Una visita al Riparo Tagliente

Oggi andiamo a fare una visita virtuale a un sito preistorico nella provincia di Verona che pochissimi conoscono: il Riparo Tagliente.
Come dice il nome, qui si riparavano gli uomini preistorici, e in effetti si tratta di un riparo roccioso molto ampio.

IL RIPARO TAGLIENTE

Visitare il Riparo Tagliente per noi profani dell’archeologia è stato super interessante! Abbiamo imparato molte cose che nemmeno immaginavamo. Ad esempio ci sono dei cavi che scendono dal soffitto, sapete perché? Servono a dare le coordinate esatte del posto in cui si trova un reperto. Sono appesi a una grande griglia di cavi sul soffitto che forma il perfetto piano cartesiano da cui stabilire le coordinate dello scavo. Inoltre è possibile risalire alla posizione di un reperto grazie ai numeri segnati sul terreno che suddividono i vari strati.

LA PREISTORIA IN VALPANTENA

Da tanti anni l’Università di Ferrara lavora nelle aree europee più interessanti per gli scavi che riguardano il periodo del Paleolitico e le epoche successive fino al Neolitico antico.
Oltre che al Riparo Tagliente troviamo tracce importanti dei nostri antenati preistorici anche alla vicina grotta di Fumane.
Ma perché l’uomo preistorico si stabilì proprio in Valpantena? Questa zona prealpina era ricca di materie prime fondamentali per la sopravvivenza: flora, fauna, selce. Qui agli uomini preistorici non mancava proprio niente! E poi vicino scorreva il progno di Val Pantena che all’epoca doveva essere ben più grande e ricco d’acqua rispetto al ruscello che è oggi. La sua presenza è testimoniata da ciottoli levigati, le classiche pietre lavorate dall’acqua.

cosa raccontano GLI STRATI DEL TERRENO

Durante una visita al Riparo Tagliente si può vedere chiaramente come gli strati del terreno si sono formati nel corso dei millenni. Il terreno cambia composizione di strato in strato e la cosa più affascinante è stata capire tutto ciò che, solo osservando il suolo, gli archeologi possono scoprire sul nostro passato. Gli strati si sono modificati principalmente in base al clima e alla frequentazione dell’uomo. Sono soprattutto argilla e limo a indicarci il clima, a cui si aggiungono le placchette di calcare che, nel tempo, si sono staccate dalle pareti del riparo per effetto del gelo e disgelo ed anche i grandi massi rocciosi, forse anche a causa di eventi tellurici. Si può notare che il terreno cambia colore o composizione, alcune volte gli strati sono più evidenti e altri meno. E negli strati si trovano materie prime o selci scheggiate in modo diverso che ci aiutano a capire come vivevano gli uomini preistorici e come si sono evoluti i loro comportamenti nel corso del tempo. Questi strati possono durare un giorno come diecimila anni e possono variare all’interno dello scavo (non sono perfettamente lineari e sempre alti uguale, sarebbe troppo facile così!)
Per riconoscere più facilmente i vari strati sono stati individuati dagli archeologi utilizzando delle placchette con dei numeri.
Datare i reperti invece è più facile: si usano metodi chimico-fisici come la datazione al carbonio-14.
Lo strato più antico del Riparo Tagliente risale a 50.000-60.000 anni fa.

LA SCOPERTA DEL RIPARO TAGLIENTE

Come tutte le migliori scoperte, anche il Riparo Tagliente è stato trovato per una casualità! Un appassionato di archeologia, tale Francesco Tagliente, nel 1958 scopre un riparo chiuso da sedimenti e con solo una piccola fessura per accedervi. La valle una volta era completamente coltivata a frutteto, totalmente diversa da come la vediamo oggi.
Il signor Tagliente entra ma si accorge ben presto che qualcosa era stato portato via. Nel Medioevo presumibilmente qualcuno aveva svuotato la parte interna del riparo.
Ma non si perde d’animo e, cercando, trova diversi utensili e reperti. Contatta così il Museo di Storia Naturale di Verona e nel 1962 partono i primi scavi.
Si inizia a scavare al centro una trincea che servirà per esaminare la stratigrafia del sito dall’esterno all’interno.
Nel 1967 le ricerche passano in mano all’Università di Ferrara attraverso il professor Leonardi, fondatore dell’Istituto di Geologia dell’università di Ferrara.

