono però realizzate solo 4, rappresentate dalle 4 cupole da cui dovevano uscire i cannoni. Le cupole sono collegate da un sistema di tubi attraverso il quale i soldati comunicavano tra di loro. Quando nel 1915 arrivò la Prima Guerra Mondiale anche in queste zone, la realtà è che non furono teatri di aspre battaglie. Il Forte Santa Viola servì però da base per le 6000 truppe di fanteria che passarono da qui, mentre si recavano sui monti della Lessinia a costruire le trincee. Alcune trincee sono ancora ben visibili nei pressi di Castelberto.

Forte Santa Viola

UNA VERA E PROPRIA FORTEZZA

Sul monte Santa Viola non esisteva il bosco, la collina venne scavata e il forte incassato all’interno per avere una versione a 360 gradi.

Nel piano interrato c’erano le polveriere, il pavimento però sorgeva su pilastri di mattoni per creare riciclo d’aria e non creare umidità alla polvere da sparo. Così facendo era sempre pronta all’uso.
In caso di attacco il forte era autosufficiente per 25 giorni.

I muri erano spessi fino a 4mt di calcestruzzo con struttura metallica, mentre sotto al tetto c’erano almeno 4 metri di calcestruzzo per evitare il collasso del forte.

Forte Santa Viola

LA FORESTA DEL MONTE SANTA VIOLA

Il Forte Santa Viola era stato costruito per proteggersi dagli austriaci. Come un buffo scherzo del destino nel 1952 si decise di piantumare questo colle con abete nero di origine austriaca. Il motivo della scelta è molto semplice: è una pianta resistente che cresce velocemente, ideale per il fabbisogno di legname degli abitanti della zona. Purtroppo però, nell’inseguire la facilità di utilizzo, hanno dimenticato le specie autoctone che però negli ultimi anni si sta cercando di recuperare.

Forte Santa Viola

LA CHIESETTA DI SANTA VIOLA

Come dicevamo prima, a Santa Viola ogni anno si svolge un’importante sagra e, come tutte le sagre, unisce il sacro e il profano. Gli alpini di Azzago (chissà se anche loro sono matti come i matti di Azzago!), insieme all’artista locale Rino Merzari, si sono dati da fare per sistemare la statua della santa per poterla portare in processione.

Inizialmente la statua sembrava solo da ripulire e stuccare, ma lavorandoci sono stati trovati tre strati di colore sulla scultura in legno. Il nuovo obiettivo è diventato quindi quello di riportare la statua ai suoi colori originali. I colori con cui è dipinta la statua sono tempere realizzate con pigmenti colorati, mentre la scultura è in legno di abete cirmolo. L’analisi del legno ci racconta che la statua è stata lavorata a mano a fine Settecento, nella zona del Trentino (l’abete cirmolo è tipico dell’area trentina).

Ma chi era santa Viola? Non abbiamo fonti certe su questa santa ma pare fosse la sorella di altri due santi locali: san Vitale e San Mauro. I tre fratelli erano eremiti e comunicavano tra di loro da un monte all’altro accendendo fuochi.

La chiesetta inizialmente si trovava dove ora c’è il Forte Santa Viola, era stata spostata proprio per erigere la costruzione militare.

Chiesetta di Santa Viola

LA MAGLIERIA ANTONELLI

Durante questa passeggiata abbiamo conosciuto un’attività storica di Azzago: la maglieria Antonelli.

La storia della maglieria iniziò ad Azzago a fine dell’Ottocento, quando la signora Luigia trasmettè la passione per il lavoro a maglia a sua figlia Angelina. Angelina sposa un tale Antonelli nel 1935, ma dopo qualche anno il marito parte per la guerra. Torna nel 1945 con il desiderio di riuscire a superare quella vita di stenti con le sue forze. Angelina decide di sfruttare la sua passione per il lavoro a maglia acquistando una macchina per maglieria, fatalità una giovane della zona ne vendeva una a poco prezzo perché stava per ritirarsi alla vita monacale. Il prezzo di quella macchina era esattamente la cifra che possedeva la famiglia Antonelli. La figlia di Angelina, Mariucca, decide di studiare cucito a Verona e finalmente nel 1957 iniziano a vedere i primi frutti del loro duro lavoro. Ma tutta la famiglia collabora: il papà e il fratello di Mariuccia acquistano un auto per commerciare i filati, Mariuccia compra nuove macchine per realizzare i suoi tessuti e successivamente la figlia di Mariuccia, Paola, va a studiare fino a Parigi. Forte dei suoi studi e dell’esperienza riesce ad aprire un negozio in pieno centro a Verona.

