La Pace di Paquara e la festa de le boche- eventi storici a San Giovanni Lupatoto

Oggi facciamo una passeggiata lungo il parco dell’Adige di San Giovanni Lupatoto, paese che ci ha adottati ormai 7 anni fa, alla scoperta della pace di Paquara.
Camminate con noi lungo le rive del fiume Adige a San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, per scoprire gli avvenimenti storici a cui questi campi hanno fatto da scenografia.
Scopriremo cos’è la pace di Paquara e perché è così importante. Proseguendo arriveremo fino alla “casa bombardata”, tra storia e futuro.

IL PARCO DELL’ADIGE

Il parco dell’Adige si raggiunge sia a piedi che in automobile (o meglio ancora in bicicletta!) dal centro di San Giovanni Lupatoto e, appena arrivati qui, vi imbatterete in un piccolo boschetto dove lasciare la macchina (ma attenzione che nei fine settimana la sbarra è chiusa e si può entrare solo a piedi, la macchina va parcheggiata nelle vie adiacenti).
Il percorso è completamente pianeggiante e sterrato, facilissimo per tutti e potete scegliere voi quanta strada fare: se vi va e siete in forma potete proseguire per km e km, tra il fiume e i campi.

Oltre a passeggiare potete attraversare l’Adige nei pressi di una diga e, camminando dal lato opposto, potete raggiungere altre località arrivando fino a Verona o altri paesi della provincia.
Se amate la natura questo è il posto ideale per staccare la spina a due passi dalla città. Chissà, magari avrete anche la fortuna di avvistare i numerosi animali che scorrazzano liberi in queste zone.

San Giovanni Lupatoto

LA PACE DI PAQUARA

Ma cos’è questa pace di Paquara di cui vi abbiamo accennato nel titolo? Ebbene, non immaginavamo che San Giovanni Lupatoto potesse essere stato teatro di importanti eventi storici, ma i fatti ci smentiscono!
Avete presente quando nel XIII secolo imperversavano le lotte tra guelfi e ghibellini? Qui a San Giovanni Lupatoto, sui prati in riva all’Adige, fu firmata il 28 agosto 1233 la storica pace di Paquara, la prima tregua tra sostenitori del Papa e dell’Imperatore.

Un frate di Schio (in provincia di Vicenza), tale Fra Giovanni, organizzò proprio in questi campi un grande raduno per trovare un accordo. Invitati alla pace di Paquara furono personaggi illustri da tutto il nord Italia tra cui vescovi, arcidiaconi, il patriarca di Aquileia e alti prelati, oltre agli eserciti che si portavano appresso.
Fra Giovanni tenne un discorso e da quello venne siglata la pace di Paquara che, tuttavia, durò solo un anno. Dopo questa breve tregua le lotte tra guelfi e ghibellini ripresero.

San Giovanni Lupatoto

 LA RIEVOCAZIONE

Un paio di anni fa abbiamo avuto la fortuna di poter assistere alla rievocazione storica della pace di Paquara, con tanto di catapulte e una vera e propria battaglia medievale!

Gli attori erano perfettamente vestiti in abiti medievali e le armi che usavano erano ricostruzioni delle armi dell’epoca. Hanno fatto sedere tutti gli spettatori ai lati del prato ed è iniziata la battaglia.

Essendo una rievocazione ci aspettavamo che fingessero ma in realtà se ne sono date di santa ragione! Sicuramente sapevano come e dove colpire per non farsi male ma non si sono risparmiati colpi e agguati.

Speriamo che nel 2022 si riesca di nuovo a fare la rievocazione della pace di Paquara, sarà nostra cura eventualmente informarvi tramite il nostro canale Instagram.

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

LA FESTA “DE LE BOCHE”

Ma la rievocazione della pace di Paquara non è l’unica festa storica che si svolge al parco dell’Adige. Infatti l’ultima domenica di marzo nel parco dell’Adige di San Giovanni Lupatoto si svolge la tradizionale festa de le boche!
Ma cosa sono le “boche” e come si festeggia? Durante questa giornata si festeggiava l’apertura dei canali che dall’Adige partivano per irrigare le campagne circostanti, si aprivano le bocche (in dialetto “boche”) dei canali.
Questa giornata rappresentava un giorno di festa per la comunità di San Giovanni Lupatoto che festeggiava con pic nic sulle rive dell’Adige fin dal Seicento. La tradizione è durata fino ai nostri giorni, quest’anno vi aspettiamo domenica 27 marzo per mangiare un panino sul prato. Per quanto riguarda il bicchiere di vino trovate lo stand degli alpini, con loro non si resta mai senza un buon “goto de vin”!

