Nikko e il tifone

Nikko è un posto meraviglioso. Almeno per quello che siamo riusciti a vedere oltre gli scrosci incessanti di pioggia.

Il viaggio

Da Tokyo, Nikko dista quasi 3 ore, si va verso nord ovest, verso le montagne dell’interno. Prima ci siamo spostati con uno shinkansen e poi con un trenino regionale. Sul trenino la nuvoletta di grigio che ci accompagnava da Tokyo si è trasformata in pioggia leggera, poi in pioggia un po’ più forte e poi in muro di pioggia. Vista la situazione, invece di farci una bucolica passeggiata per raggiungere la zona con i templi più importanti, ci siamo procurati un biglietto giornaliero del bus. E meno male perchè nel frattempo si era levato anche un vento caldo che ci portava via.

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Rinnoji

A Nikko abbiamo vistato 2 templi: Rinnoji alla mattina e Toshogu al pomeriggio. Si tratta di edifici risalenti all’ottavo secolo e che sono patrimonio mondiale dell’UNESCO.
I templi in realtà, come abbiamo già detto, non sono costituiti da un solo edificio come le nostre chiese. Si estendono su un’area ben più ampia, costellata da diversi edifici, religiosi ma anche funzionali per la vita monastica.
Rinnoji era in ristrutturazione, diciamo che l’abbiamo usato più che altro come riparo per fermarci a osservare la cartina e decidere le prossime mosse. Comunque è un tempio ricco di storia e di decorazioni preziose anche se la cosa che ci ha colpito di più è la fusione quasi naturale di questi templi con la natura che li circonda.

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La salvezza

Noi poveri illusi poracci in tour, continuavamo a ripeterci:”E’ da ore che piove, adesso vedrai che cala”. Sì, come no. Hello dai poracci e dalla pioggia che non cala:

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Dopo il primo tempio, visitato di fretta perchè ormai eravamo fradici, ci siamo incamminati, spinti dal vento, verso il paese alla ricerca di un pasto caldo. Deserto. Non si vedeva un’anima viva. Solo noi e qualche altro turista capitato nel posto giusto nel giorno sbagliato. Finalmente è spuntato il classico “accalappiaturisti” con i volantini per le offerte di un ristorante giusto dietro l’angolo. Di solito odiamo queste cose ed evitiamo accuratamente i ristoranti “accalappiatori”, ma in questo caso ci è sembrata una manna dal cielo!
Brodo caldo e tanto tè verde bollente ci hanno salvati!

Toshogu

Non potevamo restare al ristorante tutto il giorno, ci eravamo fatti un viaggio di quasi 3 ore e bisognava visitare! Così siamo usciti, sotto pioggia e vento, alla ricerca di un autobus per Toshogu.
Dalle foto che ci proponeva la nostra guida sembrava così bello spostarsi per Nikko a piedi, nella natura, tra un tempio e l’altro…
Toshogu è un tempio ricchissimo di oro, decorazioni, intarsi, oro e ancora oro. Ovunque statue di tigri, draghi ed elementi naturali. Anche questo bellissimo tempio non ce lo siamo goduti come avremmo voluto, purtroppo. Come sapete per visitare i luoghi sacri (o meno) in Giappone fanno togliere le scarpe, peccato che il pavimento fosse bagnato per la gran pioggia. Così quei pochi millimetri di calza che erano restati asciutti si sono bagnati. Che giornata sfigata…

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Il ponte rosso

Altro simbolo di Nikko è il ponte rosso (da noi purtroppo visto solo dal finestrino del bus e quindi ogni foto è venuta malissimo). Si dice che uno dei fondatori di questo centro monastico raggiunse l’area dal lato opposto del fiume, facendosi trasportare da due serpenti. In seguito poi venne costruito in memoria questo piccolo e fiabesco ponticello rosso, di cui vi invitiamo a cercarvi una foto su Google.

Vi consigliamo una visita a Nikko

In una giornata di sole! Con i raggi che riflettono l’oro dei templi accecandovi!
Noi comunque ci siamo divertiti, ci siamo fatti grasse risate pensando a quanto eravamo stati sfigati e a quanto dovevamo far ridere quelli che ci vedevano. Ah no, anche loro erano messi come noi :p

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Per tornare a Tokyo abbiamo avuto il primo ritardo al treno regionale, di un’ora. Arrivati alla stazione del cambio, già in area urbana a Tokyo, il secondo ritardo. Lo shinkansen è infatti partito con DUE minuti di ritardo, i giapponesi erano agitatissimi!
Tornati in città scopriamo che c’era stato un tifone che si era mosso verso nordo-ovest (dove eravamo stati noi tutto il giorno praticamente), l’hanno chiamato Mindulle. Ecco, Mindulle, ora sappiamo anche il tuo nome per ringraziarti per aver rovinato la visita in un luogo incantato! E grazie per le risate 🙂

A Nikko non abbiamo nemmeno fatto tante foto perchè anche la macchina fotografica ormai era fradicia.

Ma se volete un gossip, Masaru Ibuka (uno dei due fondatori della Sony) è nato a Nikko.

LUI A NIKKO

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LEI A NIKKO

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Miyajima e il Torii che spunta dal mare

Lo stesso giorno in cui siamo stati a Hiroshima siamo andati anche a Miyajima, poco più a sud (ma sempre vicinissimo grazie ai treni giapponesi!). Avete presente il torii rosso che spunta dal mare, una delle tante cartoline dal Paese del Sol Levante? Ecco, quella è l’isola di Miyajima.

Recarsi sull’isola è facile e rapido, con un Japan Rail Pass, in quanto anche i traghetti appertengono alla linea JR. Inutile dire che era il classico traghetto pieno di turisti, tutti accalcati per fotografare il torii. Adesso è a 800m, adesso a 750, adesso a 625, volete non fargli una foto per ogni metro di avvicinamento? Comunque è stata una piacevole gita in barca, soprattutto perchè in Giappone faceva un caldo indicibile (alle 9 della mattina eravamo già a 35 gradi!)

