I matti di Azzago e il forte Santa Viola

Chi sono i matti di Azzago? Seguici in questa passeggiata al Forte Santa Viola, in Valpantena. Siamo sulle colline a nord di Verona, tra la città e la montagna. Partiamo per un’altra piacevole camminata alla scoperta di tradizioni e luoghi storici. Questo articolo è particolarmente intenso: partiamo facendo la conoscenza dei matti di Azzago, proseguiamo per il Forte Santa Viola, perdiamoci nell’arte alla chiesetta di Santa Viola e per finire conosciamo la maglieria Antonelli e la pecora brogna con la sua lana pregiata. Pronti? Si parte!

Valpantena

I MATTI DI AZZAGO

Gli abitanti del piccolo borgo di Azzago, da cui inizia la nostra passeggiata odierna, sono chiamati “i matti di Azzago”. Ma perché gli abitanti di Azzago sono chiamati matti? La spiegazione è storica. A fine Ottocento una terribile tempesta colpì duramente la Valpantena. Azzago era un borgo già economicamente svantaggiato, la tempesta diede il colpo di grazia economico. Ma gli abitanti non si perdono d’animo: creano una compagnia teatrale e girano per la città esibendosi in uno spettacolo goliardico. Da allora sono chiamati “i matti di Azzago”. C’è anche un libro che parla di questo argomento, in cui ci si pone una domanda: i matti di Azzago sembrano i meno furbi di tutti ma approfittarne per fare soldi facendo i matti non li rende forse i più furbi di tutti?
Un’altra leggenda sui matti di Azzago racconta che sul campanile della chiesa di Azzago si crearono dei ciuffetti d’erba. Per eliminarla issarono una mucca con una carrucola affinché brucasse l’erba sul campanile. Robe da matti!

Valpantena

IL BORGO DI AZZAGO

La chiesa Azzago rappresenta il cuore del paese e dalla sua piazza si può ammirare un arioso panorama sulla Valpantena e sulla città di Verona. La chiesa è documentata già dal 1529, annessa alla chiesa del vicino borgo di Romagnano. Con l’aumento della popolazione dal 1576 si rese necessario un unico prete autonomo solo per Azzago. Il problema però è che tale prete “in esclusiva” doveva essere pagato, ma anche il prete di Romagnano doveva continuare ad essere pagato. I preti attorno si opposero ma dal 1602 si decise di pagare per avere un prete per Azzago. La chiesa è visitabile gratuitamente, dentro troverete delle pitture moderne.

Panorama da Azzago

CONTRADA CASALE

Salutiamo i matti di Azzago e proseguiamo la nostra passeggiata fino alla contrada Casale, situata su un’altura che sembra quasi un paesaggio perfetto per un quadro. Qui si era insediata la ricca famiglia Gazzola che aveva costruito la villa padronale per il controllo agricolo dell’area circostante. Al contrario delle ville costruite più a valle, non era stata costruita per diletto, anche se la struttura è simile a ville di svago. La villa padronale è una grande casa colonica circondata da fienili e stalle. Al centro si trova anche una fontana poi diventata lavatoio e infine abbeveratoio. Inoltre c’erano varie strutture adibite a depositi per i materiali necessari alla lavorazione agricola. Era così che la famiglia Gazzola affermava il suo potere tra il Cinquecento e il Seicento.

Per accedere a questa piccola contrada c’è un arco con uno stemma rappresentante una gazza, simbolo della famiglia Gazzola. Inoltre ci sono le iniziali D.G. del capofamiglia, il signor Donato Gazzola.

Contrada Casale

ORATORI PRIVATI E VITA NELLA CONTRADA

Donato Gazzola costruì qui il suo oratorio privato, simile ad altri che abbiamo già incontrato in Valpantena come il piccolo oratorio della Madonna della Neve nei pressi di Alcenago. In questo oratorio in contrada Casale sono ancora visibili  l’altare e il lampadario centrale. Troviamo anche un antico meccanismo di un orologio completamente fatto a mano. Due quadri sono invece stati trasferiti presso il municipio di Grezzana. La particolarità di questo oratorio, era il fatto di essere esterno alle mura, per questo nel 1726 per la curia era considerato un oratorio pubblico e non riservato alla famiglia. Di solito quando la chiesa parrocchiale era distante e scomoda l’oratorio delle ville dei nobili veniva concesso per l’utilizzo da parte di tutta la popolazione. Già nel 1735, anno in cui l’oratorio fu terminato, si celebravano le messe. È dedicato a Sant’Antonio da Padova in onore del padre di Donato Gazzola che si chiamava Antonio.

Sacro e profano si fondono: sotto all’oratorio ci sono le cantine.

Un piccolo consiglio per voi: se vi avventurate dalle parti di contrada Casale la mattina avete buone probabilità di incontrare dei cervi!

Contrada Casale

LA VALPANTENA COME ZONA DI CONFINE

Dalla contrada Casale si sale sul monte Santa Viola fino a trovare il Forte Santa Viola, un forte abbastanza recente ma mai utilizzato. Qui ogni estate fanno una grande sagra, oserei dire la più grande della provincia di Verona. Aggiornamenti sulla sagra di Santa Viola li trovate qui.

Ma perché nacque un forte proprio su questo colle? Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, Verona diventa zona di confine perché dove ora c’è il Trentino si trovava il regno austro-ungarico. All’epoca c’erano diverse visioni: qualcuno voleva rafforzare la linea difensiva a nord di Verona, mentre altri sostenevano che fosse meglio rafforzare la linea del Mincio e del Po perché la Lessinia con le sue montagna non si prestava a un’invasione. Si pensava che un’eventuale invasione austriaca sarebbe passata indubbiamente dalla Val d’Adige, area effettivamente ricca di forti e postazioni semovibili. Certo, l’Austria aveva siglato un patto di non invasione nel 1882 ma l’Italia pensava di non potersi fidare e decise quindi di rafforzare i confini.

Oltre a Santa Viola in Lessinia vennero eretti il Forte di Monte Pastello e il Forte Castelletto.

Santa Viola

IL FORTE SANTA VIOLA

Nel 1908 vengono stanziati i fondi per la costruzione del forte Santa Viola. Inizialmente erano previste postazioni per 6 cannoni, ne furono però realizzate solo 4, rappresentate dalle 4 cupole da cui dovevano uscire i cannoni. Le cupole sono collegate da un sistema di tubi attraverso il quale i soldati comunicavano tra di loro. Quando nel 1915 arrivò la Prima Guerra Mondiale anche in queste zone, la realtà è che non furono teatri di aspre battaglie. Il Forte Santa Viola servì però da base per le 6000 truppe di fanteria che passarono da qui, mentre si recavano sui monti della Lessinia a costruire le trincee. Alcune trincee sono ancora ben visibili nei pressi di Castelberto.

Forte Santa Viola

UNA VERA E PROPRIA FORTEZZA

Sul monte Santa Viola non esisteva il bosco, la collina venne scavata e il forte incassato all’interno per avere una versione a 360 gradi.

Nel piano interrato c’erano le polveriere, il pavimento però sorgeva su pilastri di mattoni per creare riciclo d’aria e non creare umidità alla polvere da sparo. Così facendo era sempre pronta all’uso.
In caso di attacco il forte era autosufficiente per 25 giorni.

I muri erano spessi fino a 4mt di calcestruzzo con struttura metallica, mentre sotto al tetto c’erano almeno 4 metri di calcestruzzo per evitare il collasso del forte.

Forte Santa Viola

LA FORESTA DEL MONTE SANTA VIOLA

Il Forte Santa Viola era stato costruito per proteggersi dagli austriaci. Come un buffo scherzo del destino nel 1952 si decise di piantumare questo colle con abete nero di origine austriaca. Il motivo della scelta è molto semplice: è una pianta resistente che cresce velocemente, ideale per il fabbisogno di legname degli abitanti della zona. Purtroppo però, nell’inseguire la facilità di utilizzo, hanno dimenticato le specie autoctone che però negli ultimi anni si sta cercando di recuperare.

Forte Santa Viola

LA CHIESETTA DI SANTA VIOLA

Come dicevamo prima, a Santa Viola ogni anno si svolge un’importante sagra e, come tutte le sagre, unisce il sacro e il profano. Gli alpini di Azzago (chissà se anche loro sono matti come i matti di Azzago!), insieme all’artista locale Rino Merzari, si sono dati da fare per sistemare la statua della santa per poterla portare in processione.