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

LA CASA BOMBARDATA

E proseguendo lungo il percorso del parco dell’Adige, appena entrati nel comune di Zevio arrivando da San Giovanni Lupatoto, si incontra un altro luogo che racconta la storia di questo paese: la casa bombardata (casa bombardà per i veronesi). Non era una vera e propria casa ma più che altro un edificio che fungeva da controllo visto che da qui usciva un canale dall’Adige per irrigare i campi.

Il 26 aprile 1945 un manipolo di soldati tedeschi si rinchiuse qui dentro per sfuggire agli americani. Gli americani iniziarono così a bombardare la casa in un serrato scontro a fuoco tra le due parti. I tedeschi ebbero la peggio ma poteva finire ancora peggio per i cittadini di San Giovanni Lupatoto.
Infatti gli americani avevano deciso che, nel malaugurato caso in cui non fossero riusciti a stanare i tedeschi, avrebbero fatto saltare per aria l’intera contrada.

La casa bombardà al momento è in fase di restauro e in futuro diventerà un bicigrill, un autogrill per biciclette con bar annesso.
Da qui infatti parte anche la pista ciclabile delle Risorgive che prosegue fino al lago di Garda.

Parco dell’Adige – San Giovanni Lupatoto

SAN GIOVANNI LUPATOTO

San Giovanni Lupatoto si trova a pochi km dal centro di Verona e, a parte una passeggiata al parco dell’Adige, se non visitate il paese non vi perdete niente. Però trovate molti bar e ristoranti davvero buoni! Ma se passate da qui venite a trovare i #poracciintour!

Perché San Giovanni Lupatoto ha questo nome buffo? Il nome di San Giovanni deriva dal santo patrono e fu dato in seguito all’istituzione della parrocchia. Lupatoto è per “lupum totum”, ossia “lupi dappertutto”. Pare infatti che proprio qui i fossero molti boschi in cui vivevano lupi. Ancora oggi nello stemma comunale si trova rappresentato un lupo.

Parco dell’Adige

Speriamo di averti incuriosito e di averti raccontato qualcosa di nuovo su questa zona che nemmeno noi pensavamo nascondesse racconti storici e curiosità.

I matti di Azzago e il forte Santa Viola

Chi sono i matti di Azzago? Seguici in questa passeggiata al Forte Santa Viola, in Valpantena. Siamo sulle colline a nord di Verona, tra la città e la montagna. Partiamo per un’altra piacevole camminata alla scoperta di tradizioni e luoghi storici. Questo articolo è particolarmente intenso: partiamo facendo la conoscenza dei matti di Azzago, proseguiamo per il Forte Santa Viola, perdiamoci nell’arte alla chiesetta di Santa Viola e per finire conosciamo la maglieria Antonelli e la pecora brogna con la sua lana pregiata. Pronti? Si parte!

Valpantena

I MATTI DI AZZAGO

Gli abitanti del piccolo borgo di Azzago, da cui inizia la nostra passeggiata odierna, sono chiamati “i matti di Azzago”. Ma perché gli abitanti di Azzago sono chiamati matti? La spiegazione è storica. A fine Ottocento una terribile tempesta colpì duramente la Valpantena. Azzago era un borgo già economicamente svantaggiato, la tempesta diede il colpo di grazia economico. Ma gli abitanti non si perdono d’animo: creano una compagnia teatrale e girano per la città esibendosi in uno spettacolo goliardico. Da allora sono chiamati “i matti di Azzago”. C’è anche un libro che parla di questo argomento, in cui ci si pone una domanda: i matti di Azzago sembrano i meno furbi di tutti ma approfittarne per fare soldi facendo i matti non li rende forse i più furbi di tutti?
Un’altra leggenda sui matti di Azzago racconta che sul campanile della chiesa di Azzago si crearono dei ciuffetti d’erba. Per eliminarla issarono una mucca con una carrucola affinché brucasse l’erba sul campanile. Robe da matti!