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L’isola

Dal traghetto si saliva e scendeva in modo rapido e ordinato, in vero stile giapponese. Nessuno che spinge, nessuno che corre, un paradiso!
Sull’isola ci hanno subito accolti un branco di dolci cerbiatti. Questi animali sono sacri per lo shintoismo e si aggirano liberamente per l’isola. Si fanno accarezzare, coccolare, si avvicinano alla ricerca di un biscottino o anche di una carezza. Li ritroveremo poi, ancora più numerosi, a Nara!

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Ootorii

Il simbolo di Miyajima è il torii rosso che spunta dal mare. Peccato che noi, sfigati come solo i poracci possono essere, siamo andati quando c’era la bassa marea. D’altronde l’alta marea era solo alle 9 di mattina o di sera, abbastanza impossibile da vedere per noi che eravamo di stanza a Kyoto. Nonostante la bassa marea, è una struttura  davvero imponente, di quello strano “rosso aranciato” tipico delle strutture shintoiste (ricordate Fushimi-Inari?). Incredibile era anche la calca di turisti che si affollavano sotto al torii, per una foto ricordo o per fare “toc toc” sui pilastri in legno di canfora.

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Il santuario di Itsukushima

Il grande torii appartiene alla più complessa struttura del santuario di Itsukushima. Costruito su un sistema di palafitte, quando c’è l’alta marea sembra che galleggi sull’acqua. Il santuario appartiene al patrimonio mondiale dell’UNESCO ed è composto da una serie di padiglioni, corridoi e pagode che si estendono per un’area ben più grande del solo “cuore spirituale”. Di quel santuario ricordiamo la sabbia, il colore rosso di ogni cosa e numerosissimi amuleti e portafortuna in vendita in ogni angolo. Con questo non vogliamo assolutamente dire che non ne vale la pena, anzi, l’architettura è molto particolare, si tratta di un santuario come non ne abbiamo visti altri, unico nel suo genere.

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La passeggiata

Miyajima è bella anche per una passeggiata, una sosta per bere la Hiroshima Cola (Daniele) o assaggiare delle freschissime ostriche con soia e limone (Emily). Oh, quelle ostriche! Resteranno per sempre tra i ricordi più buoni <3
Notevole è anche la pagoda a 5 piani e altre pagode minori che ogni tanto spuntano da dietro gli alberi.
Per i più coraggiosi c’è anche una funivia che porta in cima al monte, dove pare ci sia un parco con delle scimmie. Peccato non aver avuto il tempo di andare, sarebbe stato divertente.
Inoltre abbiamo letto alcuni depliant con gli eventi estivi a Miyajima: ci sarebbe da stare lì tutta l’estate ad assistere a canti dei monaci, spettacoli del teatro No, fuochi d’artificio, rievocazioni storiche e lanterne sulla spiaggia.

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Eh già, ormai era tardi, la sera abbiamo dovuto correre per non perdere gli ultimi treni veloci per Kyoto. Il telefono non prendeva, immaginate l’ansia di non sapere dove andare nè con quale treno. E soprattutto non sapere se c’era effettivamente un treno. Ma se oggi siamo qui a parlarne vuol dire che è andato tutto bene!

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LUI E LEI A MIYAJIMA

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Hiroshima e il Grande Sole

I poracci non sono scomparsi, tranquilli! Sono solo stati un po’ impegnati ma sono sempre qui 🙂
Oggi, prima che arrivi la prossima vacanza (quale? quando?), abbiamo deciso di muoverci a finire i racconti del nostro Giappotour! Altrimenti rischiamo di fornirvi informazioni ormai superate e, per ovvie ragioni, non più utili.

E via che si parte alla volta di Hiroshima!

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Facilmente raggiungibile in meno di paio d’ore di Shinkansen da Kyoto (con scalo a Shin-Osaka), Hiroshima è tristemente famosa per la bomba atomica che la devastò il 6 agosto 1945.
In treno Emily ha iniziato a leggere “Uomini senza donne” di Murakami, convincendosi sempre di più che leggerlo in Giappone è proprio un’altra cosa. Daniele invece era concentrato sui Pokemon.
Prima di recarci sul luogo dove esplose il “Grande Sole” siamo andati a visitare il castello di Hiroshima, situato al centro di un parco. Hiroshima, come tutte le città giapponesi che abbiamo visitato, ha saputo fondere magistralmente edifici tradizionali e costruzioni moderne e futuristiche.

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La cupola della bomba atomica

Vicino al punto in cui scoppiò la bomba atomica si trovava un edificio commerciale, oggi conosciuto come “Genbaku Dome”, ossia “cupola della bomba atomica”. E’ stato l’unico edificio a restare in piedi nel raggio di 3km.
“Daniele, ma quanto è distante la stazione da qui?” “2km e qualcosa”.
Avevamo camminato per solo un tratto del raggio e l’avevamo trovato ricco, zeppo, di grattacieli di varie altezze. Incredibile come i giapponesi abbiano ricostruito tutto letteralmente dalle ceneri.
La cupola ci ha lasciati spiazzati. Non era un’edificio, come quelli che magari possiamo aver già conosciuto, bombardato “normalmente”, ossia con i mattoni crollati o polverizzati.
I mattoni lì sono fusi, non ci sono macerie, c’è solo lo scheletro di un palazzo senza crepe, piegato come un legno che si deforma nel focolare. Guradando le foto di quanto fosse grande questo palazzo prima della guerra ci si è stretto il cuore: la cupola, l’unica parte restata in piedi, è solo una piccola parte di ciò che era l’intera struttura.
Le didascalie sui pannelli spiegavano che, in un solo secondo, sono evaporate (EVAPORATE!!!) 80.000 persone nel raggio dei 3 famosi km di cui sopra.