Valpantena

LA VISITA ALLA MAGLIERIA

La maglieria Antonelli ha una prima sala con macchine da tessitura. I modelli vengono disegnati con le misure dei clienti, con particolari calcoli vengono “insegnate” queste misure alla macchina. In una seconda sala ci sono le macchine per creare i modelli con i tessuti. Tutto viene rifinito a mano, stirato e consegnato in negozio o al cliente.

La maglieria Antonelli collabora con l’associazione pecora brogna, una razza di pecora autoctona della Lessinia, e realizza capi con questa lana rustica, sia in colorazione naturale che tinta. 

I prezzi dei prodotti sono elevati perché è tutto fatto artigianalmente, dal filato al modello, niente è lasciato al caso . Una visita per conoscere questa antica arte però è assolutamente consigliata! Per avere informazioni vi lasciamo qui il canale Facebook a cui potete contattarli.

Valpantena

Con questo racconto si concludono le nostre gite in Valpantena, ma ti promettiamo che in futuro ce ne saranno altre! Continua a seguirci per conoscere la prossima tappa!

Alcenago, colline e strani personaggi

Quanto è bello camminare nei boschi? Oggi ti portiamo con noi alla scoperta del piccolo borgo di Alcenago attraverso una passeggiata per boschi e colline che ci permetterà di conoscere la storia della Valpantena e di incontrare alcuni strani personaggi. Continuate a leggere perché il personaggio che incontriamo nella nostra passeggiata è veramente particolare!

Alcenago

IL BORGO DI ALCENAGO

Il borgo di Alcenago è situato a nord di Verona, in Valpantena. Questo borgo è di origine celtica, se già ricordate abbiamo parlato qui di come la Valpantena fosse abitata sin dalla preistoria. Numerose popolazioni si sono avvicendate. Ciò è testimoniato anche dal fatto che la chiesa di Alcenago, dedicata a San Clemente, è costruita su quello che era un tempietto pagano.

Il campanile di Alcenago ricorda una cupola in stile orientale ma in realtà è stato fatto in questo stile solo perché era considerato trendy nel corso dell’Ottocento. Due incendi hanno parzialmente distrutto la chiesa di Alcenago, uno nel Seicento e uno nell’Ottocento. La chiesa è sempre stata ricostruita.

I preti di Alcenago avevano il diritto di riscuotere la decima ossia un’imposta da parte dei contadini che risiedevano nel territorio parrocchiale. Tale imposta era chiamata decima perché corrispondeva a un decimo del reddito dei contadini.

Borgo di Alcenago con vista sulla chiesa

L’ORATORIO DELLA MADONNA DELLA NEVE

Nella piccola frazione di Rupiano, la prima tappa della nostra passeggiata, troviamo una piccola chiesetta. Più che una chiesa è un oratorio, uno spazio adibito alla preghiera per le famiglie nobili che si trasferivano in queste zone di montagna per il periodo estivo. L’oratorio di Rupiano è dedicato alla Madonna della Neve, costruito a seguito di un’eccezionale nevicata in agosto (come tutte le chiesette e cappelle dedicate alla Madonna della Neve in Italia!).

L’oratorio della Madonna della Neve fu costruito nel 1702 dalla famiglia Degli Uberti. Sì, proprio la famiglia di quel tale Farinata Degli Uberti citato da Dante nella sua Divina Commedia.

In seguito l’oratorio divenne proprietà della famiglia Catarinetti Franco che possedeva e possiede tutt’ora una villa in Valpantena, nei pressi della Torre del Falasco.

La comunità di Rupiano però restaurò l’oratorio e lo utilizzò per messe e celebrazioni, diventandone di fatto proprietaria.