Valpantena

IL BORGO DI AZZAGO

La chiesa Azzago rappresenta il cuore del paese e dalla sua piazza si può ammirare un arioso panorama sulla Valpantena e sulla città di Verona. La chiesa è documentata già dal 1529, annessa alla chiesa del vicino borgo di Romagnano. Con l’aumento della popolazione dal 1576 si rese necessario un unico prete autonomo solo per Azzago. Il problema però è che tale prete “in esclusiva” doveva essere pagato, ma anche il prete di Romagnano doveva continuare ad essere pagato. I preti attorno si opposero ma dal 1602 si decise di pagare per avere un prete per Azzago. La chiesa è visitabile gratuitamente, dentro troverete delle pitture moderne.

Panorama da Azzago

CONTRADA CASALE

Salutiamo i matti di Azzago e proseguiamo la nostra passeggiata fino alla contrada Casale, situata su un’altura che sembra quasi un paesaggio perfetto per un quadro. Qui si era insediata la ricca famiglia Gazzola che aveva costruito la villa padronale per il controllo agricolo dell’area circostante. Al contrario delle ville costruite più a valle, non era stata costruita per diletto, anche se la struttura è simile a ville di svago. La villa padronale è una grande casa colonica circondata da fienili e stalle. Al centro si trova anche una fontana poi diventata lavatoio e infine abbeveratoio. Inoltre c’erano varie strutture adibite a depositi per i materiali necessari alla lavorazione agricola. Era così che la famiglia Gazzola affermava il suo potere tra il Cinquecento e il Seicento.

Per accedere a questa piccola contrada c’è un arco con uno stemma rappresentante una gazza, simbolo della famiglia Gazzola. Inoltre ci sono le iniziali D.G. del capofamiglia, il signor Donato Gazzola.

Contrada Casale

ORATORI PRIVATI E VITA NELLA CONTRADA

Donato Gazzola costruì qui il suo oratorio privato, simile ad altri che abbiamo già incontrato in Valpantena come il piccolo oratorio della Madonna della Neve nei pressi di Alcenago. In questo oratorio in contrada Casale sono ancora visibili  l’altare e il lampadario centrale. Troviamo anche un antico meccanismo di un orologio completamente fatto a mano. Due quadri sono invece stati trasferiti presso il municipio di Grezzana. La particolarità di questo oratorio, era il fatto di essere esterno alle mura, per questo nel 1726 per la curia era considerato un oratorio pubblico e non riservato alla famiglia. Di solito quando la chiesa parrocchiale era distante e scomoda l’oratorio delle ville dei nobili veniva concesso per l’utilizzo da parte di tutta la popolazione. Già nel 1735, anno in cui l’oratorio fu terminato, si celebravano le messe. È dedicato a Sant’Antonio da Padova in onore del padre di Donato Gazzola che si chiamava Antonio.

Sacro e profano si fondono: sotto all’oratorio ci sono le cantine.

Un piccolo consiglio per voi: se vi avventurate dalle parti di contrada Casale la mattina avete buone probabilità di incontrare dei cervi!

Contrada Casale

LA VALPANTENA COME ZONA DI CONFINE

Dalla contrada Casale si sale sul monte Santa Viola fino a trovare il Forte Santa Viola, un forte abbastanza recente ma mai utilizzato. Qui ogni estate fanno una grande sagra, oserei dire la più grande della provincia di Verona. Aggiornamenti sulla sagra di Santa Viola li trovate qui.

Ma perché nacque un forte proprio su questo colle? Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, Verona diventa zona di confine perché dove ora c’è il Trentino si trovava il regno austro-ungarico. All’epoca c’erano diverse visioni: qualcuno voleva rafforzare la linea difensiva a nord di Verona, mentre altri sostenevano che fosse meglio rafforzare la linea del Mincio e del Po perché la Lessinia con le sue montagna non si prestava a un’invasione. Si pensava che un’eventuale invasione austriaca sarebbe passata indubbiamente dalla Val d’Adige, area effettivamente ricca di forti e postazioni semovibili. Certo, l’Austria aveva siglato un patto di non invasione nel 1882 ma l’Italia pensava di non potersi fidare e decise quindi di rafforzare i confini.

Oltre a Santa Viola in Lessinia vennero eretti il Forte di Monte Pastello e il Forte Castelletto.