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Eravamo ancora sotto shock quando ci si avvicina un giapponese di una certa età e inizia a parlarci. In un primo momento ci siamo preoccupati e abbiamo tirato lo zaino vicino a noi: se in Italia uno sconosciuto ti avvicina in un luogo turistico (e tu sei palesemente un turista con lo zainetto e la guida in mano) di solito non ha buone intenzioni. Dopo le prime 2-3 parole in un giapponese molto stentato (il nostro) e un inglese se possibile ancora peggio (il suo) è stato rotto il ghiaccio! Non sappiamo ancora bene in che lingua ci siamo capiti, ma quando ha capito che venivamo dall’Italia si è letteralmente illuminato. Ci ha raccontato che gli piacerebbe tanto venire nel nostro Paese, che però aveva al massimo una settimana di vacanza e che era stato solo in Asia. Gli abiamo raccontato qualcosa dell’Italia (era curiosissimo!) e gli abbiamo chiesto altre cose del Giappone. Ci piacerebbe incontrarti in Italia, amico giappo! E’ stata una bella chiacchierata (gesticolata, più che altro) che ha spezzato l’angoscia che ci aveva trasmesso la cupola della bomba atomica.

Il Parco della Pace

Non distante dalla cupola della bomba atomica si estende il Parco della Pace (Heiwa Kinen Koen), affollato di turisti e soprattutto di scolaresche.
Qui si trovano numerosi piccoli memoriali.
C’è il monumento a Sadako Sasaki, con una bambina che regge un origami. Sadako Sasaki era una bambina sopravvissuta alla bomba atomica che dopo qualche anno si ammalò di leucemia (come ahinoi capitò a moltissimi sopravvissuti). Secondo una tradizione giapponese, se si creano 1.000 origami a forma di gru si può esprimere un desiderio e questa bambina era convinta che, costruendo quanti più origami possibili, sarebbe guarita. Purtroppo così non è stato, ma oggi il suo memoriale pullula di origami, dono delle scolaresche che vengono qui in visita da tutto il Giappone.

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La “Fiamma della pace” è un altro simbolo di questo parco. Si tratta di una fiamma sempre accesa, brucerà fin quando non spariranno le armi nucleari dalla Terra. Speriamo che si spenga il prima possibile, ma in cuor nostro sappiamo che purtroppo arderà ancora a lungo.

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Il Museo della pace ospita numerosi cimeli e racconta del tragico evento che caratterizza la storia di questa città, non l’abbiamo potuto visitare per motivi di tempo.
Nel parco ci sono numerose statue di figure religiose, targhe commemorative, alberi e davvero tante persone, per la maggior parte con espressioni incredule (poi ci sono i cretini che si fanno selfie ovunque ma quella è un’altra triste storia).

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Tornando verso la stazione abbiamo fatto un incontro strano: in un parco un signore praticava qualche arte marziale, da noi identificata come Thai Chi. Ci siamo seduti su una panchina a mangiare un dolcetto mentre osservavamo quanto sono strani i giapponesi: praticano arti marziali in un parchetto tra i grattacieli. Spettacolari!

LUI A HIROSHIMA

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LEI A HIROSHIMA

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The Art of the Brick – I Lego a Milano

Siamo due blogger pessimi: domani finisce la mostra “The Art of the Brick” di cui oggi vi raccontiamo. D’altronde siamo poracci, non ci invitano alle inaugurazioni e non siamo sempre sul pezzo sulle mostre del momento. Perdonateci 🙂

The Art of the Brick

La mostra “The Art of the Brick” si è tenuta a Milano, presso la Fabbrica del Vapore. Si tratta di un’esibizione molto particolare: tutte le opere erano costruite con i Lego. Roba da bambini? Assolutamente no! Anzi, ci è parso che i bambini presenti fossero più impegnati a correre in giro che ad ammirare quelle che sono, a tutti gli effetti, delle opere d’arte. Non a caso è definita dalla CNN una delle 10 mostre d’arte imperdibili.
L’artista Nathan Sawaya era un avvocato di New York che la sera, per rilassarsi, dava una forma materica alle proprie emozioni, utilizzando i Lego. Ebbene, un giorno ha mollato il lavoro per dedicarsi completamente ai Lego e a questa nuova forma di arte, tanto legata all’infanzia ma certamente non infantile.
La parte che più ci ha sorpresi è la ricostruzione con i Lego di opere d’arte note a tutti. Di seguito ve ne mostriamo una carrellata. Riuscite a riconoscerle tutte?

THE ART OF THE BRICK
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Tutto interamente realizzato con i Lego. Pazzesco, no? E Nathan Sawaya non si è fermato qui, si è cimentato pure con i ritratti!

THE ART OF THE BRICK
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THE ART OF THE BRICK

Incredibile cosa si possa fare con quei mattoncini! Per noi era già tanto costruire una sottospecie di castello…
E molte delle sue opere trasmettono messaggi sulla società di oggi e sulle emozioni degli esseri umani, è un’arte che veicola messaggi in modo non convenzionale. Un’arte che racconta dell’artista e di tutti noi.

THE ART OF THE BRICK
THE ART OF THE BRICK
THE ART OF THE BRICK

Una mostra che, se domani siete dalle parti di Milano, vale davvero la pena vedere 😉
Altrimenti consultate il sito http://www.brickartist.com/upcoming.html per sapere quando sarà la prossima mostra vicino a voi.

Ma l’opera d’arte più maestosa della mostra deve ancora arrivare.
Solo per darvi qualche notizia: circa 2 metri di altezza per 6 metri di lunghezza, 80.020 mattoncini e più di tre mesi di lavoro… la foto dice tutto!

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Il ristorante giapponese

Comunque, diciamoci la verità, siamo andati a Milano anche per provare un ristorante davvero giapponese in Italia. E credeteci, è il primo che abbiamo mai visto, tra tutti quegli all-you-can-eat che si spacciano per giappo. Ogni tanto Emily prova ad ordinare il riso al curry in qualche ristorante che può sembrare giapponese ma il riso colorato di giallo non è il riso al curry che abbiamo mangiato il Giappone.
In questo ristorante (si chiama Sumire e si trova in zona Moscova per chi fosse interessato) abbiamo mangiato un vero riso al curry con tonkatsu (la cotoletta di maiale fritta). Il locale è molto piccolo ma molto giappo, con le seggioline al bancone e la zuppa di miso come contorno. Abbiamo mangiato bene, abbondante e speso poco!
Se ne avete altri da consigliarci siamo tutti orecchie!