Inizialmente la statua sembrava solo da ripulire e stuccare, ma lavorandoci sono stati trovati tre strati di colore sulla scultura in legno. Il nuovo obiettivo è diventato quindi quello di riportare la statua ai suoi colori originali. I colori con cui è dipinta la statua sono tempere realizzate con pigmenti colorati, mentre la scultura è in legno di abete cirmolo. L’analisi del legno ci racconta che la statua è stata lavorata a mano a fine Settecento, nella zona del Trentino (l’abete cirmolo è tipico dell’area trentina).

Ma chi era santa Viola? Non abbiamo fonti certe su questa santa ma pare fosse la sorella di altri due santi locali: san Vitale e San Mauro. I tre fratelli erano eremiti e comunicavano tra di loro da un monte all’altro accendendo fuochi.

La chiesetta inizialmente si trovava dove ora c’è il Forte Santa Viola, era stata spostata proprio per erigere la costruzione militare.

Chiesetta di Santa Viola

LA MAGLIERIA ANTONELLI

Durante questa passeggiata abbiamo conosciuto un’attività storica di Azzago: la maglieria Antonelli.

La storia della maglieria iniziò ad Azzago a fine dell’Ottocento, quando la signora Luigia trasmettè la passione per il lavoro a maglia a sua figlia Angelina. Angelina sposa un tale Antonelli nel 1935, ma dopo qualche anno il marito parte per la guerra. Torna nel 1945 con il desiderio di riuscire a superare quella vita di stenti con le sue forze. Angelina decide di sfruttare la sua passione per il lavoro a maglia acquistando una macchina per maglieria, fatalità una giovane della zona ne vendeva una a poco prezzo perché stava per ritirarsi alla vita monacale. Il prezzo di quella macchina era esattamente la cifra che possedeva la famiglia Antonelli. La figlia di Angelina, Mariucca, decide di studiare cucito a Verona e finalmente nel 1957 iniziano a vedere i primi frutti del loro duro lavoro. Ma tutta la famiglia collabora: il papà e il fratello di Mariuccia acquistano un auto per commerciare i filati, Mariuccia compra nuove macchine per realizzare i suoi tessuti e successivamente la figlia di Mariuccia, Paola, va a studiare fino a Parigi. Forte dei suoi studi e dell’esperienza riesce ad aprire un negozio in pieno centro a Verona.

Valpantena

LA VISITA ALLA MAGLIERIA

La maglieria Antonelli ha una prima sala con macchine da tessitura. I modelli vengono disegnati con le misure dei clienti, con particolari calcoli vengono “insegnate” queste misure alla macchina. In una seconda sala ci sono le macchine per creare i modelli con i tessuti. Tutto viene rifinito a mano, stirato e consegnato in negozio o al cliente.

La maglieria Antonelli collabora con l’associazione pecora brogna, una razza di pecora autoctona della Lessinia, e realizza capi con questa lana rustica, sia in colorazione naturale che tinta. 

I prezzi dei prodotti sono elevati perché è tutto fatto artigianalmente, dal filato al modello, niente è lasciato al caso . Una visita per conoscere questa antica arte però è assolutamente consigliata! Per avere informazioni vi lasciamo qui il canale Facebook a cui potete contattarli.

Valpantena

Con questo racconto si concludono le nostre gite in Valpantena, ma ti promettiamo che in futuro ce ne saranno altre! Continua a seguirci per conoscere la prossima tappa!

Alcenago, colline e strani personaggi

Quanto è bello camminare nei boschi? Oggi ti portiamo con noi alla scoperta del piccolo borgo di Alcenago attraverso una passeggiata per boschi e colline che ci permetterà di conoscere la storia della Valpantena e di incontrare alcuni strani personaggi. Continuate a leggere perché il personaggio che incontriamo nella nostra passeggiata è veramente particolare!

Alcenago

IL BORGO DI ALCENAGO

Il borgo di Alcenago è situato a nord di Verona, in Valpantena. Questo borgo è di origine celtica, se già ricordate abbiamo parlato qui di come la Valpantena fosse abitata sin dalla preistoria. Numerose popolazioni si sono avvicendate. Ciò è testimoniato anche dal fatto che la chiesa di Alcenago, dedicata a San Clemente, è costruita su quello che era un tempietto pagano.

Il campanile di Alcenago ricorda una cupola in stile orientale ma in realtà è stato fatto in questo stile solo perché era considerato trendy nel corso dell’Ottocento. Due incendi hanno parzialmente distrutto la chiesa di Alcenago, uno nel Seicento e uno nell’Ottocento. La chiesa è sempre stata ricostruita.

I preti di Alcenago avevano il diritto di riscuotere la decima ossia un’imposta da parte dei contadini che risiedevano nel territorio parrocchiale. Tale imposta era chiamata decima perché corrispondeva a un decimo del reddito dei contadini.

Borgo di Alcenago con vista sulla chiesa

L’ORATORIO DELLA MADONNA DELLA NEVE

Nella piccola frazione di Rupiano, la prima tappa della nostra passeggiata, troviamo una piccola chiesetta. Più che una chiesa è un oratorio, uno spazio adibito alla preghiera per le famiglie nobili che si trasferivano in queste zone di montagna per il periodo estivo. L’oratorio di Rupiano è dedicato alla Madonna della Neve, costruito a seguito di un’eccezionale nevicata in agosto (come tutte le chiesette e cappelle dedicate alla Madonna della Neve in Italia!).

L’oratorio della Madonna della Neve fu costruito nel 1702 dalla famiglia Degli Uberti. Sì, proprio la famiglia di quel tale Farinata Degli Uberti citato da Dante nella sua Divina Commedia.

In seguito l’oratorio divenne proprietà della famiglia Catarinetti Franco che possedeva e possiede tutt’ora una villa in Valpantena, nei pressi della Torre del Falasco.

La comunità di Rupiano però restaurò l’oratorio e lo utilizzò per messe e celebrazioni, diventandone di fatto proprietaria.

Chiesa della Madonna della Neve

LA LEGGENDA DEL CONTE BOVIO

Durante la passeggiata nei pressi di Alcenago abbiamo conosciuto un personaggio tanto illustre quanto misterioso: il conte Bovio. Il conte Bovio nacque nel 1798 e secondo la leggenda era un massone e uno stregone potente. Ufficialmente però era un filosofo, un pensatore e un letterato. La leggenda narra che, mentre era a far legna nel bosco sopra Alcenago, venne sorpreso da un temporale e per salvarsi fu visto volare dalla cima del monte fino al paese. Ma in realtà pare che si sia attaccato a una teleferica, lasciando lassù da soli tutti i poveracci che erano con lui a tagliare la legna.

Il conte Bovio era un personaggio particolare ma anche umano. Pensate che per tutta la vita aveva odiato i preti, ma in punto di morte era spaventatissimo di finire all’inferno, così iniziò a chiamare un prete per pentirsi dei suoi peccati e aspirare al paradiso. Il prete tardava e lui dall’impazienza graffiò così forte il muro sopra al letto che restarono i segni nel muro. Morì nel 1885. Aveva espresso il desiderio di essere sepolto nei pressi di Alcenago ma venne seppellito al cimitero monumentale di Verona.

Valpantena

L’ECONOMIA DEL LEGNO

Abbiamo già parlato in modo abbastanza approfondito dell’economia della zona della Lessinia. Il parco regionale della Lessinia si trova a nord di Verona e la zona della Valpantena, di cui stiamo parlando in questo articolo, si trova a metà strada tra la città e le montagne delle Lessinia. Di conseguenza nel corso della storia è stata un’area fondamentale per i trasporti e i commerci tra la montagna e la città e viceversa. Questi trasporti però non sono mai stati facili per colpa della conformazione del territorio.

Ci sono 5 vaj (strette valli) che collegano la Lessinia alla Valpantena, così stretti che sono percorribili solo a dorso d’asino, non ci stanno carri o carretti.
Solo nel corso dell’Ottocento vennero create le prime strade, chiamate secondo la merce che trasportavano. Nascono così a strada delle ghiacciaie e la via del legno.