Santa Viola

IL FORTE SANTA VIOLA

Nel 1908 vengono stanziati i fondi per la costruzione del forte Santa Viola. Inizialmente erano previste postazioni per 6 cannoni, ne furono però realizzate solo 4, rappresentate dalle 4 cupole da cui dovevano uscire i cannoni. Le cupole sono collegate da un sistema di tubi attraverso il quale i soldati comunicavano tra di loro. Quando nel 1915 arrivò la Prima Guerra Mondiale anche in queste zone, la realtà è che non furono teatri di aspre battaglie. Il Forte Santa Viola servì però da base per le 6000 truppe di fanteria che passarono da qui, mentre si recavano sui monti della Lessinia a costruire le trincee. Alcune trincee sono ancora ben visibili nei pressi di Castelberto.

Forte Santa Viola

UNA VERA E PROPRIA FORTEZZA

Sul monte Santa Viola non esisteva il bosco, la collina venne scavata e il forte incassato all’interno per avere una versione a 360 gradi.

Nel piano interrato c’erano le polveriere, il pavimento però sorgeva su pilastri di mattoni per creare riciclo d’aria e non creare umidità alla polvere da sparo. Così facendo era sempre pronta all’uso.
In caso di attacco il forte era autosufficiente per 25 giorni.

I muri erano spessi fino a 4mt di calcestruzzo con struttura metallica, mentre sotto al tetto c’erano almeno 4 metri di calcestruzzo per evitare il collasso del forte.

Forte Santa Viola

LA FORESTA DEL MONTE SANTA VIOLA

Il Forte Santa Viola era stato costruito per proteggersi dagli austriaci. Come un buffo scherzo del destino nel 1952 si decise di piantumare questo colle con abete nero di origine austriaca. Il motivo della scelta è molto semplice: è una pianta resistente che cresce velocemente, ideale per il fabbisogno di legname degli abitanti della zona. Purtroppo però, nell’inseguire la facilità di utilizzo, hanno dimenticato le specie autoctone che però negli ultimi anni si sta cercando di recuperare.

Forte Santa Viola

LA CHIESETTA DI SANTA VIOLA

Come dicevamo prima, a Santa Viola ogni anno si svolge un’importante sagra e, come tutte le sagre, unisce il sacro e il profano. Gli alpini di Azzago (chissà se anche loro sono matti come i matti di Azzago!), insieme all’artista locale Rino Merzari, si sono dati da fare per sistemare la statua della santa per poterla portare in processione.

Inizialmente la statua sembrava solo da ripulire e stuccare, ma lavorandoci sono stati trovati tre strati di colore sulla scultura in legno. Il nuovo obiettivo è diventato quindi quello di riportare la statua ai suoi colori originali. I colori con cui è dipinta la statua sono tempere realizzate con pigmenti colorati, mentre la scultura è in legno di abete cirmolo. L’analisi del legno ci racconta che la statua è stata lavorata a mano a fine Settecento, nella zona del Trentino (l’abete cirmolo è tipico dell’area trentina).

Ma chi era santa Viola? Non abbiamo fonti certe su questa santa ma pare fosse la sorella di altri due santi locali: san Vitale e San Mauro. I tre fratelli erano eremiti e comunicavano tra di loro da un monte all’altro accendendo fuochi.

La chiesetta inizialmente si trovava dove ora c’è il Forte Santa Viola, era stata spostata proprio per erigere la costruzione militare.

Chiesetta di Santa Viola

LA MAGLIERIA ANTONELLI

Durante questa passeggiata abbiamo conosciuto un’attività storica di Azzago: la maglieria Antonelli.

La storia della maglieria iniziò ad Azzago a fine dell’Ottocento, quando la signora Luigia trasmettè la passione per il lavoro a maglia a sua figlia Angelina. Angelina sposa un tale Antonelli nel 1935, ma dopo qualche anno il marito parte per la guerra. Torna nel 1945 con il desiderio di riuscire a superare quella vita di stenti con le sue forze. Angelina decide di sfruttare la sua passione per il lavoro a maglia acquistando una macchina per maglieria, fatalità una giovane della zona ne vendeva una a poco prezzo perché stava per ritirarsi alla vita monacale. Il prezzo di quella macchina era esattamente la cifra che possedeva la famiglia Antonelli. La figlia di Angelina, Mariucca, decide di studiare cucito a Verona e finalmente nel 1957 iniziano a vedere i primi frutti del loro duro lavoro. Ma tutta la famiglia collabora: il papà e il fratello di Mariuccia acquistano un auto per commerciare i filati, Mariuccia compra nuove macchine per realizzare i suoi tessuti e successivamente la figlia di Mariuccia, Paola, va a studiare fino a Parigi. Forte dei suoi studi e dell’esperienza riesce ad aprire un negozio in pieno centro a Verona.