Per oggi i poracci vi salutano. In questo post abbiamo messo per la prima volta foto realizzate dalla nostra nuova Canon (presa con gli sconti, ovviamente!), stiamo ancora studiando per usarla al 100%! Seguiteci su istagram per altre foto @ilmondoinunatenda
E soprattutto ricordate che:

THE ART OF THE BRICK

LEI ALLA MOSTRA DEI LEGO

THE ART OF THE BRICK

LUI ALLA MOSTRA DEI LEGO

THE ART OF THE BRICK

Esperienze giapponesi

Oggi la maggior parte delle persone fa il ponte, l’Epifania è caduta giusta di venerdì e fino a lunedì non si lavora. Anzi, la maggior parte delle persone è in ferie da Natale. Peccato che i poracci non possano andare da nessuna parte perché Daniele lavora sabato mentre Emily va via per lavoro domenica pomeriggio.
Quindi, mentre fuori splende un freddissimo sole, noi ci beviamo una tisana del buon umore e continuiamo a sospirare ricordando il nostro viaggio in Giappone.
Oggi però niente giri turistici, vi raccontiamo delle esperienze che si possono fare solo nel Paese del Sol Levante, cose strane, stranissime, divertenti e ovviamente kawaii (ossia pucciose).

Avviso ai lettori: questo è solo ciò che abbiamo testato sulla nostra pelle in 15 giorni, se avete altre cose da raccomandarci scrivetecelo, se e quando saremo di nuovo ricchi torneremo!

NEKO CAFE

Neko in giapponese significa gatto. Avete capito di cosa si tratta, no? A Tokyo siamo stati in un Neko Cafe, a due passi dalla stazione di Ueno. Al 5° o 6° piano di un palazzo nemmeno tra i più alti della zona, due stanzette e un numero spropositato di mici! Appena arrivati su un ristrettissimo pianerottolo, ci hanno fatto togliere le scarpe e mettere le borse in un armadietto. Una gentilissima signora ci ha spiegato (al solito un po’ in giapponese, un po’ a gesti e 2 parole in inglese) come funziona: si paga una somma non proprio economica per mezz’ora o un’ora, si può giocare coi gatti e bere qualcosa. Ci ha fatto lavare le mani e ci ha consegnato un dépliant con le foto di tutti i gatti presenti con il loro nome. Stranamente i nomi da gatto erano quasi tutti occidentali, c’erano pochi neko col giapponome. C’erano addirittura Michelangelo e Raffaello! I gatti erano un po’ sulle loro, non ti correvano incontro facendoti le fusa come pensavamo. Tanti dormivano e se li accarezzavi aprivano solo un occhio e con quello ti mandavano a fanculo. Però con i pochi giocherelloni che c’erano ci siamo divertiti. Ovviamente solo per mezz’ora perché siamo poracci 😝

MAID CAFE

Immaginate delle ragazze vestite da cameriera appena uscita da un manga parlare con una vocina gnegne, dire “cuuuuute” ogni 3 secondi, vedere il mondo rosa e fare magie, sorridere sempre, scherzare e riverire i clienti. Benvenuti in un maid cafè! Un luogo incantato dove le ragazze si comportano da mega cupcake rosa e le portate sono pucciose (ops, kawaii) pure quelle:

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A Daniele hanno portato una specie di omelette e la cameriera gli ha disegnato uno Snoopy sopra al momento:

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Nell’attesa del pasto, le maid ci hanno messo in testa delle orecchiette rosa (immaginate la faccia di Daniele…) e solitamente fanno fare giochetti stupidi. A noi, che non capivamo il giapponese hanno fatto fare solo un brindisi mettendo le mani a forma di cuoricino e facendoci dire 2-3 giappofrasi. Ecco, se si va che si sa bene il giapponese fanno fare giochi anche più complessi e divertenti.
Anche qui si paga una tariffa per il tempo che si trascorre nel locale, oltre ai prezzi abbastanza alti delle portate, che comunque erano molto buone.
Ad un certo punto le maid iniziano a cantare e ballare musichette jpop e sembrano davvero uscite da un cartone animato!
Per fare una foto alla maid si paga l’equivalente di 5€, per questo tutto ciò che vi offriamo per capire come sono le maid è una foto scaricata da internet (proprio del Maidreamin di Shibuya dove siamo stati noi):

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Ci sono numerosi turisti in questi locali, ma anche giapponesi che magari hanno solo bisogno di compagnia, gentilezza e una ragazza sorridente. D’altronde la società giapponese è profondamente individualista.

HOTEL A CAPSULE

La nostra prima notte in Giappone l’abbiamo trascorsa in un hotel a capsule, ad Osaka. Cosa sono? Si tratta di un “hotel” in cui le stanze sono dei veri e propri loculi, una foto per spiegarvi meglio dove abbiamo dormito:

(ci abbiamo provato, la foto non si carica, la metteremo alla nostra pagina istagram: ilmondoinunatenda)

Si tratta di sistemazioni create per quei poveri lavoratori giapponesi che finiscono tardi al lavoro e non hanno più treni per casa (vedeste verso mezzanotte che corse che fa la gente nelle stazioni per non perdere l’ultimo treno!), hanno bisogno solo di una doccia e di un letto a pochi yen. Si trovano infatti solo in aree metropolitane.
Già alla reception si vende di tutto: camice, cravatte, rasoi e ovviamente mutande! Di capsule ce ne sono di varie “stelle”, come per gli hotel. La nostra era abbastanza buona, al decimo piano c’era anche una vasca-piscina dove Daniele ha potuto farsi un bagno con vista su Osaka. Già, solo Daniele perché l’accesso era riservato agli uomini, e solo a quelli senza tatuaggi… Sono un po’ maschilisti questi giappi! Emily però aveva un  bagno delle donne super attrezzato: c’erano addirittura spazzole e pettini sigillati, oltre che a spazzolini e dentifrici. Per ogni capsula si trovavano già a disposizione pigiama (yukata) e ciabatte.
Emily poi ha avuto un’esperienza strana: una ragazza piangeva disperata davanti allo specchio, Emily è uscita dalla capsula per chiederle se andava tutto bene. La ragazza ha risposto inchinandosi e dicendo mille volte che le dispiaceva di aver svegliato qualcuno. E niente, questo è stato il primo shock culturale. In Italia Emily si sarebbe gettata tra le braccia di chi le chiedeva qualcosa raccontando vita, morte e miracoli, altroché inchini e scuse. Anzi, forse in Italia quasi nessuno ormai chiede più a qualcuno perché piange.