La via del legno era usata per portare il legname a Verona ma aprì la strada anche ad altri commerci (del ghiaccio, dei cereali, dei prodotti caseari).

Alcenago

L’ECONOMIA DEI MULINI

In Valpantena e in Lessinia la coltivazione dei cereali si è spinta fino a 900 metri sul livello del mare.

Pensate che la prima volta che è stato strinato il grano in Valpantena è stato 7.000 anni fa.
Sono stati i cimbri ad iniziare il disboscamento per recuperare territori per la coltivazione dei cereali ma anche da utilizzare come alpeggi.
I mulini, sporadici fino al Cinquecento, iniziano a svilupparsi sotto il dominio della Repubblica di Venezia.
Pensate che nel piccolo borgo di Lugo, che conta solo 2.000 anime, c’erano 7 mulini da grani e uno per la scollatura per infeltrire la lana. La lana della Lessinia era preziosa e da Verona veniva poi portata a Venezia per essere esportata nel bacino del mediterraneo.

In tutta la Valpantena c’erano quasi 40 mulini, i cui cereali da macinare venivano presi fino alla pianura mantovana. I contadini portavano il cereale alla macina, chi invece era povero (un poraccio come noi!) poteva pagare in natura lasciando parte del grano al mugnaio.

Le ruote del mulino erano in legno, poi hanno iniziato a svilupparle anche in metallo. Il mulino di Bellori è l’unico sopravvissuto in Valpantena, l’unico dove si può ancora vedere il meccanismo che azionava il mulino.

Valpantena

I MULINI NELLA STORIA

Fino dai tempi preistorici i cereali venivano macinati. Inizialmente si faceva ovviamente a mano e con l’aiuto di pietre utilizzando un pestello e dei sassi piatti su cui appoggiare i chicchi da schiacciare.

Gli antichi romani utilizzavano un rudimentale sistema di mulini. Mettevano al centro un cono in pietra, con sopra un cono girevole girato manualmente da schiavi o, quando agli schiavi andava bene, da animali. In seguito si iniziò ad utilizzare l’acqua per girare il cono girevole.

In Valpantena sono ancora visibili numerose canalette che portavano l’acqua dalla montagna o dalle sorgenti fino ai mulini. Alcune le potete tranquillamente notare passeggiando nei boschi nei pressi di Alcenago.

Ruota di un antico mulino

ARCHEOLAND, UN PARCO DIDATTICO DEDICATO ALLA PREISTORIA

La nostra passeggiata attorno Alcenago ha avuto anche un risvolto didattico e preistorico.

Siamo andati a visitare il parco di Archeoland, un parco didattico dove sono stati ricostruiti oggetti e abitazioni della preistoria, ma non solo. Archeoland nacque circa 30 anni fa nei pressi di Stallavena, proprio all’inizio della Valpantena. In zona però erano già presenti aree di studio di archeologia e preistoria, che furono poi trasformate in un unico parco didattico. Pensate che ad Archeoland venivano scuole da tutte le regioni del nord Italia per scoprire questo parco con uso ludico e didattico.

La preistoria è divisa in vecchia età della pietra, nuova età della pietra ed età dei metalli.

Ad Archeoland si trovano ricostruzioni di abitazioni da grotte preistoriche fino a case degli anni Sessanta, passando per il Medioevo. Nelle ricostruzioni si può entrare e toccare con mano gli oggetti come pellicce, pietre e artefatti. Per le scuole sono previsti anche dei laboratori.

Ma come fare a visitare Archeoland? Al momento il parco è in stand by a causa del drastico calo di visite dovute al periodo del Covid. Per poterlo visitare vi consigliamo di contattare il numero di telefono indicato nella loro pagina Facebook.

Grezzana è la zona più ricca di preistoria di tutto il Veneto!

Per conoscere in quale altro luogo della Valpantena puoi trovare tracce dell’uomo preistorico clicca qui. Ti portiamo in un posto inaccessibile!

Archeoland, ricostruzione capanna paleolitica

IL RITORNO AD ALCENAGO

Non avete ancora capito dove si trova Alcenago? Se siete in Valpantena questo borgo è ben visibile anche da lontano, grazie alla sua croce con un grande cuore rosso issata nel 2008. Attorno alla croce si trova un campo di ulivi che potremmo definire “sociale”. Qui ogni famiglia possiede una pianta di ulivo di cui prendersi cura, l’olio che viene prodotto viene dato in beneficienza. Un’iniziativa molto carina e che ci auspichiamo venga replicata più spesso!

Se volete conoscere altri sentieri in Valpantena potete leggere i nostri articoli su Rosaro (e andare alla scoperta di cave e ghiacciaie) oppure sul mulino di Bellori (per conoscere l’antica arte della macinazione dei cereali). Inoltre vi ricordiamo che il comune di Grezzana sta tracciando alcuni sentieri per il progetto FEET: cercate le targhette rosse con la scritta FEET e…buona camminata!

Alcenago

Rosaro di Valpantena, tra ghiacciaie e cimbri

Quanta storia può contenere un paese di sole 371 anime? Più di quello che si può pensare!
Vi raccontiamo qui di un percorso molto semplice da fare a Rosaro di Valpantena a nord della città di Verona. Dopo aver scoperto il mulino di Bellori, oggi partiamo per una passeggiata di 10km alla scoperta di chiese, capitelli, ghiacciaie e tradizioni dei cimbri. Chi erano? Prosegui nella lettura per scoprirlo. Partiamo?

ROSARO di valpantena, UN BORGO RICCO DI STORIA

La prima attestazione che si ha di Rosaro di Valpantena, borgo che conosceremo a breve per le sue ghiacciaie e per i cimbri, è un documento del 832. Ma perché Rosaro si chiama così?
La prima risposta è una leggenda: durante la peste del 1630 morirono tutti gli abitanti, tranne una ragazza di nome Rosa che avrebbe poi ribattezzato il paese. La seconda spiegazione è più logica: nella parte sud del paese c’erano numerosi roseti che avrebbero dato il nome al piccolo borgo.
D’altronde Rosaro di Valpantena è il posto perfetto per far crescere le rose, in quanto le nebbie della pianura padana si fermano proprio qui sotto, non salgono mai oltre.
Nel 1503 diventa comune sotto il dominio della Repubblica di Venezia

ORATORI PRIVATI

Nonostante Rosaro di Valpantena sia stata fondato prima dell’anno Mille, fino al 1657 non c’era nessuna chiesa in questo luogo. L’unica famiglia nobile documentata in questo paese è la famiglia degli Orti, tutti gli altri nobili di Verona si fermavano più in basso. La famiglia Orti costruì un oratorio ad uso privato, descritto a metà Seicento come fatiscente e molto piccolo. Era usanza comune per le famiglie nobiliari costruirsi una piccola chiesa privata nei pressi delle loro ville fuori città. Ufficialmente il motivo era per pregare quando si era lontani dalla chiesa, ma in realtà era anche un modo per affermare il proprio potere.
Nel 1661 l’oratorio venne intitolato a San Barnaba, ma solo nel Settecento fu utilizzato rare volte per motivi di devozione popolare.

Rosaro di Valpantena

ROSARO NEL NOVECENTO

Infine nel Novecento l’oratorio divenne di costante utilizzo per la comunità. Così decisero di costruire una vera e propria chiesa, ultimata nel 1910. La chiesa è composta da una sola navata ed è dedicata a San Barnaba.
San Barnaba, originario di Cipro, è considerato il primo missionario in quanto viaggiò molto per diffondere la parola di Dio. È spesso raffigurato con un libro al punto che è stato definito apostolo pur non essendolo stato. Morì probabilmente da martire.
Partendo da Rosaro di Valpantena per la nostra passeggiata troviamo subito un capitello, in contrada Mattiella, un terreno acquistato dalla famiglia Mattiella alla famiglia Orti. Si tratta di uno dei tanti capitelli costruiti dalle famiglie del luogo per chiedere protezione per il bestiame e il raccolto. Questo capitello però racconta una storia diversa. Durante la Prima Guerra Mondiale tutti e tre i figli della famiglia Mattiella partirono per la guerra. La famiglia decide che se fossero tornati vivi avrebbe eretto il capitello. Indovinate come è andata a finire?

Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DELLA VALPANTENA

Come abbiamo già visto nell’articolo relativo al mulino di Bellori, le attività economiche in Valpantena erano prevalentemente agricole e di allevamento.
Ma anche le cave hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo del territorio. In passato chi non era contadino (bacàn) si considerava superiore perché i contadini erano considerati succubi del proprietario terriero. Tagliapietre e artigiani si mettevano su un gradino sopra, soprattutto quelli esperti che avevano fatto pratica nelle cave di Sant’Ambrogio di Valpolicella e poi avevano “importato” la tecnica in Valpantena.
Addirittura qualcuno dice che le pietre dell’Arena di Verona vengano da Rosaro di Valpantena, ma molto probabilmente si tratta della leggenda di un anonimo.

Cava a Rosaro di Valpantena

UNA VISITA A UNA CAVA

Durante questa passeggiata abbiamo avuto la possibilità di visitare una cava ancora attiva. Si tratta di una cava aperta nel 1998 quando una precedente cava esaurita viene ripristinata per recupero ambientale.
La famiglia aprì la cava nel 1950 e oggi i figli proseguono la tradizione di famiglia. Qui si estrae il granulato che viene macinato per produrre altri materiali.
Nelle valli veronesi si estraggono diversi tipi di materiali: nelle zone centrali e occidentali troviamo cave di marmo, di calcare e lastre sedimentarie con fossili. Mentre nella zona orientale della val d’Illasi troviamo pietra nera vulcanica. La pietra divenne importante nel corso dei secoli, inizialmente era il legno il materiale di costruzione principale. 

I CIMBRI E LA LESSINIA

Durante la nostra pausa pranzo ci è stata raccontata la storia dei cimbri, una popolazione che arrivava dalla Baviera e si stanziò sulle montagne a nord di Verona attorno al 300 d.C.. Ma questi territori erano già abitati in epoca preistorica, pensate che Oetzi, il famoso uomo preistorico conservato a Bolzano, possedeva felci provenienti dalla Lessinia.
I cimbri erano principalmente boscaioli. Infatti il nome cimbro deriva dalla parola cimbra “zimbar” che significa boscaiolo. All’epoca i boschi si espandevano fino a vaste aree della pianura padana.
I cimbri hanno lasciato in eredità la loro lingua che tutt’oggi è parlata a Giazza in provincia di Verona, a Luserna in provincia di Trento e in sette comuni dell’altopiano di Asiago in provincia di Vicenza.
Nel 814 troviamo la prima attestazione della Lessinia, si trattava principalmente di territori di proprietà monasteri per donazioni e lasciti. Quest’area di montagna fu zona di migrazioni tra l’anno Mille e il 1200, ma in seguito fu un’area contesa tra gli Scaligeri, i Visconti e la Repubblica di Venezia. Tutti avevano però un unico obiettivo: salvaguardare i confini con il Tirolo.
Le abitazioni dei cimbri erano in legno con tetto in paglia che prendevano dalle pianure mantovane.
I cimbri erano molto religiosi e ciò è testimoniato da numerosi capitelli dedicanti ai santi protettori delle attività agricole e a San Vincenzo, protettore contro intemperie. 

Ciliegi a Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DEI CIMBRI

Ma come campavano queste popolazioni arroccate sui monti veronesi? Visto che il loro nome deriva dalla parola “boscaiolo” è facile dedurre che la loro attività principale era la lavorazione del legno. Come attività collaterale c’era la produzione di carbone, attività così importante che era chiamato oro nero. Le prime vere e proprie contrade cimbre nascono nel corso del 1400 e diventano i fulcri dell’attività quotidiana. Le comunità cimbre sono sempre state molto chiuse e poco inclini al commercio con gli altri popoli.
Nonostante le varie dominazioni che si sono susseguite, ai cimbri è stata sempre lasciato il diritto di scegliere sacerdoti tedeschi. In cambio veniva a loro richiesta la salvaguardia dei confini.
I cimbri allevavano anche ovini, la cui lana arrivava fino a Venezia per essere commercializzata nel resto del mediterraneo. In seguito, con l’aumento del bestiame bovino nasce la necessità di pascoli. Vengono così abbattuti boschi per diventare alpeggi  e si dà il via alla lavorazione del formaggio. Se vuoi rinfrescarti la memoria su come si lavora il formaggio puoi recuperare tutta la spiegazione nel nostro articolo dedicato al mulino di Bellori.

Foliage di ciliegi a Rosaro di Valpantena

LE PRIME MALGHE

Con la produzione del formaggio nascono i primi casoni in parte in muratura e in parte in legno. Il tetto invece era fatto di paglia per resistere alla neve. Questo era l’aspetto delle prime malghe, solitamente composte da due stanze: un locale dove si lavorava il formaggio e uno con la funzione di deposito. Proprio in Lessinia Malga Malera è stata una delle prime malghe.
Da qui però nasce il problema della conservazione del formaggio. Nasce così anche il baito (se ti sei perso che cos’è recupera leggendo questo articolo), con lo stesso fine della malga: produrre e conservare il formaggio. Nascono anche le prime cooperative: ognuno riceveva la quota di latte in base al numero di mucche in suo possesso e di cui aveva consegnato il latte.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LA GHIACCIAIA

Le prime ghiacciaie nascono per la necessità di conservare il cibo. Ma prima dell’avvento delle ghiacciaie dove si conservava il cibo? Il posto migliore erano le grotte, ad esempio il covolo di Camposilvano nei pressi di Velo Veronese. 
Ma con lo sviluppo della produzione del formaggio in zona nascono le prime ghiacciaie di malga per conservare burro, latte e formaggi. Erano di dimensioni molto piccole, costruite a botte e la produzione di ghiaccio diventa un’attività importante per la zona. Proprio qui nascono i primi ghiacciai commerciali, all’epoca nevicava molto di più e a quote anche più basse di quanto purtroppo non faccia oggi.
Le pozze che si utilizzavano in estate per abbeverare il bestiame, in inverno ghiacciavano. Si tagliava a lastre il ghiaccio e tra uno strato e l’altro si inserivano delle foglie per non farle attaccare. Questa attività è stata prevalente in Lessinia e in Valpantena fino alla prima metà del Novecento.
La prima fabbrica di ghiaccio di Verona nacque nel 1911 in Basso Acquar, vicino all’attuale fiera. La cupola della fabbrica del ghiaccio venne inaugurata nel 1932 dal padre di Galeazzo Ciano che all’epoca era ministro nel governo fascista.
Lentamente il ghiaccio della Lessinia non è più necessario per la città, in quanto può essere prodotto industrialmente e senza più problemi di trasporto. I cosiddetti “giassaroli”, coloro che si occupavano del ghiaccio, si reinventano come cavatori nelle cave di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più in su ma anche come scalpellini.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LE STRADE DEL GHIACCIO E DEL LEGNO

Ok, non c’erano più problemi di trasporto grazie alla nuovissima e industrialissima fabbrica del ghiaccio in città. Ma prima come si faceva? Perché le ghiacciaie erano concentrate proprio tra Lessinia e Valpantena?
Qui non c’erano strade ma solo vaj che creavano la direttrice verso montagna. Ma abbiamo già visto qui come attraverso i vaj si passasse solo a dorso di mulo e non con i carretti. Con l’incremento di attività legate al trasporto del legname e del ghiaccio si crea la necessità di strade.  Nascono così la via “tedesca” (o “granda”) che tagliava la Val Squaranto da Mizzole e la via “carbonaia” per portare a Verona il carbone.
Si crea inoltre la strada del “legname”, la via “degli alpeggi” in Val Fraselle e la strada “delle ghiacciaie”.
La strada “delle ghiacciaie” parte da Bosco Chiesanuova e prosegue per Lughezzano fino a Bellori. Ma ad essere favorite sono le zone più basse come la Valpantena perché anche lì si forma il ghiaccio e sono più vicine alla città.
Il ghiaccio dalla Lessinia andava anche fino a Monaco di Baviera, la produzione di ghiaccio era un’attività davvero importante per la zona!
Ciò ovviamente non valeva per i ricchi che in zona avevano le loro ville fuori città, in quanto ogni villa disponeva della sua ghiacciaia adatta alla conservazione degli alimenti.