I PRIMI SCAVI

Dall’inizio degli anni Settanta si inizia a scavare verso la zona interna del riparo. Ripulendo la parete si trovò un osso umano, appartenente al bacino. Si decise così di aprire la zona sud per far emergere la sepoltura, il cui scheletro si può oggi vedere al Museo di Storia Naturale di Verona. Se però volete restare in zona, al Museo Preistorico e Paleontologico di Sant’Anna d’Alfaedo potete vedere il calco di questo scheletro (oltre a molti altri reperti provenienti dal Riparo Tagliente).
Si tratta dei resti di un uomo di 20 anni, la cui sepoltura risultava “chiusa” da massi in calcare.
Ma non è l’unica traccia umana rinvenuta al Riparo Tagliente. Qui gli archeologi hanno scavato e trovato denti di uomo di Neanderthal e la falange di un giovane individuo.
Attorno agli anni 2000 si è iniziato a scavare anche nella parte più interna, sebbene la zona fosse stata “inquinata” dalla presenza medievale che ha fatto sparire gran parte di ciò che poteva esserci nel Riparo Tagliente.

GLI UOMINI PREISTORICI

Il Riparo Tagliente era molto utilizzato dagli uomini nel periodo epigravettiano, tra circa 17.000 e 13.500 anni fa.
Attorno al 17.000 a.C. infatti iniziarono a rientrare gruppi di umani all’interno dell’arco alpino. Prima si erano allontanati a causa di un picco glaciale che rendeva impossibile la vita degli uomini e della flora e fauna di cui si nutrivano.
Ci sono testimonianze che l’uomo preistorico sapeva macellare gli animali e accendere focolari. Ce ne sono diversi che venivano aperti, poi chiusi e poi riutilizzati.
Ma qui al Riparo Tagliente gli uomini non vivevano isolati. Sono stati rinvenuti elementi in Scaglia Rossa marchigiana, segno che c’erano dei contatti con altre tribù a sud del Po.
L’uomo era stanziato qui quasi tutto l’anno, ma più frequentemente nei periodi invernali.
Grazie agli scavi abbiamo molte informazioni su come viveva qui l’uomo preistorico, ma non solo! Gli archeologi studiano anche la fauna, fondamentale per comprendere il clima del periodo e la dieta dei nostri avi.
Pare che anche diversi animali abbiano usato il Riparo Tagliente come tana, e un resto di tana di un animale (presumibilmente un tasso) è ancora oggi visibile.
Gli archeologi riescono a dedurre tutto ciò solo studiando il terreno e i reperti, non è incredibile?

LO STATO attuale DEL SITO

Il Riparo Tagliente al momento non è nella sua migliore forma, diciamo così. Purtroppo il tetto è piuttosto malandato e i lavori di manutenzione non si possono fare per problemi burocratici. Al momento l’intero sito è ricoperto di teli che gli studiosi tolgono solo nel momento in cui vanno a visitare lo scavo.
Solo in un piccolo sondaggio interno si è scavato fino in fondo, ossia si è arrivati ad un livello che viene definito “sterile”, dove non c’è più nessuna traccia da ricercare, né nel terreno né come reperto. Ma tutto il resto del sito resta ancora in gran pare da scavare e ci sono metri e metri di sedimenti, e lavoro per generazioni di archeologi!

IL FUTURO DEL RIPARO TAGLIENTE

Al Riparo Tagliente si arriva in 5 minuti di automobile dal centro di Grezzana, un paese a nord di Verona. Non c’è molto spazio per parcheggiare.
Il sito è in corso di studio da parte dell’Università di Ferrara ma dal 2013 non si può più scavare per continuare a scoprire i segreti di questo luogo ricco di (prei)storia!
Purtroppo una serie di problemi burocratici impediscono agli archeologi e ai giovani studenti di fare pratica sul terreno, con grandi perdite sia per la conoscenza che per il territorio.
Il sito non è normalmente visitabile da parte del pubblico, finchè non sarà possibile sistemare la struttura di copertura per proteggerlo e renderlo sicuro.  Per questo ringraziamo Elisabetta, la Pro Loco di Grezzana e l’Università degli Studi di Ferrara per averci dato la possibilità di organizzare una visita al Riparo Tagliente.
Ci auguriamo che in futuro il sito possa essere rinnovato e che gli scavi possano riprendere con grinta e curiosità! E che, magari, ogni tanto venga data la possibilità al pubblico di fare una visita al Riparo Tagliente per conoscere questo luogo ancora sconosciuto della nostra provincia.