L’hotel a capsule noi lo consigliamo solo per una notte, per provare un’esperienza puramente giappo. In realtà non è male come può sembrare, ma aver le valigie distanti (in una stanza a parte) è stato proprio scomodo!

KARAOKE

Siamo stati in un giappokaraoke a Tokyo, più precisamente a Ueno. Scorta di birrette del nostro amico 7-eleven nello zaino e ci hanno assegnato una stanzetta al 5° piano. Non è come qui che al karaoke canti davanti a tutto il locale, per fortuna! Avevamo la nostra stanzetta da massimo 4-5 persone, una tv, un impianto karaoke e due microfoni Ci siamo sfogati con Radiohead e Bon Jovi!
I video non erano mai quelli originali, era quasi più divertente guardare quelli che cantare, erano storielle abbastanza stupide! Sotto c’erano i sottotitoli in caratteri giapponesi, perché a quanto pare hanno bisogno di quelli per pronunciare l’inglese… Nella nostra molto scarsa conoscenza del giapponese possiamo però dire che ne veniva fuori un inglese molto storpiato

Il karaoke è un’esperienza da fare, è divertente e ha un prezzo ragionevole.

BOOK&BED

A Tokyo abbiamo trascorso l’ultima notte al Book&Bed, perché Emily ha insistito mesi per andarci.
Si tratta di una specie di hotel a capsule, ma si dorme dietro a una libreria! Situato al 7° piano di un edificio vicino alla stazione di Ikebukuro, è tutto fatto in legno, c’è (ovviamente) una lunga libreria, divani lungo tutta la parete e macchinette del caffè in un angolo. Un posto davvero piccolo ma sembrava un’oasi di felicità! Purtroppo non ci siamo stati tantissimo perché era l’ultimo giorno, avevamo un sacco di cose da vedere ancora.
Ci si può stare anche solo di giorno, e in effetti quando siamo arrivati c’erano tante persone sedute sui divanetti a leggere, molti turisti ma anche alcuni giapponesi.

Ma l’ultima sera ci siamo messi sul divano accanto alla finestra, con le luci di Tokyo come scenografia, a rivedere le foto della nostra vacanza. Se potessimo scattare un’istantanea della felicità quel momento sarebbe sicuramento stato perfetto!

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Buon Natale, poracci!

Evviva evviva, finalmente è Natale! E cosa fanno i poracci a Natale? Mangiano e bevono come non ci fosse un domani, mentre i ricchi si fanno la settimana alle Maldive. Per sognare un po’ con i nostri fan/follower/amici/seguaci abbiamo deciso di raccontarvi qualche tradizione natalizia. Un giro del mondo bislacco, col poraccio!

NORVEGIA

I preparativi per le festività natalizie iniziano ai primi di dicembre, con la cottura dei biscotti di Natale.
Mi viene già l’acquolina in bocca solo ad immaginare l’odore di biscotti uscire dalle case.

Il giorno clou, però, è la vigilia di Natale, con il cenone in famiglia solitamente a base di ribbe e pinnekjøtt (costolette di maiale e d’agnello).  Ma questa sera ha una piccola particolarità: le scope non possono essere tenute fuori. Perchè? Altrimenti gli spiriti maligni circonderanno la casa e lanceranno maledizioni. La nostra domanda è: ma dove le tengono le scope gli altri giorni dell’anno?? La cena di natale inveca non dura molto specialmente se ci sono dei bambini, infatti dopo aver mangiato… si aprono i regali sotto l’albero e si puo ricevere la visitadi “Julenisse” (Babbo Natale).

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Niente Babbo Natale qui,  ma bensì 13 allegri folletti di Natale. Nel corso dei tredici giorni che precedono Natale, questi orchetti scendono uno alla volta dalla Montagna Blu, situata nei dintorni di Reykjavik, per combinare dispetti alla popolazione. I simpatici 13 troll in abito tradizionale, visitano i bambini lasciando loro doni (o patate marce se sono stati cattivi).

GIAPPONE

Il Natale in Giappone è molto popolare, anche se ha assunto alcune caratteristiche diverse dal Natale nostro. Non si tratta di una festa nazionale ufficiale, qui si lavora pure il 25 dicembre.
Il 23 dicembre è invece festa nazionale, in quanto compleanno dell’attuale imperatore Akihito.
AUGURI VECCHIOOO!!!

Anche in Giappone c’è l’usanza di fare regali, soprattutto ai propri fidanzati. Il Natale infatti è un momento da passare con il proprio partner e non tanto in famiglia. C’è una tradizione particolare per il cenone : il pollo di KFC. La spiegazione sta in un’esemplare azione di marketing. Nel 1974, quando il Natale in Giappone era ancora una “novità”, quest’azienda lanciò un’incredibile campagna pubblicitaria per tutto il Paese che, assurdo ma vero, finì per dar vita ad una tradizione.

Vi lasciamo un video con una canzone natalizia giapponese, enjoy!

FILIPPINE

Essendo molto cattolici il giorno di Natale è molto sentito. Già dal mese di settembre si iniziano a intonare, per le strade, i canti di Natale (chissà cosa ne pensa Michael Bublè!)