LOCALITA’ PRAOLE

La passeggiata prosegue verso località Praole il cui nome deriva da “pratolum”, ossia piccolo prato. Anche questa radura è nata dai disboscamenti die poca medievale, quando le foreste furono sacrificate perché servivano aree da adibire ad alpeggio.
Qui si trovava qualche appezzamento della famiglia Orti che abbiamo conosciuto all’inizio di questo articolo, ma pochi terreni di nobili. Anche questa contrada, come molte altre in zona si sta spopolando. Pensate che nel 1923 c’erano 164 abitanti, ora ce ne sono solo una sessantina. La chiesa di Praole risale a metà dell’Ottocento ed era il primo edificio che si incontrava entrando in questa località. La sacrestia in passato era utilizzata anche come piccola scuola elementare. 
La chiesa di Praole è dedicata a San Rocco, rappresentato con la conchiglia del pellegrino, un bastone, un cane e un tozzo di pane. San Rocco nacque a Montpellier da una famiglia di nobili. Decide di lasciare tutti i suoi beni per recarsi in pellegrinaggio a Roma, dove incontra un’epidemia di peste. Mentre tutti gli altri pellegrini fuggono e tornano a casa, lui decide di restare per dedicarsi agli altri. Purtroppo lui stesso si ammala ed è costretto a nascondersi in un bosco perché in quanto appestato nessuno lo vuole aiutare. Lo aiutò un angelo facendogli incontrare un cane che ogni giorno gli portò del pane fino alla sua guarigione.

Passeggiata a Rosaro di Valpantena

CONTRADA PREMAGRI E LE FONTANE

La nostra passeggiata si conclude in contrada Premagri che si trova sotto il comune di Cerro Veronese.
Per risalire a Rosaro di Valpantena si incontra la Fontana Vecia (vecchia fontana), dove un motorino permetteva di tirare l’acqua dalla fontana al paese. Con l’avvento dell’AGSM a Verona alla fine degli anni Settanta fu poi vietato estrarre l’acqua da un acquedotto diverso da quello comunale.
Incontriamo inoltre la Fontana del Valen dove le signore di Rosaro scendevano a lavare i panni.

Speriamo che anche questo articolo alla scoperta delle tradizioni del nostro territorio vi sia piaciuto, ci vediamo presto con il prossimo!

Il mulino di Bellori

Eccoci qui amici! Siamo pronti a raccontarvi quattro semplici passeggiate da poter fare in provincia di Verona, iniziamo oggi con la prima gita al mulino di Bellori.
Abbiamo partecipato a queste uscite organizzate dalla pro loco di Grezzana e da Marco&Betta in bicicletta, in fondo all’articolo vi lasciamo i riferimenti per essere aggiornati sulle prossime passeggiate.
Siamo nella zona della Valpantena, una valle che si estende a nord di Verona e che è la porta di accesso al parco naturale regionale della Lessinia. Sono le colline prima della montagna, l’anello di congiunzione tra la città e la montagna. Tutto ciò ha reso la Valpantena un luogo importante da conoscere sia per l’aspetto naturalistico ma anche antropologico. Partiamo insieme per questa prima gita tra valli e mulini!

Pausa pranzo durante la gita


UNA GITA AL MULINO DI BELLORI

La nostra passeggiata inizia dal paese di Bellori, dove la Valpantena inizia a restringersi e si inizia a salire verso le montagne della Lessinia. Qui ci sono numerosi vaj per accedere alle montagne. Ma cos’è un vajo? Un vajo è una stretta valle, quasi un canalone, che sale verso una montagna. È diverso dal vaio che è tutt’altra cosa (potete approfondire il tema sulla nostra pagina instagram).
Da Bellori quindi finiva la strada carrozzabile e iniziavano le mulattiere. Bellori è ancora oggi famoso per il suo mulino, l’unico sopravvissuto dei tanti mulini che erano presenti in questa valle.
Continua a leggere per scoprire quanti ce n’erano, ti assicuriamo che resterai sorpreso!

Ruota del mulino di Bellori

UNA STORIA DI CARROZZE E MULI

Per farvi capire com’era difficile spostarsi tra queste valli in passato vi raccontiamo un piccolo aneddoto.
Il fratello del famoso poeta veronese Berto Barbarani racconta il suo viaggio dalla città di Verona al paese di Bosco Chiesanuova, in Lessinia. Era stato nominato medico proprio di questo paese di montagna, ma il viaggio fu tutt’altro che facile. Oggi ci mettiamo 20 minuti ad arrivare a Bellori da Porta Vescovo in centro a Verona, all’epoca il poveretto ci metteva addirittura 2 ore in carrozza.
Bellori era il punto oltre il quale le carrozze non potevano andare: ci si doveva fermare qui all’osteria Anguilla e cambiare la carrozza o il carretto con un mulo. Carrozze e carri non passavano dai vaj, il sentiero era troppo stretto.
Ma la difficoltà non era terminata: a Bellori c’era anche un punto doganale perché poco più in là, subito oltre la Lessinia, si entrava in territorio austriaco.

Ceste in vimini fatte a mano per il trasporto del legname


LA LUCENSE, UNA STORIA VERONESE

La nostra passeggiata inizia addentrandoci nella piccola contrada denominata “La Busa” (la buca, traducendo dal dialetto veronese). Si tratta di una via con un esiguo gruppo di case dove fino a qualche anno fa vivevano sette famiglie, mentre ora ci vive solo una persona. Proprio in questa contrada il 30 giugno del 1923 venne fondata l’azienda idro-elettrica Lucense, voluta da cittadini locali per produzione energia. Sono ancora visibili le vasche con il sistema di tubi che portavano l’acqua dal ponte di Veja fino a Bellori e da qui alla città di Verona.
Questa centrale fu operativa fino al 1973, quando l’Enel centralizzò le centrali idroelettriche.

DCIM\100MEDIA\DJI_0051.JPG


LA VALPANTENA E L’INDUSTRIA

La Valpantena nel corso della storia fu molto importante per la città di Verona in quanto zona di agricoltura e mulini, attività che dipendevano dall’acqua. Come il mulino di Bellori ce n’erano tantissimi in questa valle, ma i mulini con l’energia idroelettrica potevano aumentare la loro produzione. Proprio grazie a questo sviluppo anche antropologico della Valpantena qui nacquero alcune delle principali aziende della provincia di Verona: Veronesi, l’azienda che si occupa di produrre mangimi, si è sviluppata in Valpantena grazie ai mulini. Negli anni Cinquanta infatti decisero di produrre dei mix non più per consumo personale ma per gli animali, avendo da subito un grande successo e diventando un’azienda leader del settore. Ma in Valpantena non si sviluppò solo l’agricoltura. Anche il settore tessile seppe crescere e qui vennero prodotti anche i primi pantaloni a marchio Carrera.

DCIM\100GOPRO\GOPR0629.JPG

LA LESSINIA

Ma proseguiamo con la nostra passeggiata. Dicevamo: da Bellori siamo arrivati a località La Busa.
Tra un vajo e l’altro si sale verso la Lessinia, passando da una zona fredda e ombrosa a valle, per salire verso prati completamente al sole. Pare infatti che la Lessinia sia chiamata così proprio per questo motivo: lux come luce, associato al fatto che dopo i vaj boschivi, sull’altopiano si trova luce. 
Breve excursus geologico: questa zona è stata un mare tropicale, poi in epoca glaciale un ghiacciaio. Questo è il motivo per cui su molte pietre al giorno d’oggi si trovano dei fossili. Si alternano pareti morbide con pareti a strapiombo. Infatti per gli appassionati di roccia ad Alcenago c’è una parete attrezzata per le scalate. Se invece siete arrampicatori esperti potete provare ad affrontare le complesse pareti di roccia di Ceredo.

Valpantena


IL PICCOLO BORGO DI CORSO

Da località La Busa si prosegue dritto dritto verso il vajo, attraversando il bosco e guadando un torrente. Alla fine del vajo vi troverete sulla strada asfaltata dove girerete a destra. Proseguite fino al piccolissimo borgo di Corso.
Qui potrete vedere una fontana molto carina che sembra uscita direttamente dalla fiaba di Biancaneve. È composta da un unico blocco in pietra.
Inoltre a Corso c’è una chiesa realizzata a metà Ottocento e finanziata dagli abitanti del paese. Per sistemare la campana non è stato fatto il campanile ma una piccola costruzione con materiali di recupero. Una chiesa creata dalla comunità per la comunità. La chiesa è dedicata a San Paolo, è stata costruita in pietra locale e inizialmente c’era un controsoffitto in cartongesso per limitare i costi di riscaldamento. 