Chiesa della Madonna della Neve

LA LEGGENDA DEL CONTE BOVIO

Durante la passeggiata nei pressi di Alcenago abbiamo conosciuto un personaggio tanto illustre quanto misterioso: il conte Bovio. Il conte Bovio nacque nel 1798 e secondo la leggenda era un massone e uno stregone potente. Ufficialmente però era un filosofo, un pensatore e un letterato. La leggenda narra che, mentre era a far legna nel bosco sopra Alcenago, venne sorpreso da un temporale e per salvarsi fu visto volare dalla cima del monte fino al paese. Ma in realtà pare che si sia attaccato a una teleferica, lasciando lassù da soli tutti i poveracci che erano con lui a tagliare la legna.

Il conte Bovio era un personaggio particolare ma anche umano. Pensate che per tutta la vita aveva odiato i preti, ma in punto di morte era spaventatissimo di finire all’inferno, così iniziò a chiamare un prete per pentirsi dei suoi peccati e aspirare al paradiso. Il prete tardava e lui dall’impazienza graffiò così forte il muro sopra al letto che restarono i segni nel muro. Morì nel 1885. Aveva espresso il desiderio di essere sepolto nei pressi di Alcenago ma venne seppellito al cimitero monumentale di Verona.

Valpantena

L’ECONOMIA DEL LEGNO

Abbiamo già parlato in modo abbastanza approfondito dell’economia della zona della Lessinia. Il parco regionale della Lessinia si trova a nord di Verona e la zona della Valpantena, di cui stiamo parlando in questo articolo, si trova a metà strada tra la città e le montagne delle Lessinia. Di conseguenza nel corso della storia è stata un’area fondamentale per i trasporti e i commerci tra la montagna e la città e viceversa. Questi trasporti però non sono mai stati facili per colpa della conformazione del territorio.

Ci sono 5 vaj (strette valli) che collegano la Lessinia alla Valpantena, così stretti che sono percorribili solo a dorso d’asino, non ci stanno carri o carretti.
Solo nel corso dell’Ottocento vennero create le prime strade, chiamate secondo la merce che trasportavano. Nascono così a strada delle ghiacciaie e la via del legno.

La via del legno era usata per portare il legname a Verona ma aprì la strada anche ad altri commerci (del ghiaccio, dei cereali, dei prodotti caseari).

Alcenago

L’ECONOMIA DEI MULINI

In Valpantena e in Lessinia la coltivazione dei cereali si è spinta fino a 900 metri sul livello del mare.

Pensate che la prima volta che è stato strinato il grano in Valpantena è stato 7.000 anni fa.
Sono stati i cimbri ad iniziare il disboscamento per recuperare territori per la coltivazione dei cereali ma anche da utilizzare come alpeggi.
I mulini, sporadici fino al Cinquecento, iniziano a svilupparsi sotto il dominio della Repubblica di Venezia.
Pensate che nel piccolo borgo di Lugo, che conta solo 2.000 anime, c’erano 7 mulini da grani e uno per la scollatura per infeltrire la lana. La lana della Lessinia era preziosa e da Verona veniva poi portata a Venezia per essere esportata nel bacino del mediterraneo.

In tutta la Valpantena c’erano quasi 40 mulini, i cui cereali da macinare venivano presi fino alla pianura mantovana. I contadini portavano il cereale alla macina, chi invece era povero (un poraccio come noi!) poteva pagare in natura lasciando parte del grano al mugnaio.

Le ruote del mulino erano in legno, poi hanno iniziato a svilupparle anche in metallo. Il mulino di Bellori è l’unico sopravvissuto in Valpantena, l’unico dove si può ancora vedere il meccanismo che azionava il mulino.

Valpantena

I MULINI NELLA STORIA

Fino dai tempi preistorici i cereali venivano macinati. Inizialmente si faceva ovviamente a mano e con l’aiuto di pietre utilizzando un pestello e dei sassi piatti su cui appoggiare i chicchi da schiacciare.

Gli antichi romani utilizzavano un rudimentale sistema di mulini. Mettevano al centro un cono in pietra, con sopra un cono girevole girato manualmente da schiavi o, quando agli schiavi andava bene, da animali. In seguito si iniziò ad utilizzare l’acqua per girare il cono girevole.