I festeggiamenti veri e propri però, iniziano il 16 dicembre con la celebrazione della prima “misa de gallo”, cioè la “messa del gallo”. Si chiama così per via dell’ora: le 4 del mattino (mi sto immaginando la mia sveglia a quell’ora che fine può fare). Il culmine delle celebrazioni natalizie è il 24 dicembre.  In questo giorno viene messa in scena la  Panunuluyan (la nostra Sacra Famiglia) intenta a trovare un’alloggio per la notte. La processione termina in chiesa poco prima della santa messa dove Maria posa ai piedi dell’altare la satua di Gesù.

Nella città di San Fernando, ogni hanno durante il sabato prima della vigilia di Natale, si svolge il festival delle Lanterne Giganti. Queste lanterne arrivano fino a 6 metri di grandezza e sono frutto di un lungo lavoro.ù

VENEZUELA

A Caracas, la notte di Natale, ci si reca in chiesa con i rollerblade! Figo, no? Quasi quasi lo facciamo anche noi, seppur dall’altro lato del mondo :p

VENETO

Si mangiano tortellini in brodo, lasagne, bollito con la pearà (cuoricino per il nostro piatto del cuore!) e per concludere pandoro con crema pasticcera. Si sta in famiglia e si ricevono taaaanti regali!

 

I poracci (per ora non in tour) augurano a tutti un felice e sereno Natale!!!

La tradizione di Santa Lucia

La tradizione più importante per la città di Verona è sicuramente la tradizione di Santa Lucia.
Questa santa, protettrice della vista, porta i regali ai bambini buoni, la notte tra il 12 e il 13 dicembre.
A Verona è più importante di Babbo Natale e della Befana! Siete curiosi di scoprire l’origine di questa tradizione?
Oggi vi raccontiamo brevemente come è nata la tradizione di Santa Lucia nella nostra città.

Le origini

Si dice che attorno al XIII secolo ci fu un’epidemia di una malattia agli occhi che colpiva soprattutto i bambini.
Per pregare contro la malattia i genitori fecero il voto di portare i bambini in pellegrinaggio alla chiesa di Santa Agnese proprio il 13 dicembre, giorno in cui si celebra santa Lucia protettrice della vista.
La chiesa di Santa Agnese, ormai demolita e scomparsa da un po’, si trovava in piazza Bra, il cuore vivo e pulsante di Verona.
I bambini però, mica erano tanto contenti di andare in pellegrinaggio, si annoiavano e facevano i capricci. Così i genitori promettevano che santa Lucia avrebbe portato loro giocattoli e dolci se fossero andati e se fossero stati bravi durante l’anno.
Di conseguenza si organizzarono anche i commercianti e da allora, nei giorni che precendono l’arrivo della santa, piazza Bra è invasa dalle vivaci bancarelle “de santa Lussia”.
I pasticceri, invece, si sono organizzati con la produzione delle tradizionali paste frolle.

LE BANCARELLE

Per Santa Lucia in piazza Bra ci sono le tradizionali bancarelle. Quest’anno purtroppo non ci saranno, ma vi invitiamo a prenderne nota per l’anno prossimo.
Potrete acquistare calde sciarpe, guanti di ogni colore, buffi cappelli e dolciumi. Tanti dolciumi.
I banchetti infatti sono caratterizzati da un odore di mandorle caramellate e ciambelle. Cercate di andare in un giorno feriale per evitare la folla e magari scambiare due chiacchiere con gli ambulanti, sono quelli i  momenti in cui si gode di più dell’atmosfera speciale che la tradizione di Santa Lucia porta a Verona.

PIAZZA BRA

Piazza Bra è il cuore delle bancarelle, che però si allungano anche nella vicina via Roma che vi porta dritti dritti al medievale Castelvecchio.
Questa piazza, centro e cuore pulsante di Verona, si chiama così perchè deriva dal tedesco “breit”, ossia “largo”. In effetti la piazza è grande, spaziosa e larga.
Qui potete passeggiare tra le bancarelle, fare shopping, visitare l’Arena e poi partire alla scoperta del centro storico di Verona, di cui vi parleremo un’altra volta.
Ogni anno per il periodo natalizio in piazza Bra trovate la stella che fa capolino dall’Arena. Si tratta di una struttura di metallo verniciata di banco che è altra 70 metri e pesa ben 78 tonnellate. La prima volta fu installata nel 1984 e da allora ogni anno i bambini della città si arrampicano sulle punte della stella e poi le usano come scivolo.
Anche i bambini che si arrampicano sulla stella appartengono a quell’immagine pittoresca che è piazza Bra nel periodo di Santa Lucia.
Pensate che inizialmente la stella doveva essere esposta solo un anno, in occasione della mostra dei presepi all’interno dell’Arena.

Santa Lucia e i bambini bravi

Ecco gli step per una perfetta santa Lucia!
1-Lasciare la letterina sul tavolo qualche settimana prima del 12 dicembre
2-Ricevere caramelle “volanti” da santa Lucia che preannunciano il suo arrivo, significa che siete stati bravi e probabilmente passerà a portarvi i regali
3-La sera del 12 dicembre lasciare un piatto di biscotti per santa Lucia, un bicchiere di vino per Castaldo (il suo accompagnatore, perchè la santa è cieca) e un bicchiere di latte o la carota per l’asinello
4-Andare a letto presto e tenere gli occhi ben chiusi. Ai bambini ancora svegli o che cercano di spiarla santa Lucia tira la sabbia negli occhi!
5-Alzarsi, trovare i regali, mangiare i dolci e stare in famiglia 🙂

IL regalo memorabile DI LUI

La prima console per videogame: Sega Mega Drive 2. Sonic mi ha fatto impazzire!

IL regalo memorabile DI LEI

La mountainbike e montagne di Barbie! E il classico piatto con paste frolle, cioccolatini, ovetti kinder, mandarini e noci, super tradizionale!

Arashiyama – La foresta di bambù

Arashiyama è uno dei posti più fighi in cui siamo stati.
Una foresta di bambù così fitta che non sappiamo descrivere, davvero…

Dopo la visita al castello Himeji (se non ci avete seguito abbastanza, leggete il post precedente), abbiamo preso uno Shinkansen per Kyoto. Da lì ci siamo poi spostati con un treno regionale.