Valpantena

LA VISITA ALLA MAGLIERIA

La maglieria Antonelli ha una prima sala con macchine da tessitura. I modelli vengono disegnati con le misure dei clienti, con particolari calcoli vengono “insegnate” queste misure alla macchina. In una seconda sala ci sono le macchine per creare i modelli con i tessuti. Tutto viene rifinito a mano, stirato e consegnato in negozio o al cliente.

La maglieria Antonelli collabora con l’associazione pecora brogna, una razza di pecora autoctona della Lessinia, e realizza capi con questa lana rustica, sia in colorazione naturale che tinta. 

I prezzi dei prodotti sono elevati perché è tutto fatto artigianalmente, dal filato al modello, niente è lasciato al caso . Una visita per conoscere questa antica arte però è assolutamente consigliata! Per avere informazioni vi lasciamo qui il canale Facebook a cui potete contattarli.

Valpantena

Con questo racconto si concludono le nostre gite in Valpantena, ma ti promettiamo che in futuro ce ne saranno altre! Continua a seguirci per conoscere la prossima tappa!

Alcenago, colline e strani personaggi

Quanto è bello camminare nei boschi? Oggi ti portiamo con noi alla scoperta del piccolo borgo di Alcenago attraverso una passeggiata per boschi e colline che ci permetterà di conoscere la storia della Valpantena e di incontrare alcuni strani personaggi. Continuate a leggere perché il personaggio che incontriamo nella nostra passeggiata è veramente particolare!

Alcenago

IL BORGO DI ALCENAGO

Il borgo di Alcenago è situato a nord di Verona, in Valpantena. Questo borgo è di origine celtica, se già ricordate abbiamo parlato qui di come la Valpantena fosse abitata sin dalla preistoria. Numerose popolazioni si sono avvicendate. Ciò è testimoniato anche dal fatto che la chiesa di Alcenago, dedicata a San Clemente, è costruita su quello che era un tempietto pagano.

Il campanile di Alcenago ricorda una cupola in stile orientale ma in realtà è stato fatto in questo stile solo perché era considerato trendy nel corso dell’Ottocento. Due incendi hanno parzialmente distrutto la chiesa di Alcenago, uno nel Seicento e uno nell’Ottocento. La chiesa è sempre stata ricostruita.

I preti di Alcenago avevano il diritto di riscuotere la decima ossia un’imposta da parte dei contadini che risiedevano nel territorio parrocchiale. Tale imposta era chiamata decima perché corrispondeva a un decimo del reddito dei contadini.

Borgo di Alcenago con vista sulla chiesa

L’ORATORIO DELLA MADONNA DELLA NEVE

Nella piccola frazione di Rupiano, la prima tappa della nostra passeggiata, troviamo una piccola chiesetta. Più che una chiesa è un oratorio, uno spazio adibito alla preghiera per le famiglie nobili che si trasferivano in queste zone di montagna per il periodo estivo. L’oratorio di Rupiano è dedicato alla Madonna della Neve, costruito a seguito di un’eccezionale nevicata in agosto (come tutte le chiesette e cappelle dedicate alla Madonna della Neve in Italia!).

L’oratorio della Madonna della Neve fu costruito nel 1702 dalla famiglia Degli Uberti. Sì, proprio la famiglia di quel tale Farinata Degli Uberti citato da Dante nella sua Divina Commedia.

In seguito l’oratorio divenne proprietà della famiglia Catarinetti Franco che possedeva e possiede tutt’ora una villa in Valpantena, nei pressi della Torre del Falasco.

La comunità di Rupiano però restaurò l’oratorio e lo utilizzò per messe e celebrazioni, diventandone di fatto proprietaria.