Valpantena


IL CAREGON GIGANTE

Mentre in tutta Italia impazzano le panchine giganti, la Valpantena è un passo avanti: qui si trova una sedia gigante. È chiamato “el caregon gigante”, la grande sedia .Si raggiunge seguendo il percorso della via crucis, un sentiero semplice e molto panoramico. Dopo una sosta al caregon rosso si inizia la discesa verso il piccolo borgo di Bellori, da cui era partita la nostra passeggiata. La discesa  è dolce e attraversa prati, strade asfaltate, sentieri nel bosco e strade bianche. Tranquilli, nessuna discesa “spaccaginocchia”!
E ora che siamo scesi possiamo concentrarci sul motivo per cui siamo venuti qui: il mulino di Bellori.

Il “caregon gigante”


I MULINI E LA VALPANTENA

Non solo il mulino di Bellori, nell’Ottocento in Valpantena c’erano circa 37 mulini nei soli borghi di Bellori, Lugo, Alcenago, Stallavena, Azzago, Romagnano e Marzana. Chiunque avesse proprietà agricole situate prima di un mulino poteva irrigare solo di domenica per non rubare acqua al mulino. In Valpantena c’erano campi di cereali dedicati apposta ai mulini, l’intera valle era terrazzata per la coltivazione dei cereali. Inoltre i mugnai acquistavano i cereali in piazza Erbe in centro a Verona e a volte si spingevano fino a Mantova, un viaggio che all’epoca durava giorni. Era molto importante avere costantemente a disposizione la materia prima per far andare i mulini e tenerli in movimento. Qualcuno invece portava il proprio cereale, coltivato nei propri campi, al mulino.
Chi ne aveva la possibilità terrazzava colline per avere spazio produttivo.

Lubecchio e lanterna di un mulino in funzione

IL BAITO

Una volta arrivati a Bellori il sentiero scende proprio nei pressi del mulino dove abbiamo potuto effettuare una visita guidata. Continua a leggere l’articolo per sapere quando puoi andare a fare una visita guidata!
Abbiamo iniziato visitando il cosiddetto “baito”, un ex malga dove veniva prodotto il formaggio. Il baito è diviso in 2 sale: il luogo del latte, dove si lavorava il latte e il luogo del fuoco, dove si cuoceva il latte. Nel baito di Bellori è tutto originale, inclusa l’attrezzattura. Solo la pavimentazione è stata rifatta per rendere accessibile il luogo.
Ma avete mai sentito l’espressione “fare baito”? In passato significava “fare festa, fare confusione” perché il baito era usato anche come luogo di aggregazione dove poter stare al caldo in inverno a suonare, cantare e ballare.

Il baito


LA LAVORAZIONE DEL LATTE 

In passato in Valpantena, ma in generale in tutte le aree agricole della provincia di Verona, quasi tutti possedevano una mucca da latte che serviva poi per produrre burro, formaggio, ricotta ecc. A Bellori hanno sfruttato il baito per fare una specie di cooperativa dove tutti portavano il latte e lo pesavano.
A turno si lavorava il latte per tutti e il risultato della lavorazione veniva poi diviso in quote in base a quanto dato da ciascuno. Nel baito potete vedere ancora i quaderni contabili degli anni Cinquanta.
Ma come si lavorava il latte per poi farne i derivati? Il latte arrivava sullo scolo, veniva passato e messo in massele (contenitori bassi e larghi in legno) e si lasciava lì tutta notte a riposare. La mattina dopo la panna affiorata veniva tolta e utilizzata per fare il burro. La complessa lavorazione del burro richiedeva due persone. 
Il latte restante veniva usato per la produzione di formaggio. 

Zangola per la lavorazione del burro


LA PRODUZIONE DI FORMAGGIO

Ok, abbiamo visto come facevano il burro, ma il formaggio come lo lavoravano? Vediamolo insieme.
La caldera è dove mettevano il latte e lo lasciavano bollire fino a 37 gradi. Erano così esperti che capivano la temperatura semplicemente immergendo un dito. Si aggiungeva poi il caglio per addensare la pasta che andava verso un asse pendente per fare uscire il liquido. Infine il formaggio veniva messo a stagionare in uno stampo con il logo della malga. Grazie all’umidità del mulino questo era il luogo perfetto per stagionare il formaggio.
Per concludere si passava alla produzione della ricotta con gli avanzi della caldera: non si sprecava niente, tutto era prezioso.

Forme per il formaggio


IL MULINO DI BELLORI

In Valpantena, che in passato era ricchissima di mulini, quello di Bellori è l’ultimo rimasto intatto e visitabile. Pensate che solo nel piccolo borgo di Bellori e dintorni c’erano ben 12 mulini.
Il mulino di Bellori funzionava con l’acqua di un torrente che si è prosciugato. Oggi c’è una pompa d’acqua che fa girare la ruota con diametro 6mt e 60 tasche. La ruota gira attorno all’albero (mas-cio).
Il mulino di Bellori è composto da due macine, una per il mais e una per il frumento. Dalla parte superiore, la tramoggia, venivano caricati i cereali che scendevano piano piano nella macina. Uscivano e poi risalivano per essere setacciati. Se però la macina avesse funzionato anche senza cereali ci sarebbe stato un alto rischio di incendio dovuto all’attrito, perciò inventarono un campanello che avvisasse quando la macina era vuota. In quel caso si doveva spegnere il mulino oppure aggiungere ulteriori cereali alla macina.
Al momento la macina non funziona in quanto è necessario un intervento di ristrutturazione.

Macine per la lavorazione del grano


INFORMAZIONI PRATICHE SUL MULINO DI BELLORI

Il mulino di Bellori è proprietà del comune di Grezzana e un gruppo di volontari gestisce sia il mulino che il baito.
Il mulino di Bellori e il baito sono aperti ogni seconda domenica del mese. Ma per restare informati sugli orari e le aperture straordinarie informatevi attraverso la loro pagina ufficiale su instagram. L’entrata è gratuita e un’offerta è gradita ma non obbligatoria.
Inoltre potrete visitare anche la casa museo, una casa che con oggetti e artefatti racconta come’era la vita in questa contrada dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta.

Casa museo a Bellori


LE PROSSIME PASSEGGIATE

Per essere informati sulle prossime passeggiate in Valpantena potete seguire la pro loco qui e la pagina di Marco e Betta in bicicletta. Vi consigliamo di partecipare perché potete camminare su nuovi sentieri in Valpantena, scoprire tante curiosità sul territorio, sulla storia e sullo stile di vita dei nostri nonni e trascorrere una piacevole giornata in compagnia. I sentieri sono generalmente facili e adatti a tutti, ma leggete attentamente le locandine per avere tutti i dettagli.
Inoltre quando camminate in Valpantena non dimenticate di osservare dei piccoli cartellini rossi che indicano i sentieri FEET. Si tratta di una rete di sentieri che sta tracciando il comune di Grezzana sul territorio.
Potete prendere spunto da qui per altre gite in Valpantena.
Oppure potete continuare a seguire i vostri poracci in tour!

Una visita al Riparo Tagliente

Oggi andiamo a fare una visita virtuale a un sito preistorico nella provincia di Verona che pochissimi conoscono: il Riparo Tagliente.
Come dice il nome, qui si riparavano gli uomini preistorici, e in effetti si tratta di un riparo roccioso molto ampio.

IL RIPARO TAGLIENTE

Visitare il Riparo Tagliente per noi profani dell’archeologia è stato super interessante! Abbiamo imparato molte cose che nemmeno immaginavamo. Ad esempio ci sono dei cavi che scendono dal soffitto, sapete perché? Servono a dare le coordinate esatte del posto in cui si trova un reperto. Sono appesi a una grande griglia di cavi sul soffitto che forma il perfetto piano cartesiano da cui stabilire le coordinate dello scavo. Inoltre è possibile risalire alla posizione di un reperto grazie ai numeri segnati sul terreno che suddividono i vari strati.