Menzione a parte per il pranzo

Ci siamo fermati a comprare un bento ad Himeji. Cos’è un bento? E’ il pranzo confezionato in scatoline di plastica, quello che si vede nei cartoni animati e in ogni angolo di Giappone. Si trovano ovunque, dalle stazioni ai baracchini ai 7eleven. Il classico bento ha ovviamente del riso accompagnato con vari ingredienti: pesce, cotolette, maiale, pollo fritto, frittate, verdure, radici varie ecc. Gli ingredienti vengono composti in maniera che il cibo sia bello da vedere, oltre che buono.

Il cuoco gentile

Dicevamo? Ci siamo fermati in un baracchino da cui ci sorrideva un cuoco cicciottello e che non capiva una parola di inglese. Ci siamo spiegati indicandogli i piatti (di plastica) esposti e, nel giro di 10 minuti, avevamo il nostro bento in mano.
Il nostro amico cicciottello stava mettendo i nostri bento, ben riscaldati e chiusi, in un sacchetto di plastica, che però gli è scivolato di man. Il sacchettino ha sfiorato appena il pavimento. Non credevamo ai nostri occhi quando, scuotendo la testa, ce l’ha cambiato! Abbiamo pensato che in Italia poteva cadere, potevano pestarci sopra, che ci avrebbero insacchettato tutto lo stesso. Qua no. E con un profondo inchino ci ha dato il nostro pranzo (che ci siamo sbafati in treno).

Tenryu-ji

Prima di arrivare ad Arashiyama ci siamo persi. Emily si è addormentata sul treno. Daniele ha perso la fermata e ha svegliato Emily scuotendola e ripetendo:”Oddio, abbiamo sbagliato strada!!!”. Anni di vita persi: 3 a testa.
Ma perdersi non è poi male se il panorama è questo:

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Abbiamo preso un trenino nella direzione opposta e stavolta siamo stati ben attenti a scendere alla fermata giusta.

Tenryu-ji è uno dei grandi templi del buddhismo rinzai, famoso soprattutto per il giardino. Ci ha accolto un cartello che indicava il divieto di cacciare Pokemon nell’area.
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Pagato il biglietto ci avventuriamo per il tempio e i suoi tatami (ovviamente anche qui si entra scalzi), e da qui iniziamo a godere del panorama del giardino zen e del suo laghetto. Dicono che sia uno dei giardini più antichi del Giappone, di sicuro Arashiyama è un must per i visitatori del Sol Levante. E soprattutto per gli appassionati di piante e giardini.
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Una delle cose che ci ha colpito maggiormente dei templi è l’area attorno, con tante “casette” singole ognuna col suo giardino e il suo altare. E soprattutto ci è piaciuta l’atmosfera di calma che si respira in questi luoghi.
Certo, ce ne sono di iper turistici in cui regna il caos, ma in generale sono luoghi che danno pace e serenità.
Ci è piaciuto anche vedere come pregano, la devozione verso la natura, l’acqua e le piante come simboli religiosi, la cura del terreno come cura della propria spiritualità.
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La foresta di bambù di arashiyama

La foresta di bambù di Arashiyama è già emozionante di per sè. Immaginatevela popolata da giapponesini in abiti tradizionali e con il rumore dei geta (le ciabatte di legno che si vedono nei cartoni, per intenderci) come colonna sonora. Un’iniezione di felicità e pace che solo certi paesaggi naturali sanno dare. Un balsamo per il cuore essere all’interno di quella meraviglia.
Non abbiamo parole per descrivere quella foresta, bisogna solo andarci. Magari verso sera quando la maggior parte dei turisti rientra. Ci scusiamo di nuovo per la qualità delle foto, ma nemmeno con una Reflex da 2.000€ si sarebbe potuta ricreare quell’atmosfera.
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I dintorni

Abbiamo poi fatto un giro nelle vicinanze, ci siamo arrampicati sulla collina verso il “parco delle scimmie” ma, a parte noi, di scimmie non se ne sono viste.
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Trascinandoci verso la stazione con i piedi distrutti dal gran camminare, abbiamo costeggiato il fiume e una serie di negozi di souvenir e artigianato locale. E niente, ci siamo trattenuti perchè siamo #poracciintour
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LO SPUNTINO DI LUI

Un gigantesco raviolo ripieno al maiale (che aveva una consistenza “particolare”)

LO SPUNTINO DI LEI

Un ghiacciolo con dei pezzi di mango enormi

Il castello Himeji

Ritornando al nostro giappotour, oggi vi raccontiamo del castello Himeji.
Situato a sud di Osaka, è uno dei monumenti più famosi e visitati del Giappone.
Visto da una prospettiva europea possiamo dire che è la versione orientale del castello di Neuschweinstein:
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Come arrivare al castello himeji

Per raggiungerlo siamo partiti la mattina presto da Kyoto a bordo di uno shinkansen rapido e puntualissimo.
Da Kyoto ci vuole poco più di un’ora di treno con cambio a Shin-Osaka.
Una volta arrivati alla stazione di Himejji già si vede il castello, alla fine di un viale molto largo sembra una miniatura su una rocca. Poi ci si avvicina e si nota che tanto piccolo proprio non è.
Sulla strada per il castello state comunque attenti alle distrazioni: Daniele si è dovuto tuffare in una gigantesca sala giochi con musiche assordanti e luci stroboscopiche! Le visite alle sale giochi sono state una costante di 2 settimane di viaggio in Giappone…
In questa sala giochi abbiamo però scoperto da dove arrivava la musica di sottofondo (che per buona parte era coperta dalle voci e dai suoni dei videogiochi): da una radiolina appoggiata per terra. Ci sono cose per cui i giapponesi sono proprio fermi agli anni ’90, e altre per cui sono già negli anni ’90 del 2000. Un Paese proprio strano…

Il castello

Man mano che ci siamo avvicinati il castello diventava sempre più grande e imponente, con le mura “a ventaglio” per rendere più difficili gli assalti nemici.