Cà Verzini – Birre artigianali dal produttore al consumatore

Bentornati sul nostro blog dopo la pausa estiva! Oggi siamo qui perchè abbiamo due notizie, una bella e una brutta.
La brutta notizia è che le ferie sono finite, la bella è che si possono prolungare, almeno per un pomeriggio, se seguite il nostro consiglio per un’ottima degustazione di birre.
Andiamo a Cellore, a pochi km a nord-est di Verona dove pian piano le colline diventano ricche di vigneti e di sole. Qui si trova Cà Verzini dove si possono trovare ottime birre artigianali direttamente dal produttore al consumatore.

CA’ VERZINI

Proprio a Cellore due fratelli, Alessio e Filippo, hanno deciso di creare un birrificio agricolo, un posto dove si sorseggia la birra direttamente dal produttore al consumatore, ma sul serio e non solo come slogan.
Pensate che l’area adibita alla produzione della birra si trova proprio di fronte al portico sotto al quale avvengono le degustazioni.
Tutto è nato per gioco: cosa fare nelle lunghe sere invernali? Mentre noi al massimo litighiamo giocando a Uno, 13 anni fa Alessio e Filippo hanno deciso di provare a fare la birra fatta in casa.
Pian piano il gioco di due fratelli si è fatto serio e la passione ha preso il sopravvento: da quel momento hanno lavorato alacremente per cercare la birra perfetta, con tanti tantissimi test e giornate di lavoro.
Ora Ca’ Verzini è il posto dove la birra è prodotta, venduta e bevuta, ma la trovata anche in numerosi risotranti, enoteche e locali di un certo livello. È qui che ogni giorno si lavora a qualcosa di nuovo per sorprendere la clientela.

LA PRODUZIONE

Ca’ Verzini è un vero e proprio birrificio agricolo indipendente, ma cosa significa? Significa che ogni step, dalla produzione all’imbottigliamento, è costantemente direttamente controllato per garantire sempre la migliore qualità.
Proprio di fronte all’atrio dove si svolge la degustazione si trova la zona di produzione e Ca’ Verzini ha una particolare filosofia che è stata la chiave per il successo: fare piccole produzioni ma costanti.
Poca produzione alla volta, sia per essere flessibili in base alle richieste del mercato, sia perchè i prodotti sono davvero senza conservanti, senza additivi, senza CO2. Qui trovate pura e semplice birra, se osservate la scadenza sulle bottiglie non sarà mai superiore ai 12 mesi dalla data di produzione.
Dopo la produzione bisogna aggiungere i tempi di fermentazione (2-3 settimane), l’imbottigliamento (altre 2-3 settimane), una settimana di rifermentazione e poi il prodotto finisce nella cella del freddo prima di essere pronto per la nostra degustazione.
Una curiosità: se una birra supera i 10 gradi non ha bisogno della data di scadenza in quanto l’alcool stesso la conserverà.
Ma come è stato scelto però il luppolo con cui fare le birre? Niente è lasciato al caso e la ricerca della migliore qualità a partire dal terreno è l’imperativo categorico di Ca’ Verzini. Dopo accurate analisi del terreno sono infatti stati scelti e testati i luppoli migliori, ne sono stati scelti due che potete osservare di fianco al cancello di entrata.

L’IMBOTTIGLIAMENTO

A proposito di bottiglie, qui tutto è made in Italy e fatto in casa incluso l’imbottigliamento e l’etichettatura. E se state pensando “allora saranno i classici bottiglioni alla buona, quelli da vino alla spina” vi possiamo garantire che non è assolutamente così. Il vetro delle bottiglie è di prima qualità, il colore è scuro per garantire che la luce non influenzi la qualità del prodotto e l’etichetta riporta il logo stampato con lamina di rame. Inoltre anche la colla è di un certo livello e fatta apposta per non staccarsi con il ghiaccio.
Essendo tutto fatto in casa, se osservate le etichette scoprirete che nessuna è uguale all’altra, ci sarà sempre quel millimetro di differenza a garantire che qui tutto è fatto artigianalmente dai mastri birrai.