LA PREISTORIA IN VALPANTENA

Da tanti anni l’Università di Ferrara lavora nelle aree europee più interessanti per gli scavi che riguardano il periodo del Paleolitico e le epoche successive fino al Neolitico antico.
Oltre che al Riparo Tagliente troviamo tracce importanti dei nostri antenati preistorici anche alla vicina grotta di Fumane.
Ma perché l’uomo preistorico si stabilì proprio in Valpantena? Questa zona prealpina era ricca di materie prime fondamentali per la sopravvivenza: flora, fauna, selce. Qui agli uomini preistorici non mancava proprio niente! E poi vicino scorreva il progno di Val Pantena che all’epoca doveva essere ben più grande e ricco d’acqua rispetto al ruscello che è oggi. La sua presenza è testimoniata da ciottoli levigati, le classiche pietre lavorate dall’acqua.

cosa raccontano GLI STRATI DEL TERRENO

Durante una visita al Riparo Tagliente si può vedere chiaramente come gli strati del terreno si sono formati nel corso dei millenni. Il terreno cambia composizione di strato in strato e la cosa più affascinante è stata capire tutto ciò che, solo osservando il suolo, gli archeologi possono scoprire sul nostro passato. Gli strati si sono modificati principalmente in base al clima e alla frequentazione dell’uomo. Sono soprattutto argilla e limo a indicarci il clima, a cui si aggiungono le placchette di calcare che, nel tempo, si sono staccate dalle pareti del riparo per effetto del gelo e disgelo ed anche i grandi massi rocciosi, forse anche a causa di eventi tellurici. Si può notare che il terreno cambia colore o composizione, alcune volte gli strati sono più evidenti e altri meno. E negli strati si trovano materie prime o selci scheggiate in modo diverso che ci aiutano a capire come vivevano gli uomini preistorici e come si sono evoluti i loro comportamenti nel corso del tempo. Questi strati possono durare un giorno come diecimila anni e possono variare all’interno dello scavo (non sono perfettamente lineari e sempre alti uguale, sarebbe troppo facile così!)
Per riconoscere più facilmente i vari strati sono stati individuati dagli archeologi utilizzando delle placchette con dei numeri.
Datare i reperti invece è più facile: si usano metodi chimico-fisici come la datazione al carbonio-14.
Lo strato più antico del Riparo Tagliente risale a 50.000-60.000 anni fa.

LA SCOPERTA DEL RIPARO TAGLIENTE

Come tutte le migliori scoperte, anche il Riparo Tagliente è stato trovato per una casualità! Un appassionato di archeologia, tale Francesco Tagliente, nel 1958 scopre un riparo chiuso da sedimenti e con solo una piccola fessura per accedervi. La valle una volta era completamente coltivata a frutteto, totalmente diversa da come la vediamo oggi.
Il signor Tagliente entra ma si accorge ben presto che qualcosa era stato portato via. Nel Medioevo presumibilmente qualcuno aveva svuotato la parte interna del riparo.
Ma non si perde d’animo e, cercando, trova diversi utensili e reperti. Contatta così il Museo di Storia Naturale di Verona e nel 1962 partono i primi scavi.
Si inizia a scavare al centro una trincea che servirà per esaminare la stratigrafia del sito dall’esterno all’interno.
Nel 1967 le ricerche passano in mano all’Università di Ferrara attraverso il professor Leonardi, fondatore dell’Istituto di Geologia dell’università di Ferrara.

I PRIMI SCAVI

Dall’inizio degli anni Settanta si inizia a scavare verso la zona interna del riparo. Ripulendo la parete si trovò un osso umano, appartenente al bacino. Si decise così di aprire la zona sud per far emergere la sepoltura, il cui scheletro si può oggi vedere al Museo di Storia Naturale di Verona. Se però volete restare in zona, al Museo Preistorico e Paleontologico di Sant’Anna d’Alfaedo potete vedere il calco di questo scheletro (oltre a molti altri reperti provenienti dal Riparo Tagliente).
Si tratta dei resti di un uomo di 20 anni, la cui sepoltura risultava “chiusa” da massi in calcare.
Ma non è l’unica traccia umana rinvenuta al Riparo Tagliente. Qui gli archeologi hanno scavato e trovato denti di uomo di Neanderthal e la falange di un giovane individuo.
Attorno agli anni 2000 si è iniziato a scavare anche nella parte più interna, sebbene la zona fosse stata “inquinata” dalla presenza medievale che ha fatto sparire gran parte di ciò che poteva esserci nel Riparo Tagliente.

GLI UOMINI PREISTORICI

Il Riparo Tagliente era molto utilizzato dagli uomini nel periodo epigravettiano, tra circa 17.000 e 13.500 anni fa.
Attorno al 17.000 a.C. infatti iniziarono a rientrare gruppi di umani all’interno dell’arco alpino. Prima si erano allontanati a causa di un picco glaciale che rendeva impossibile la vita degli uomini e della flora e fauna di cui si nutrivano.
Ci sono testimonianze che l’uomo preistorico sapeva macellare gli animali e accendere focolari. Ce ne sono diversi che venivano aperti, poi chiusi e poi riutilizzati.
Ma qui al Riparo Tagliente gli uomini non vivevano isolati. Sono stati rinvenuti elementi in Scaglia Rossa marchigiana, segno che c’erano dei contatti con altre tribù a sud del Po.
L’uomo era stanziato qui quasi tutto l’anno, ma più frequentemente nei periodi invernali.
Grazie agli scavi abbiamo molte informazioni su come viveva qui l’uomo preistorico, ma non solo! Gli archeologi studiano anche la fauna, fondamentale per comprendere il clima del periodo e la dieta dei nostri avi.
Pare che anche diversi animali abbiano usato il Riparo Tagliente come tana, e un resto di tana di un animale (presumibilmente un tasso) è ancora oggi visibile.
Gli archeologi riescono a dedurre tutto ciò solo studiando il terreno e i reperti, non è incredibile?

LO STATO attuale DEL SITO

Il Riparo Tagliente al momento non è nella sua migliore forma, diciamo così. Purtroppo il tetto è piuttosto malandato e i lavori di manutenzione non si possono fare per problemi burocratici. Al momento l’intero sito è ricoperto di teli che gli studiosi tolgono solo nel momento in cui vanno a visitare lo scavo.
Solo in un piccolo sondaggio interno si è scavato fino in fondo, ossia si è arrivati ad un livello che viene definito “sterile”, dove non c’è più nessuna traccia da ricercare, né nel terreno né come reperto. Ma tutto il resto del sito resta ancora in gran pare da scavare e ci sono metri e metri di sedimenti, e lavoro per generazioni di archeologi!

IL FUTURO DEL RIPARO TAGLIENTE

Al Riparo Tagliente si arriva in 5 minuti di automobile dal centro di Grezzana, un paese a nord di Verona. Non c’è molto spazio per parcheggiare.
Il sito è in corso di studio da parte dell’Università di Ferrara ma dal 2013 non si può più scavare per continuare a scoprire i segreti di questo luogo ricco di (prei)storia!
Purtroppo una serie di problemi burocratici impediscono agli archeologi e ai giovani studenti di fare pratica sul terreno, con grandi perdite sia per la conoscenza che per il territorio.
Il sito non è normalmente visitabile da parte del pubblico, finchè non sarà possibile sistemare la struttura di copertura per proteggerlo e renderlo sicuro.  Per questo ringraziamo Elisabetta, la Pro Loco di Grezzana e l’Università degli Studi di Ferrara per averci dato la possibilità di organizzare una visita al Riparo Tagliente.
Ci auguriamo che in futuro il sito possa essere rinnovato e che gli scavi possano riprendere con grinta e curiosità! E che, magari, ogni tanto venga data la possibilità al pubblico di fare una visita al Riparo Tagliente per conoscere questo luogo ancora sconosciuto della nostra provincia.

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle

Benvenuti all’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Oggi vi portiamo alla scoperta di un luogo davvero particolare a pochi km dal centro di Verona, un pantheon che testimonia il passato della Valpantena e la cui storia è strettamente collegata all’acqua.

Ma partiamo dall’inizio…

La Valpantena: zona di acqua (e di vino!)