In Valpantena sono ancora visibili numerose canalette che portavano l’acqua dalla montagna o dalle sorgenti fino ai mulini. Alcune le potete tranquillamente notare passeggiando nei boschi nei pressi di Alcenago.

Ruota di un antico mulino

ARCHEOLAND, UN PARCO DIDATTICO DEDICATO ALLA PREISTORIA

La nostra passeggiata attorno Alcenago ha avuto anche un risvolto didattico e preistorico.

Siamo andati a visitare il parco di Archeoland, un parco didattico dove sono stati ricostruiti oggetti e abitazioni della preistoria, ma non solo. Archeoland nacque circa 30 anni fa nei pressi di Stallavena, proprio all’inizio della Valpantena. In zona però erano già presenti aree di studio di archeologia e preistoria, che furono poi trasformate in un unico parco didattico. Pensate che ad Archeoland venivano scuole da tutte le regioni del nord Italia per scoprire questo parco con uso ludico e didattico.

La preistoria è divisa in vecchia età della pietra, nuova età della pietra ed età dei metalli.

Ad Archeoland si trovano ricostruzioni di abitazioni da grotte preistoriche fino a case degli anni Sessanta, passando per il Medioevo. Nelle ricostruzioni si può entrare e toccare con mano gli oggetti come pellicce, pietre e artefatti. Per le scuole sono previsti anche dei laboratori.

Ma come fare a visitare Archeoland? Al momento il parco è in stand by a causa del drastico calo di visite dovute al periodo del Covid. Per poterlo visitare vi consigliamo di contattare il numero di telefono indicato nella loro pagina Facebook.

Grezzana è la zona più ricca di preistoria di tutto il Veneto!

Per conoscere in quale altro luogo della Valpantena puoi trovare tracce dell’uomo preistorico clicca qui. Ti portiamo in un posto inaccessibile!

Archeoland, ricostruzione capanna paleolitica

IL RITORNO AD ALCENAGO

Non avete ancora capito dove si trova Alcenago? Se siete in Valpantena questo borgo è ben visibile anche da lontano, grazie alla sua croce con un grande cuore rosso issata nel 2008. Attorno alla croce si trova un campo di ulivi che potremmo definire “sociale”. Qui ogni famiglia possiede una pianta di ulivo di cui prendersi cura, l’olio che viene prodotto viene dato in beneficienza. Un’iniziativa molto carina e che ci auspichiamo venga replicata più spesso!

Se volete conoscere altri sentieri in Valpantena potete leggere i nostri articoli su Rosaro (e andare alla scoperta di cave e ghiacciaie) oppure sul mulino di Bellori (per conoscere l’antica arte della macinazione dei cereali). Inoltre vi ricordiamo che il comune di Grezzana sta tracciando alcuni sentieri per il progetto FEET: cercate le targhette rosse con la scritta FEET e…buona camminata!

Alcenago

Rosaro di Valpantena, tra ghiacciaie e cimbri

Quanta storia può contenere un paese di sole 371 anime? Più di quello che si può pensare!
Vi raccontiamo qui di un percorso molto semplice da fare a Rosaro di Valpantena a nord della città di Verona. Dopo aver scoperto il mulino di Bellori, oggi partiamo per una passeggiata di 10km alla scoperta di chiese, capitelli, ghiacciaie e tradizioni dei cimbri. Chi erano? Prosegui nella lettura per scoprirlo. Partiamo?

ROSARO di valpantena, UN BORGO RICCO DI STORIA

La prima attestazione che si ha di Rosaro di Valpantena, borgo che conosceremo a breve per le sue ghiacciaie e per i cimbri, è un documento del 832. Ma perché Rosaro si chiama così?
La prima risposta è una leggenda: durante la peste del 1630 morirono tutti gli abitanti, tranne una ragazza di nome Rosa che avrebbe poi ribattezzato il paese. La seconda spiegazione è più logica: nella parte sud del paese c’erano numerosi roseti che avrebbero dato il nome al piccolo borgo.
D’altronde Rosaro di Valpantena è il posto perfetto per far crescere le rose, in quanto le nebbie della pianura padana si fermano proprio qui sotto, non salgono mai oltre.
Nel 1503 diventa comune sotto il dominio della Repubblica di Venezia