LE BIRRE

Le birre di Ca’ Verzini sono frutto di anni di studio e di sperimentazioni. Regolarmente si trovano anche edizioni stagionali che a volte hanno avuto così successo da diventare ormai dei cavalli di battaglia per il birrificio. Ci sono diverse linee: quella per i ristoranti di livello medio-alto, quella per le enoteche e la linea di IPA più giovanile e colorata.
Noi abbiamo degustato 5 birre e ci sono state servite versando poco per ciascuno, alternando più volte i bicchieri. Ciò serve per evitare che il lievito depositato sul fondo renda una birra troppo limpida e una troppo torbida. Ve l’avevo detto che qui ogni dettaglio è studiato.
Abbiamo iniziato con una birra molto easy, una golden fresca e perfetta per l’aperitivo. Il suo gusto lo si può definire: pomeriggio estivo con retrogusto amaro (ecco, come una domenica di sole ma sapendo che lunedì mattina si lavora).
In seguito si passa a una fresca blanche dal colore giallo opalescente, perfetta da abbinare a carni bianche, pesce e pizza.
Dopo la blanche abbiamo assaggiato la IPA, una birra recente tendente al nero con toni tropicali e una schiuma corposa.
Si passa poi all’ambrata brown ale doppio malto, ideale da sorseggiare con la carne alla brace.
Per concludere c’è una tostissima dark stong ale che fa 10,5 gradi, ottima con il cioccolato fondente o il formaggio stagionato. Attenzione a non gustarla troppo fredda e ricordate che questa una bottiglia intera potrebbe essere troppo, dividetela!

Vi ricordiamo che tutte queste birre sono senza coloranti, senza conservanti, senza CO2. Se è tutto naturale come mai le birre hanno colori diversi? Beh, dipende dalla percentuale degli orzi utilizzati e da quanto sono stati più o meno tostati.

LA DEGUSTAZIONE

Vabbè, bello tutto, ma sarà una cosa super costosa, fanno tutto a mano, le birre sono di prima qualità, non è roba da poracci.
E invece vi sbagliate di grosso: la degustazione costa 11€ con 5 birre e tutte le spiegazioni dei prodotti, della storia dell’azienda, della filosofia che sta dietro al marchio e soprattutto le curiosità che vi racconteranno Alessio e Filippo sulle loro produzioni.
Si può anche scegliere di assaggiare solo una birra fresca tra quelle di cui vi abbiamo raccontato prima oppure potete abbinare un tagliere di salumi e formaggi del territorio.
Vi assicuriamo che tutti i prezzi sono #poracciapproved
Prendetevi un paio d’ore e assaggiate tutte e 5 le birre con calma, ascoltate la passione con cui vengono raccontate e, se siete convinti, acquistate qualche bottiglia per le vostre serate casalinghe.
E se volete ringraziarci del consiglio portate una birretta anche a noi!

Vuoi avere più informazioni su Cà Verzini ed essere sempre aggiornato? Visita la pagina Facebook o Instagram per non perderti nessuna novità!

IL CONSIGLIO DI LUI

Attenzione alla birra ambrata: l’ho assaggiata e poi l’ho dovuta comprare perchè non potevo più immaginarmi senza!

IL CONSIGLIO DI LEI

Prendetevi il tempo per godervi un pomeriggio estivo, sorseggiare le birre in questa location rustica ma nel contempo elegante, un posto assolutamente dove andare!

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle

Benvenuti all’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Oggi vi portiamo alla scoperta di un luogo davvero particolare a pochi km dal centro di Verona, un pantheon che testimonia il passato della Valpantena e la cui storia è strettamente collegata all’acqua.

Ma partiamo dall’inizio…

La Valpantena: zona di acqua (e di vino!)

L’ipogeo si trova a Santa Maria in Stelle, a 10km a nord di Verona. In questa zona si apre la Valpantena, terra conosciuta dai tempi degli antichi romani per le numerose sorgenti di acqua che hanno reso possibile sin dalla Preistoria l’insediamento umano. Gli antichi romani hanno canalizzato l’acqua per irrigare i campi, soprattutto vigneti, da cui sono nati i celebri vini della zona. Pare infatti che i vini inviati a Giulio Cesare provenissero proprio dalla Valpantena.
Nel I secolo d.C. l’imperatore incarica la famiglia Pomponia di seguire i lavori per l’acquedotto, vista la ricchezza idrica della zona. Decisero di incanalare la sorgente che sgorga a 11 metri di profondità, ma è nel III secolo d.C. che inizia la storia del nostro ipogeo.

In quel secolo Publio Pomponio Corneliano prese in mano i lavori dell’acquedotto. Fece interrare l’acquedotto e creò un ninfeo per venerare e ringraziare di tanta abbondanza le ninfe, dee dell’acqua.
L’acqua ha creato però non pochi problemi al pantheon di Santa Maria in Stelle. Nel corso dei secoli la pioggia e i detriti hanno invaso più volte lo spazio sotterraneo e fu solo don Vincenzo Stevanelli che nell’Ottocento decise di girare l’ingresso dell’ipogeo. In questo modo i detriti scendendo dal monte non entravano più direttamente nel tunnel, preservando i capolavori storici e artistici nascosti sotto al terreno.