Breve storia: è stato iniziato nel XIV secolo, successive aggiunte l’hanno portato alla forma attuale nel XVII secolo. Si sono qui succeduti shogun e altri personaggi dell’ambiente militare e diplomatico collegati all’imperatore. Nel ’45, a seguito dei bombardamenti, fu l’unico edificio di Himeji a restare in piedi e oggi è considerato patrimonio dell’UNESCO.

Il castello si può visitare solo scalzi, ce l’ha indicato un cartello: “Shoes strictly prohibited”. Proprio “strictly”. Ma, come abbiamo già detto, poco male, ci siamo rilassati i piedi e le calze ne sono uscite ancora immacolate. La pulizia dei giapponesi è invidiabile.

L’interno ci ha ricordato un posto da samurai, di quelli che si vedono nei film (e qui ne hano girati un po’…). La struttura è in legno, si va da un piano all’altro attraverso scale molto ripide e strette (proprio a misura di piede giapponese). Le stanze erano principalmente adibite ad arsenale e scopi difensivi, mentre al quinto piano c’era un piccolo altare e delle finestre per gustarsi il panorama.
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I giardini

Il castello è circondato da giardini con numerosi ciliegi che ci hanno fatto solo immaginare quale spettacolo possa essere questo posto in primavera. Nei giardini c’è un edificio costruito nello stesso stile del castello ma a un piano solo. Si chiama Torre del Trucco ed era il luogo dove vivevano le donne, si dedicavano alla cura del corpo e alla cerimonia del tè. Molti pannelli e oggetti d’epoca raccontano la quotidianità di queste donne.
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Ci è restato inoltre impresso che i giapponesi avessero anche un luogo dove ricordare il corpo del nemico sconfitto. Ci ha fatto capire il grande rispetto che hanno per i defunti, a prescindere che siano amici o nemici sconfitti in battaglia.

Ci siamo incamminati di nuovo verso la stazione per andare a…

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Ve lo raccontiamo nel prossimo post! (chè oggi è domenica e anche i poracci non hanno tempo di stare al pc :p )

LEI A HIMEJI
emily

LUI A HIMEJI
daniele

Cascate del Varone & Lago di Tenno

Domenica siamo stati in gita alle Cascate del Varone, con puntatina pomeridiana al Lago di Tenno.
Con tutta la calma del mondo siamo partiti per le 11 e dopo un’oretta eravamo già alle cascate, che per i meno informati si trovano sopra Riva del Garda.

Le cascate del Varone

Rese visitabili al pubblico alla fine del XIX secolo, sono state meta di visitatori illustri tra cui il principe Umberto II e l’imperatore d’Austria e Ungheria Franz Joseph (senza Sissi). Alle pareti dell’edificio d’entrata ci sono indicati i prezzi di inizio Novecento:Lira italiana, Corona austro-ungarica o Marco tedesco (Repubblica di Weimar e quel che era allora la Germania). A parte la scelta del conio si poteva entrare con o senza corrente elettrica, ovviamente a un prezzo diverso. Ci fa ridere immaginare questi signori baffuti avventurarsi per le cascate con il lanternino!

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Il giro del Parco delle Cascate del Varone si articola in 2 grotte principali, collegate tra loro da un giardino ricco di piante e di musica classica. Nelle grotte i valzer e le sinfonie vengono invece coperti dal rumore assordante e maestoso dell’acqua.

Le grotte

La grotta inferiore è dove arriva la parte finale della cascata. Il torrente nasce dal Lago di Tenno, si chiama prima Magnone e poi Varone. Per concludere il percorso, le sue acque finalmente tranquille si gettano nel Lago di Garda, dopo aver attraversato una stretta gola. Di questa grotta ci ha impressionato la forza dell’acqua e le meraviglie che crea solo con la forza della costanza dell’erosione. La natura è sempre in grado di sorprenderci e regalarci spettacoli emozionanti come questi.

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La grotta superiore è la più grande ma era come una calamita, più ci bagnavamo e più osservavamo estasiati quella massa di acqua che si buttava e che nei secoli (macchè, nei millenni!) ha creato delle figure davvero particolari nella roccia. Impressionante è quella che sembra il muso di un cavallo, con tanto di orecchie.

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Nel giardino che collega le due grotte è interessante osservare come le piante siano corredate da un cartello con il loro nome in latino e in italiano. Emily, che ha proprio il pollice nero, ha serie difficoltà a ricordare i nomi delle piante, un ripasso non poteva farle che bene!

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Il lago di Tenno

Dopo la visita alle cascate e il dovuto shopping nel negozio di souvenir, ci siamo trasferiti al lago di Tenno. Situato a pochi km (8 se vogliamo essere precisi) da Varone, è un laghetto piccolo ma delizioso, un gioiellino tra i monti. Ci siamo fatti tuuuuutto il giro. Che non è poi così lungo se pensate che, andando davvero con calma, ci abbiamo messo un’ora.

lago di tenno

Non c’era praticamente nessuno nonstante fosse domenica, ci siamo persi nella natura e abbiamo affrontato sfide in stile “Ninja Warrior”

lago di tenno
lago di tenno

I dintorni

Merita una visita (o una tappa aperitivo!) la cittadina di Riva del Garda.
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Informazioni utili:

Le Cascate del Varone da novembre in poi sono aperte solo la domenica con orario 10-17. In alta stagione ovviamente aprono tutti i giorni, dalle 9 alle 18. Il prezzo ce lo siamo potuto permettere anche noi poracci: 5,50€.
Il Lago di Tenno invece è sempre aperto e ha un prezzo che fa proprio la felicità dei poracci: GRATIS 🙂

Il consiglio di lui

Munitevi di una macchina fotografica seria, con la nostra poracci-camera le foto nelle cascate sono venute troppo buie per mostrarvele.

Il consiglio di lei

Prima di affrontare qualsiasi passeggiata ricordatevi di fare colazione, non fate come me che a momenti cado per terra!