ORATORI PRIVATI

Nonostante Rosaro di Valpantena sia stata fondato prima dell’anno Mille, fino al 1657 non c’era nessuna chiesa in questo luogo. L’unica famiglia nobile documentata in questo paese è la famiglia degli Orti, tutti gli altri nobili di Verona si fermavano più in basso. La famiglia Orti costruì un oratorio ad uso privato, descritto a metà Seicento come fatiscente e molto piccolo. Era usanza comune per le famiglie nobiliari costruirsi una piccola chiesa privata nei pressi delle loro ville fuori città. Ufficialmente il motivo era per pregare quando si era lontani dalla chiesa, ma in realtà era anche un modo per affermare il proprio potere.
Nel 1661 l’oratorio venne intitolato a San Barnaba, ma solo nel Settecento fu utilizzato rare volte per motivi di devozione popolare.

Rosaro di Valpantena

ROSARO NEL NOVECENTO

Infine nel Novecento l’oratorio divenne di costante utilizzo per la comunità. Così decisero di costruire una vera e propria chiesa, ultimata nel 1910. La chiesa è composta da una sola navata ed è dedicata a San Barnaba.
San Barnaba, originario di Cipro, è considerato il primo missionario in quanto viaggiò molto per diffondere la parola di Dio. È spesso raffigurato con un libro al punto che è stato definito apostolo pur non essendolo stato. Morì probabilmente da martire.
Partendo da Rosaro di Valpantena per la nostra passeggiata troviamo subito un capitello, in contrada Mattiella, un terreno acquistato dalla famiglia Mattiella alla famiglia Orti. Si tratta di uno dei tanti capitelli costruiti dalle famiglie del luogo per chiedere protezione per il bestiame e il raccolto. Questo capitello però racconta una storia diversa. Durante la Prima Guerra Mondiale tutti e tre i figli della famiglia Mattiella partirono per la guerra. La famiglia decide che se fossero tornati vivi avrebbe eretto il capitello. Indovinate come è andata a finire?

Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DELLA VALPANTENA

Come abbiamo già visto nell’articolo relativo al mulino di Bellori, le attività economiche in Valpantena erano prevalentemente agricole e di allevamento.
Ma anche le cave hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo del territorio. In passato chi non era contadino (bacàn) si considerava superiore perché i contadini erano considerati succubi del proprietario terriero. Tagliapietre e artigiani si mettevano su un gradino sopra, soprattutto quelli esperti che avevano fatto pratica nelle cave di Sant’Ambrogio di Valpolicella e poi avevano “importato” la tecnica in Valpantena.
Addirittura qualcuno dice che le pietre dell’Arena di Verona vengano da Rosaro di Valpantena, ma molto probabilmente si tratta della leggenda di un anonimo.

Cava a Rosaro di Valpantena

UNA VISITA A UNA CAVA

Durante questa passeggiata abbiamo avuto la possibilità di visitare una cava ancora attiva. Si tratta di una cava aperta nel 1998 quando una precedente cava esaurita viene ripristinata per recupero ambientale.
La famiglia aprì la cava nel 1950 e oggi i figli proseguono la tradizione di famiglia. Qui si estrae il granulato che viene macinato per produrre altri materiali.
Nelle valli veronesi si estraggono diversi tipi di materiali: nelle zone centrali e occidentali troviamo cave di marmo, di calcare e lastre sedimentarie con fossili. Mentre nella zona orientale della val d’Illasi troviamo pietra nera vulcanica. La pietra divenne importante nel corso dei secoli, inizialmente era il legno il materiale di costruzione principale. 