Siamo pronti a scendere dalle scalette a destra della chiesa di Santa Maria in Stelle e avventurarci nell’ipogeo?

Scalinata di ingresso all'ipogeo di Santa Maria in Stelle

L’IPOGEO di santa maria in stelle

Si scendono gli scalini e ci dà il benvenuto un personaggio togato: lo ha piazzato qui don Vincenzo Stevanelli per ricordare Publio Pomponio Corneliano. Se si osserva la statua si nota subito che le mancano i piedi. Per trovarli occorre proseguire e nella prima stanza si trovano a sinistra. In questa piccola sala si nota anche la porticcina che guida alla sorgente e, facendo silenzio, si sente distintamente il rumore dell’acqua poco distante da noi.

Si segue un tunnel lungo 18mt dove proprio a metà troviamo un Chrismòn, una croce paleocristiana che sancisce il passaggio da ninfeo pagano a luogo di culto paleocristiano.
Sempre grazie all’abbondanza di acqua questo luogo fu usato come battistero e pare che anche il santo patrono di Verona, San Zeno, si recò in queste zone per visitare l’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
Alla fine del tunnel si apre la sala dove si celebravano i battesimi, mentre ai lati si trovano due sale laterali che furono usate per il catechismo.
Queste sale infatti sono ricche di racconti biblici, utilizzati per educare al cristianesimo persone analfabete che qui si riunivano per pregare e studiare, prima di ricevere il sacramento del battesimo.
Già nella sala centrale vediamo i primi affreschi: San Daniele nella fossa dei leoni e un Cristo benedicente.

Purtroppo anche qui sotto l’acqua nel corso del tempo ha fatto i suoi danni: l’umidità ha rovinato gli affreschi e solo con un restauro accurato negli anni Sessanta si sono recuperati i colori degli affreschi.

affresco Cristo benedicente ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CELLA SUD

Entrando nella sala di destra, la cella sud, troviamo una stele di epoca romana, recuperata da un vicino cimitero che sorgeva nella valle.
Questo ceppo ricorda la figlia adottiva di Publio Pomponio, morta prematuramente e nel corso del tempo la stele svolse la funzione di altare. Nel 1317 la stele è stata rovesciata per farle perdere le origini pagane ed fu benedetta per diventare cristiana. Venne inoltre inciso che chiunque si occupi della manutenzione del sito avrebbe avuto l’indulgenza plenaria. Più sotto si notano scritte di epoca carolingia, a testimonianza che qui ogni epoca ha lasciato il proprio segno.

Dietro la stele è rappresentato un affresco della Natività, ma ora concentriamoci un attimo sui muri di questa sala, oltre gli affreschi che la adornano.
Ci sono alcuni piccoli buchi scavati nella roccia, come dei piccoli buchi nel muro. Questi sono stati creati per appoggiare le candele e illuminare il luogo. Se oggi la guida ha un tablet per regolare l’illuminazione moderna, non era così nei secoli passati.

Se osserviamo più da vicino il muro possiamo notare numerosissimi graffiti: qui i pellegrini nel corso dei secoli hanno lasciato la loro traccia. Pensate che c’è addirittura la firma di un pellegrino inglese!

stele romana ipogeo di Santa Maria in Stelle

la cella nord

Spostandoci ora nella cella nord possiamo vedere numerose scene tratte dall’Antico Testamento, tra cui la strage degli innocenti, Gesù che si reca a Gerusalemme a dorso di un asino e Gesù che dona i rotoli della legge. Questi rotoli sono rappresentati anche sulla volta, creando un effetto prospettico di rara bellezza. Così raro che non si conoscono motivi simili in altri luoghi, una decorazione unica dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Tutti questi affreschi e le decorazioni sono state fatte da pittori diversi in epoche diverse, rendendo il luogo un concentrato di arte e di storia.

Possiamo anche ammirare delle signore vestite in fogge orientaleggianti, segno che c’era già stato qualche contatto con civiltà extra europee! E altri contatti li ritroveremo poi nella chiesa.
Se osserviamo la volta dipinta davanti ai rotoli della legge di vari colori, possiamo ammirare una volta celeste con stelle bianche e gialle. Ricordatevelo perchè tra poco vediamo cosa significa…

Il pavimento di queste sale una volta era tutto decorato a mosaico, ben visibile nella cella nord, un po’ meno in quella sud.

cella nord ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CHIESA

L’ipogeo si trova sotto la chiesa di Santa Maria in Stelle, dedicata a Maria Assunta. Nel pavimento della chiesa ci sono 3 fori: potete provare a sbirciare ma riuscirete solo ad intuire la struttura del pantehon sottostante. La prima struttura della chiesa risale al IX secolo ma nel corso del tempo fu ricostruita due volte, a causa di violenti terremoti.