Chiesa della Madonna della Neve

LA LEGGENDA DEL CONTE BOVIO

Durante la passeggiata nei pressi di Alcenago abbiamo conosciuto un personaggio tanto illustre quanto misterioso: il conte Bovio. Il conte Bovio nacque nel 1798 e secondo la leggenda era un massone e uno stregone potente. Ufficialmente però era un filosofo, un pensatore e un letterato. La leggenda narra che, mentre era a far legna nel bosco sopra Alcenago, venne sorpreso da un temporale e per salvarsi fu visto volare dalla cima del monte fino al paese. Ma in realtà pare che si sia attaccato a una teleferica, lasciando lassù da soli tutti i poveracci che erano con lui a tagliare la legna.

Il conte Bovio era un personaggio particolare ma anche umano. Pensate che per tutta la vita aveva odiato i preti, ma in punto di morte era spaventatissimo di finire all’inferno, così iniziò a chiamare un prete per pentirsi dei suoi peccati e aspirare al paradiso. Il prete tardava e lui dall’impazienza graffiò così forte il muro sopra al letto che restarono i segni nel muro. Morì nel 1885. Aveva espresso il desiderio di essere sepolto nei pressi di Alcenago ma venne seppellito al cimitero monumentale di Verona.

Valpantena

L’ECONOMIA DEL LEGNO

Abbiamo già parlato in modo abbastanza approfondito dell’economia della zona della Lessinia. Il parco regionale della Lessinia si trova a nord di Verona e la zona della Valpantena, di cui stiamo parlando in questo articolo, si trova a metà strada tra la città e le montagne delle Lessinia. Di conseguenza nel corso della storia è stata un’area fondamentale per i trasporti e i commerci tra la montagna e la città e viceversa. Questi trasporti però non sono mai stati facili per colpa della conformazione del territorio.

Ci sono 5 vaj (strette valli) che collegano la Lessinia alla Valpantena, così stretti che sono percorribili solo a dorso d’asino, non ci stanno carri o carretti.
Solo nel corso dell’Ottocento vennero create le prime strade, chiamate secondo la merce che trasportavano. Nascono così a strada delle ghiacciaie e la via del legno.

La via del legno era usata per portare il legname a Verona ma aprì la strada anche ad altri commerci (del ghiaccio, dei cereali, dei prodotti caseari).

Alcenago

L’ECONOMIA DEI MULINI

In Valpantena e in Lessinia la coltivazione dei cereali si è spinta fino a 900 metri sul livello del mare.

Pensate che la prima volta che è stato strinato il grano in Valpantena è stato 7.000 anni fa.
Sono stati i cimbri ad iniziare il disboscamento per recuperare territori per la coltivazione dei cereali ma anche da utilizzare come alpeggi.
I mulini, sporadici fino al Cinquecento, iniziano a svilupparsi sotto il dominio della Repubblica di Venezia.
Pensate che nel piccolo borgo di Lugo, che conta solo 2.000 anime, c’erano 7 mulini da grani e uno per la scollatura per infeltrire la lana. La lana della Lessinia era preziosa e da Verona veniva poi portata a Venezia per essere esportata nel bacino del mediterraneo.

In tutta la Valpantena c’erano quasi 40 mulini, i cui cereali da macinare venivano presi fino alla pianura mantovana. I contadini portavano il cereale alla macina, chi invece era povero (un poraccio come noi!) poteva pagare in natura lasciando parte del grano al mugnaio.

Le ruote del mulino erano in legno, poi hanno iniziato a svilupparle anche in metallo. Il mulino di Bellori è l’unico sopravvissuto in Valpantena, l’unico dove si può ancora vedere il meccanismo che azionava il mulino.

Valpantena

I MULINI NELLA STORIA

Fino dai tempi preistorici i cereali venivano macinati. Inizialmente si faceva ovviamente a mano e con l’aiuto di pietre utilizzando un pestello e dei sassi piatti su cui appoggiare i chicchi da schiacciare.

Gli antichi romani utilizzavano un rudimentale sistema di mulini. Mettevano al centro un cono in pietra, con sopra un cono girevole girato manualmente da schiavi o, quando agli schiavi andava bene, da animali. In seguito si iniziò ad utilizzare l’acqua per girare il cono girevole.

In Valpantena sono ancora visibili numerose canalette che portavano l’acqua dalla montagna o dalle sorgenti fino ai mulini. Alcune le potete tranquillamente notare passeggiando nei boschi nei pressi di Alcenago.