I CIMBRI E LA LESSINIA

Durante la nostra pausa pranzo ci è stata raccontata la storia dei cimbri, una popolazione che arrivava dalla Baviera e si stanziò sulle montagne a nord di Verona attorno al 300 d.C.. Ma questi territori erano già abitati in epoca preistorica, pensate che Oetzi, il famoso uomo preistorico conservato a Bolzano, possedeva felci provenienti dalla Lessinia.
I cimbri erano principalmente boscaioli. Infatti il nome cimbro deriva dalla parola cimbra “zimbar” che significa boscaiolo. All’epoca i boschi si espandevano fino a vaste aree della pianura padana.
I cimbri hanno lasciato in eredità la loro lingua che tutt’oggi è parlata a Giazza in provincia di Verona, a Luserna in provincia di Trento e in sette comuni dell’altopiano di Asiago in provincia di Vicenza.
Nel 814 troviamo la prima attestazione della Lessinia, si trattava principalmente di territori di proprietà monasteri per donazioni e lasciti. Quest’area di montagna fu zona di migrazioni tra l’anno Mille e il 1200, ma in seguito fu un’area contesa tra gli Scaligeri, i Visconti e la Repubblica di Venezia. Tutti avevano però un unico obiettivo: salvaguardare i confini con il Tirolo.
Le abitazioni dei cimbri erano in legno con tetto in paglia che prendevano dalle pianure mantovane.
I cimbri erano molto religiosi e ciò è testimoniato da numerosi capitelli dedicanti ai santi protettori delle attività agricole e a San Vincenzo, protettore contro intemperie. 

Ciliegi a Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DEI CIMBRI

Ma come campavano queste popolazioni arroccate sui monti veronesi? Visto che il loro nome deriva dalla parola “boscaiolo” è facile dedurre che la loro attività principale era la lavorazione del legno. Come attività collaterale c’era la produzione di carbone, attività così importante che era chiamato oro nero. Le prime vere e proprie contrade cimbre nascono nel corso del 1400 e diventano i fulcri dell’attività quotidiana. Le comunità cimbre sono sempre state molto chiuse e poco inclini al commercio con gli altri popoli.
Nonostante le varie dominazioni che si sono susseguite, ai cimbri è stata sempre lasciato il diritto di scegliere sacerdoti tedeschi. In cambio veniva a loro richiesta la salvaguardia dei confini.
I cimbri allevavano anche ovini, la cui lana arrivava fino a Venezia per essere commercializzata nel resto del mediterraneo. In seguito, con l’aumento del bestiame bovino nasce la necessità di pascoli. Vengono così abbattuti boschi per diventare alpeggi  e si dà il via alla lavorazione del formaggio. Se vuoi rinfrescarti la memoria su come si lavora il formaggio puoi recuperare tutta la spiegazione nel nostro articolo dedicato al mulino di Bellori.

Foliage di ciliegi a Rosaro di Valpantena

LE PRIME MALGHE

Con la produzione del formaggio nascono i primi casoni in parte in muratura e in parte in legno. Il tetto invece era fatto di paglia per resistere alla neve. Questo era l’aspetto delle prime malghe, solitamente composte da due stanze: un locale dove si lavorava il formaggio e uno con la funzione di deposito. Proprio in Lessinia Malga Malera è stata una delle prime malghe.
Da qui però nasce il problema della conservazione del formaggio. Nasce così anche il baito (se ti sei perso che cos’è recupera leggendo questo articolo), con lo stesso fine della malga: produrre e conservare il formaggio. Nascono anche le prime cooperative: ognuno riceveva la quota di latte in base al numero di mucche in suo possesso e di cui aveva consegnato il latte.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LA GHIACCIAIA

Le prime ghiacciaie nascono per la necessità di conservare il cibo. Ma prima dell’avvento delle ghiacciaie dove si conservava il cibo? Il posto migliore erano le grotte, ad esempio il covolo di Camposilvano nei pressi di Velo Veronese. 
Ma con lo sviluppo della produzione del formaggio in zona nascono le prime ghiacciaie di malga per conservare burro, latte e formaggi. Erano di dimensioni molto piccole, costruite a botte e la produzione di ghiaccio diventa un’attività importante per la zona. Proprio qui nascono i primi ghiacciai commerciali, all’epoca nevicava molto di più e a quote anche più basse di quanto purtroppo non faccia oggi.
Le pozze che si utilizzavano in estate per abbeverare il bestiame, in inverno ghiacciavano. Si tagliava a lastre il ghiaccio e tra uno strato e l’altro si inserivano delle foglie per non farle attaccare. Questa attività è stata prevalente in Lessinia e in Valpantena fino alla prima metà del Novecento.
La prima fabbrica di ghiaccio di Verona nacque nel 1911 in Basso Acquar, vicino all’attuale fiera. La cupola della fabbrica del ghiaccio venne inaugurata nel 1932 dal padre di Galeazzo Ciano che all’epoca era ministro nel governo fascista.
Lentamente il ghiaccio della Lessinia non è più necessario per la città, in quanto può essere prodotto industrialmente e senza più problemi di trasporto. I cosiddetti “giassaroli”, coloro che si occupavano del ghiaccio, si reinventano come cavatori nelle cave di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più in su ma anche come scalpellini.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LE STRADE DEL GHIACCIO E DEL LEGNO