L’ipogeo si trova a Santa Maria in Stelle, a 10km a nord di Verona. In questa zona si apre la Valpantena, terra conosciuta dai tempi degli antichi romani per le numerose sorgenti di acqua che hanno reso possibile sin dalla Preistoria l’insediamento umano. Gli antichi romani hanno canalizzato l’acqua per irrigare i campi, soprattutto vigneti, da cui sono nati i celebri vini della zona. Pare infatti che i vini inviati a Giulio Cesare provenissero proprio dalla Valpantena.
Nel I secolo d.C. l’imperatore incarica la famiglia Pomponia di seguire i lavori per l’acquedotto, vista la ricchezza idrica della zona. Decisero di incanalare la sorgente che sgorga a 11 metri di profondità, ma è nel III secolo d.C. che inizia la storia del nostro ipogeo.

In quel secolo Publio Pomponio Corneliano prese in mano i lavori dell’acquedotto. Fece interrare l’acquedotto e creò un ninfeo per venerare e ringraziare di tanta abbondanza le ninfe, dee dell’acqua.
L’acqua ha creato però non pochi problemi al pantheon di Santa Maria in Stelle. Nel corso dei secoli la pioggia e i detriti hanno invaso più volte lo spazio sotterraneo e fu solo don Vincenzo Stevanelli che nell’Ottocento decise di girare l’ingresso dell’ipogeo. In questo modo i detriti scendendo dal monte non entravano più direttamente nel tunnel, preservando i capolavori storici e artistici nascosti sotto al terreno.

Siamo pronti a scendere dalle scalette a destra della chiesa di Santa Maria in Stelle e avventurarci nell’ipogeo?

Scalinata di ingresso all'ipogeo di Santa Maria in Stelle

L’IPOGEO di santa maria in stelle

Si scendono gli scalini e ci dà il benvenuto un personaggio togato: lo ha piazzato qui don Vincenzo Stevanelli per ricordare Publio Pomponio Corneliano. Se si osserva la statua si nota subito che le mancano i piedi. Per trovarli occorre proseguire e nella prima stanza si trovano a sinistra. In questa piccola sala si nota anche la porticcina che guida alla sorgente e, facendo silenzio, si sente distintamente il rumore dell’acqua poco distante da noi.

Si segue un tunnel lungo 18mt dove proprio a metà troviamo un Chrismòn, una croce paleocristiana che sancisce il passaggio da ninfeo pagano a luogo di culto paleocristiano.
Sempre grazie all’abbondanza di acqua questo luogo fu usato come battistero e pare che anche il santo patrono di Verona, San Zeno, si recò in queste zone per visitare l’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
Alla fine del tunnel si apre la sala dove si celebravano i battesimi, mentre ai lati si trovano due sale laterali che furono usate per il catechismo.
Queste sale infatti sono ricche di racconti biblici, utilizzati per educare al cristianesimo persone analfabete che qui si riunivano per pregare e studiare, prima di ricevere il sacramento del battesimo.
Già nella sala centrale vediamo i primi affreschi: San Daniele nella fossa dei leoni e un Cristo benedicente.

Purtroppo anche qui sotto l’acqua nel corso del tempo ha fatto i suoi danni: l’umidità ha rovinato gli affreschi e solo con un restauro accurato negli anni Sessanta si sono recuperati i colori degli affreschi.

affresco Cristo benedicente ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CELLA SUD

Entrando nella sala di destra, la cella sud, troviamo una stele di epoca romana, recuperata da un vicino cimitero che sorgeva nella valle.
Questo ceppo ricorda la figlia adottiva di Publio Pomponio, morta prematuramente e nel corso del tempo la stele svolse la funzione di altare. Nel 1317 la stele è stata rovesciata per farle perdere le origini pagane ed fu benedetta per diventare cristiana. Venne inoltre inciso che chiunque si occupi della manutenzione del sito avrebbe avuto l’indulgenza plenaria. Più sotto si notano scritte di epoca carolingia, a testimonianza che qui ogni epoca ha lasciato il proprio segno.

Dietro la stele è rappresentato un affresco della Natività, ma ora concentriamoci un attimo sui muri di questa sala, oltre gli affreschi che la adornano.
Ci sono alcuni piccoli buchi scavati nella roccia, come dei piccoli buchi nel muro. Questi sono stati creati per appoggiare le candele e illuminare il luogo. Se oggi la guida ha un tablet per regolare l’illuminazione moderna, non era così nei secoli passati.

Se osserviamo più da vicino il muro possiamo notare numerosissimi graffiti: qui i pellegrini nel corso dei secoli hanno lasciato la loro traccia. Pensate che c’è addirittura la firma di un pellegrino inglese!

stele romana ipogeo di Santa Maria in Stelle

la cella nord

Spostandoci ora nella cella nord possiamo vedere numerose scene tratte dall’Antico Testamento, tra cui la strage degli innocenti, Gesù che si reca a Gerusalemme a dorso di un asino e Gesù che dona i rotoli della legge. Questi rotoli sono rappresentati anche sulla volta, creando un effetto prospettico di rara bellezza. Così raro che non si conoscono motivi simili in altri luoghi, una decorazione unica dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Tutti questi affreschi e le decorazioni sono state fatte da pittori diversi in epoche diverse, rendendo il luogo un concentrato di arte e di storia.

Possiamo anche ammirare delle signore vestite in fogge orientaleggianti, segno che c’era già stato qualche contatto con civiltà extra europee! E altri contatti li ritroveremo poi nella chiesa.
Se osserviamo la volta dipinta davanti ai rotoli della legge di vari colori, possiamo ammirare una volta celeste con stelle bianche e gialle. Ricordatevelo perchè tra poco vediamo cosa significa…

Il pavimento di queste sale una volta era tutto decorato a mosaico, ben visibile nella cella nord, un po’ meno in quella sud.

cella nord ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CHIESA

L’ipogeo si trova sotto la chiesa di Santa Maria in Stelle, dedicata a Maria Assunta. Nel pavimento della chiesa ci sono 3 fori: potete provare a sbirciare ma riuscirete solo ad intuire la struttura del pantehon sottostante. La prima struttura della chiesa risale al IX secolo ma nel corso del tempo fu ricostruita due volte, a causa di violenti terremoti.

Entrando si nota un affresco con dei limoni: i limoni sono un elemento spesso presente nelle decorazioni delle chiese di campagna.
Si possono vedere altri affreschi, tutti di artisti diversi, e sotto lo strato attuale ci sono ancora affreschi di epoche passate.
Ma l’affresco più interessante si trova sul soffitto del coro e rappresenta dei personaggi con dei copricapi precolombiani, segno che l’America era stata scoperta da poco quando fu affrescata questa porzione della chiesa nel 1532.

Vi consigliamo di fermarvi a visitare la chiesa prima o dopo la vostra visita all’ipogeo.

chiesa di Santa Maria in Stelle

I DINTORNI

Attorno al piccolo borgo di Santa Maria in Stelle si snodano numerosi sentieri panoramici.
Pensate che proprio qui in Valpantena c’era anche una big bench (avete presente le panchine giganti?), poi rimossa a causa di atti vandalici.
Scegliete il percorso che preferite (facile, medio o difficile), valutate il tempo a vostra disposizione e le vostre passioni (preferite attraversare piccoli borghi o perdervi nei campi di lavanda?) e partite per una giornata all’aria aperta. E poi fermatevi per una visita all’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
A proposito di questo borgo, ricordate la volta celeste della cella nord dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle? Pare che sia proprio quella a dare il nome al paese, mentre altri sostengono che derivi da “stele”, per il vicino cimitero romano di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più su.
campanile di Santa Maria in Stelle

COME VISITARE L’IPOGEO

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle si può visitare solo tramite visita guidata. Vi consigliamo di visitare il sito dell’ipogeo per avere tutti i contatti e le informazioni per pianificare al meglio la vostra visita.
Attenzione: possono entrare massimo 4 visitatori contemporaneamente, quindi se andate in gruppi numerosi dovrete organizzarvi di conseguenza.
Ah, non dimenticate una felpa: sottoterra fa freschino…
L’ingresso è gratuito ma è richiesto un piccolo contributo volontario destinato al mantenimento dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
È un luogo pregno di storia e spiritualità, un ambiente così non l’avevamo mai visto, vale assolutamente la pena organizzare una visita quaggiù!
Ringraziamo la nostra guida Elisabetta e il gruppo GVI – Giovani Volontari Ipogeo per la disponibilità, grazie!