Entrando si nota un affresco con dei limoni: i limoni sono un elemento spesso presente nelle decorazioni delle chiese di campagna.
Si possono vedere altri affreschi, tutti di artisti diversi, e sotto lo strato attuale ci sono ancora affreschi di epoche passate.
Ma l’affresco più interessante si trova sul soffitto del coro e rappresenta dei personaggi con dei copricapi precolombiani, segno che l’America era stata scoperta da poco quando fu affrescata questa porzione della chiesa nel 1532.

Vi consigliamo di fermarvi a visitare la chiesa prima o dopo la vostra visita all’ipogeo.

chiesa di Santa Maria in Stelle

I DINTORNI

Attorno al piccolo borgo di Santa Maria in Stelle si snodano numerosi sentieri panoramici.
Pensate che proprio qui in Valpantena c’era anche una big bench (avete presente le panchine giganti?), poi rimossa a causa di atti vandalici.
Scegliete il percorso che preferite (facile, medio o difficile), valutate il tempo a vostra disposizione e le vostre passioni (preferite attraversare piccoli borghi o perdervi nei campi di lavanda?) e partite per una giornata all’aria aperta. E poi fermatevi per una visita all’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
A proposito di questo borgo, ricordate la volta celeste della cella nord dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle? Pare che sia proprio quella a dare il nome al paese, mentre altri sostengono che derivi da “stele”, per il vicino cimitero romano di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più su.
campanile di Santa Maria in Stelle

COME VISITARE L’IPOGEO

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle si può visitare solo tramite visita guidata. Vi consigliamo di visitare il sito dell’ipogeo per avere tutti i contatti e le informazioni per pianificare al meglio la vostra visita.
Attenzione: possono entrare massimo 4 visitatori contemporaneamente, quindi se andate in gruppi numerosi dovrete organizzarvi di conseguenza.
Ah, non dimenticate una felpa: sottoterra fa freschino…
L’ingresso è gratuito ma è richiesto un piccolo contributo volontario destinato al mantenimento dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
È un luogo pregno di storia e spiritualità, un ambiente così non l’avevamo mai visto, vale assolutamente la pena organizzare una visita quaggiù!
Ringraziamo la nostra guida Elisabetta e il gruppo GVI – Giovani Volontari Ipogeo per la disponibilità, grazie!

La fontana di Sommavalle

Siete alla ricerca di una passeggiata domenicale facile, vicino al centro di Verona e, considerato il periodo, anche non troppo affollata? Oggi vi portiamo sulle Torricelle, le colline appena fuori Verona. Faremo una passeggiata fino alla fontana di Sommavalle, tra storia, natura e meravigliosi panorami sulla città.

LE TORRICELLE

Le colline appena a nord del centro storico di Verona si chiamano Torricelle perché qui passava la cinta muraria della città ai tempi degli austriaci che costruirono delle piccole torri di guarda. Le torricelle appunto.
Dalle Torricelle ci sono due punti particolarmente panoramici da cui è possibile ammirare Verona dall’alto.
Il primo è sicuramente il terrazzo più noto di Verona: Castel San Pietro. Da qui, proprio sopra al Teatro Romano, il panorama spazia fino ad abbracciare completamente la città e perdendosi nella pianura padana. Dicono che quando non c’è foschia si possano vedere addirittura gli Appennini, ma noi non siamo mai riusciti a scorgerli quindi non ve la vendiamo per buona.
Il secondo luogo dove recarvi per un panorama forse meno scenografico ma altrettanto suggestivo è il santuario della Madonna di Lourdes. Qui il grande vantaggio è di avere pochissime persone intorno, è il luogo ideale per un tramonto a due e poi un aperitivo nel vicino bar!