Ok, non c’erano più problemi di trasporto grazie alla nuovissima e industrialissima fabbrica del ghiaccio in città. Ma prima come si faceva? Perché le ghiacciaie erano concentrate proprio tra Lessinia e Valpantena?
Qui non c’erano strade ma solo vaj che creavano la direttrice verso montagna. Ma abbiamo già visto qui come attraverso i vaj si passasse solo a dorso di mulo e non con i carretti. Con l’incremento di attività legate al trasporto del legname e del ghiaccio si crea la necessità di strade.  Nascono così la via “tedesca” (o “granda”) che tagliava la Val Squaranto da Mizzole e la via “carbonaia” per portare a Verona il carbone.
Si crea inoltre la strada del “legname”, la via “degli alpeggi” in Val Fraselle e la strada “delle ghiacciaie”.
La strada “delle ghiacciaie” parte da Bosco Chiesanuova e prosegue per Lughezzano fino a Bellori. Ma ad essere favorite sono le zone più basse come la Valpantena perché anche lì si forma il ghiaccio e sono più vicine alla città.
Il ghiaccio dalla Lessinia andava anche fino a Monaco di Baviera, la produzione di ghiaccio era un’attività davvero importante per la zona!
Ciò ovviamente non valeva per i ricchi che in zona avevano le loro ville fuori città, in quanto ogni villa disponeva della sua ghiacciaia adatta alla conservazione degli alimenti.

LOCALITA’ PRAOLE

La passeggiata prosegue verso località Praole il cui nome deriva da “pratolum”, ossia piccolo prato. Anche questa radura è nata dai disboscamenti die poca medievale, quando le foreste furono sacrificate perché servivano aree da adibire ad alpeggio.
Qui si trovava qualche appezzamento della famiglia Orti che abbiamo conosciuto all’inizio di questo articolo, ma pochi terreni di nobili. Anche questa contrada, come molte altre in zona si sta spopolando. Pensate che nel 1923 c’erano 164 abitanti, ora ce ne sono solo una sessantina. La chiesa di Praole risale a metà dell’Ottocento ed era il primo edificio che si incontrava entrando in questa località. La sacrestia in passato era utilizzata anche come piccola scuola elementare. 
La chiesa di Praole è dedicata a San Rocco, rappresentato con la conchiglia del pellegrino, un bastone, un cane e un tozzo di pane. San Rocco nacque a Montpellier da una famiglia di nobili. Decide di lasciare tutti i suoi beni per recarsi in pellegrinaggio a Roma, dove incontra un’epidemia di peste. Mentre tutti gli altri pellegrini fuggono e tornano a casa, lui decide di restare per dedicarsi agli altri. Purtroppo lui stesso si ammala ed è costretto a nascondersi in un bosco perché in quanto appestato nessuno lo vuole aiutare. Lo aiutò un angelo facendogli incontrare un cane che ogni giorno gli portò del pane fino alla sua guarigione.

Passeggiata a Rosaro di Valpantena

CONTRADA PREMAGRI E LE FONTANE

La nostra passeggiata si conclude in contrada Premagri che si trova sotto il comune di Cerro Veronese.
Per risalire a Rosaro di Valpantena si incontra la Fontana Vecia (vecchia fontana), dove un motorino permetteva di tirare l’acqua dalla fontana al paese. Con l’avvento dell’AGSM a Verona alla fine degli anni Settanta fu poi vietato estrarre l’acqua da un acquedotto diverso da quello comunale.
Incontriamo inoltre la Fontana del Valen dove le signore di Rosaro scendevano a lavare i panni.

Speriamo che anche questo articolo alla scoperta delle tradizioni del nostro territorio vi sia piaciuto, ci vediamo presto con il prossimo!