LA VITA DI UNA VOLTA SULLE TORRICELLE

Ma vediamo come andare sulle Torricelle a piedi per godersi il panorama anche da altre angolazioni più naturalistiche e meno cittadine.
Dovete sapere che alle Torricelle si può accedere da numerose stradine ricoperte di sanpietrini. Come mai queste strade sono così numerose? Beh, una volta queste colline erano abitate principalmente da contadini, da persone che coltivavano frutta e verdura e poi scendevano per venderle nei mercati cittadini. Le strade in passato erano quindi usate per scopi pratici, non per una sana camminata come facciamo oggi.
A partire dagli anni Sessanta molti contadini delle Torricelle si sono trasferiti in città (erano i tempi dei ragazzi della via Gluck), oggi la maggior parte dei campi non è più coltivata, a parte qualche uliveto e piccoli orti privati.
Al giorno d’oggi sulle Torricelle abita la Verona bene, non è raro trovare ville che potrebbero far invidia a quelle dei vip!

LA PASSEGGIATA SULLE TORRICELLE

Noi siamo saliti da borgo Trento, attraverso via Sbusa (che in dialetto vorrebbe dire “bucata”, chissà come mai si chiama così!).
Poco dopo l’inizio della salita si gira a sinistra, seguendo un sentierino che si fa sempre più stretto man mano che si sale. Si giunge così a San Mattia, dove incontriamo un bar-pizzeria-ristorante con una vista spettacolare. Ma noi proseguiamo lungo la strada principale senza farci troppo distrarre, fino ad arrivare alla vicina e pittoresca chiesetta di San Mattia.
Proseguiamo ancora lungo la strada principale, ormai la città è alle nostre spalle e davanti a noi si vedono le colline che anticipano la Valpolicella e, in lontananza, il monte Baldo. Una volta superato l’ospedale di Santa Giuliana si svolta in via Sommavalle e si segue il sentiero sulla destra che si avventura nel bosco.
Sulla sinistra invece possiamo intravedere un agriturismo che, in passato, era una struttura specializzata in punto nascita. Qui venivano a partorire le donne che abitavano sulle Torricelle, possiamo garantire che la loro vita fosse tutt’altro che comoda. Non avevano soldi, spesso non possedevano nemmeno la terra che coltivavano, ma sicuramente avevano dei panorami dal valore inestimabile.

LA FONTANA DI SOMMAVALLE

La discesa fino alla fontana di Sommavalle non è comodissima ma nemmeno difficile. State attenti a dove mettete i piedi, soprattutto se il terreno è bagnato, ma a parte questa accortezza non serve altro. Si giunge così alla fontana di Sommavalle, dove una volta gli abitanti del luogo andavano a prendere l’acqua. La mia bisnonna andava lì con il serlo (il bastone a cui appendere i secchi e che si caricava sulla spalle) e si portava poi l’acqua fino a casa, risalendo parte della collina. Non è una vera e propria fontana, è semplicemente una sorgente.
Pare che la sorgente di Sommavalle fosse conosciuta già in epoca romana, essendo situata a pochi km dal centro cittadino. Qui l’acqua sgorga da una piccola grotta, protetta da grosse grate in ferro. Scorre poi in un rivolo e prosegue la sua discesa verso la valle. Un pittoresco ponte in legno permette di attraversare il torrente, ma in realtà si può affrontare tranquillamente anche a piedi con un passo bello lungo. Non è un vero e proprio torrente, è più che altro un rivolo d’acqua.

LA DISCESA

Se volete tornare direttamente nel cuore di Verona, dopo la fontana di Sommavalle prendete il sentiero a sinistra, dopo aver superato il piccolissimo ponticello. Poco dopo svoltate a destra e seguite il sentiero in discesa tra i boschi. Anche questa discesa è piuttosto facile, seppur con un minimo di attenzione.
Seguendo il sentiero si giunge alla fine di via Marsala, nel cuore del quartiere Valdonega. Proseguendo sempre dritto arriverete a ponte Pietra, che vi farà accedere direttamente al cuore della bella Verona.
Abbiamo percorso il sentiero in autunno e i colori sono bellissimi, seppur con molte foglie ancora verdi. Il sentiero, secondo la nostra opinione, è affrontabile senza nessun problema in tutte le stagioni: in estate per sfuggire alla calura, in autunno per i colori, in inverno per fare una passeggiata senza troppo impegno e in primavera per assistere alla rinascita della natura.

IL CONSIGLIO DI LUI

Il sentiero è molto bello e fattibile anche con poco fiato, regala panorami emozionanti e un tuffo nella natura. Se siete in zona concedetevi una passeggiata diversa dalle solite.

I RINGRAZIAMENTI DI LEI

Si ringrazia per i consigli e le dritte il mio papà che mi fa sempre scoprire cose nuove e, con l’occasione, mi ha raccontato anche storie sconosciute sulla vita quotidiana dei miei antenati.

La tradizione di Santa Lucia

La tradizione più importante per la città di Verona è sicuramente la tradizione di Santa Lucia.
Questa santa, protettrice della vista, porta i regali ai bambini buoni, la notte tra il 12 e il 13 dicembre.
A Verona è più importante di Babbo Natale e della Befana! Siete curiosi di scoprire l’origine di questa tradizione?
Oggi vi raccontiamo brevemente come è nata la tradizione di Santa Lucia nella nostra città.

Le origini

Si dice che attorno al XIII secolo ci fu un’epidemia di una malattia agli occhi che colpiva soprattutto i bambini.
Per pregare contro la malattia i genitori fecero il voto di portare i bambini in pellegrinaggio alla chiesa di Santa Agnese proprio il 13 dicembre, giorno in cui si celebra santa Lucia protettrice della vista.
La chiesa di Santa Agnese, ormai demolita e scomparsa da un po’, si trovava in piazza Bra, il cuore vivo e pulsante di Verona.
I bambini però, mica erano tanto contenti di andare in pellegrinaggio, si annoiavano e facevano i capricci. Così i genitori promettevano che santa Lucia avrebbe portato loro giocattoli e dolci se fossero andati e se fossero stati bravi durante l’anno.
Di conseguenza si organizzarono anche i commercianti e da allora, nei giorni che precendono l’arrivo della santa, piazza Bra è invasa dalle vivaci bancarelle “de santa Lussia”.
I pasticceri, invece, si sono organizzati con la produzione delle tradizionali paste frolle.

 

LE BANCARELLE

Per Santa Lucia in piazza Bra ci sono le tradizionali bancarelle. Quest’anno purtroppo non ci saranno, ma vi invitiamo a prenderne nota per l’anno prossimo.
Potrete acquistare calde sciarpe, guanti di ogni colore, buffi cappelli e dolciumi. Tanti dolciumi.
I banchetti infatti sono caratterizzati da un odore di mandorle caramellate e ciambelle. Cercate di andare in un giorno feriale per evitare la folla e magari scambiare due chiacchiere con gli ambulanti, sono quelli i  momenti in cui si gode di più dell’atmosfera speciale che la tradizione di Santa Lucia porta a Verona.

PIAZZA BRA

Piazza Bra è il cuore delle bancarelle, che però si allungano anche nella vicina via Roma che vi porta dritti dritti al medievale Castelvecchio.
Questa piazza, centro e cuore pulsante di Verona, si chiama così perchè deriva dal tedesco “breit”, ossia “largo”. In effetti la piazza è grande, spaziosa e larga.
Qui potete passeggiare tra le bancarelle, fare shopping, visitare l’Arena e poi partire alla scoperta del centro storico di Verona, di cui vi parleremo un’altra volta.
Ogni anno per il periodo natalizio in piazza Bra trovate la stella che fa capolino dall’Arena. Si tratta di una struttura di metallo verniciata di banco che è altra 70 metri e pesa ben 78 tonnellate. La prima volta fu installata nel 1984 e da allora ogni anno i bambini della città si arrampicano sulle punte della stella e poi le usano come scivolo.
Anche i bambini che si arrampicano sulla stella appartengono a quell’immagine pittoresca che è piazza Bra nel periodo di Santa Lucia.
Pensate che inizialmente la stella doveva essere esposta solo un anno, in occasione della mostra dei presepi all’interno dell’Arena.

 

Santa Lucia e i bambini bravi

Ecco gli step per una perfetta santa Lucia!
1-Lasciare la letterina sul tavolo qualche settimana prima del 12 dicembre
2-Ricevere caramelle “volanti” da santa Lucia che preannunciano il suo arrivo, significa che siete stati bravi e probabilmente passerà a portarvi i regali
3-La sera del 12 dicembre lasciare un piatto di biscotti per santa Lucia, un bicchiere di vino per Castaldo (il suo accompagnatore, perchè la santa è cieca) e un bicchiere di latte o la carota per l’asinello
4-Andare a letto presto e tenere gli occhi ben chiusi. Ai bambini ancora svegli o che cercano di spiarla santa Lucia tira la sabbia negli occhi!
5-Alzarsi, trovare i regali, mangiare i dolci e stare in famiglia 🙂

IL regalo memorabile DI LUI

La prima console per videogame: Sega Mega Drive 2. Sonic mi ha fatto impazzire!

IL regalo memorabile DI LEI

La mountainbike e montagne di Barbie! E il classico piatto con paste frolle, cioccolatini, ovetti kinder, mandarini e noci, super tradizionale!