Ruota di un antico mulino

ARCHEOLAND, UN PARCO DIDATTICO DEDICATO ALLA PREISTORIA

La nostra passeggiata attorno Alcenago ha avuto anche un risvolto didattico e preistorico.

Siamo andati a visitare il parco di Archeoland, un parco didattico dove sono stati ricostruiti oggetti e abitazioni della preistoria, ma non solo. Archeoland nacque circa 30 anni fa nei pressi di Stallavena, proprio all’inizio della Valpantena. In zona però erano già presenti aree di studio di archeologia e preistoria, che furono poi trasformate in un unico parco didattico. Pensate che ad Archeoland venivano scuole da tutte le regioni del nord Italia per scoprire questo parco con uso ludico e didattico.

La preistoria è divisa in vecchia età della pietra, nuova età della pietra ed età dei metalli.

Ad Archeoland si trovano ricostruzioni di abitazioni da grotte preistoriche fino a case degli anni Sessanta, passando per il Medioevo. Nelle ricostruzioni si può entrare e toccare con mano gli oggetti come pellicce, pietre e artefatti. Per le scuole sono previsti anche dei laboratori.

Ma come fare a visitare Archeoland? Al momento il parco è in stand by a causa del drastico calo di visite dovute al periodo del Covid. Per poterlo visitare vi consigliamo di contattare il numero di telefono indicato nella loro pagina Facebook.

Grezzana è la zona più ricca di preistoria di tutto il Veneto!

Per conoscere in quale altro luogo della Valpantena puoi trovare tracce dell’uomo preistorico clicca qui. Ti portiamo in un posto inaccessibile!

Archeoland, ricostruzione capanna paleolitica

IL RITORNO AD ALCENAGO

Non avete ancora capito dove si trova Alcenago? Se siete in Valpantena questo borgo è ben visibile anche da lontano, grazie alla sua croce con un grande cuore rosso issata nel 2008. Attorno alla croce si trova un campo di ulivi che potremmo definire “sociale”. Qui ogni famiglia possiede una pianta di ulivo di cui prendersi cura, l’olio che viene prodotto viene dato in beneficienza. Un’iniziativa molto carina e che ci auspichiamo venga replicata più spesso!

Se volete conoscere altri sentieri in Valpantena potete leggere i nostri articoli su Rosaro (e andare alla scoperta di cave e ghiacciaie) oppure sul mulino di Bellori (per conoscere l’antica arte della macinazione dei cereali). Inoltre vi ricordiamo che il comune di Grezzana sta tracciando alcuni sentieri per il progetto FEET: cercate le targhette rosse con la scritta FEET e…buona camminata!

Alcenago

Rosaro di Valpantena, tra ghiacciaie e cimbri

Quanta storia può contenere un paese di sole 371 anime? Più di quello che si può pensare!
Vi raccontiamo qui di un percorso molto semplice da fare a Rosaro di Valpantena a nord della città di Verona. Dopo aver scoperto il mulino di Bellori, oggi partiamo per una passeggiata di 10km alla scoperta di chiese, capitelli, ghiacciaie e tradizioni dei cimbri. Chi erano? Prosegui nella lettura per scoprirlo. Partiamo?

ROSARO di valpantena, UN BORGO RICCO DI STORIA

La prima attestazione che si ha di Rosaro di Valpantena, borgo che conosceremo a breve per le sue ghiacciaie e per i cimbri, è un documento del 832. Ma perché Rosaro si chiama così?
La prima risposta è una leggenda: durante la peste del 1630 morirono tutti gli abitanti, tranne una ragazza di nome Rosa che avrebbe poi ribattezzato il paese. La seconda spiegazione è più logica: nella parte sud del paese c’erano numerosi roseti che avrebbero dato il nome al piccolo borgo.
D’altronde Rosaro di Valpantena è il posto perfetto per far crescere le rose, in quanto le nebbie della pianura padana si fermano proprio qui sotto, non salgono mai oltre.
Nel 1503 diventa comune sotto il dominio della Repubblica di Venezia

ORATORI PRIVATI

Nonostante Rosaro di Valpantena sia stata fondato prima dell’anno Mille, fino al 1657 non c’era nessuna chiesa in questo luogo. L’unica famiglia nobile documentata in questo paese è la famiglia degli Orti, tutti gli altri nobili di Verona si fermavano più in basso. La famiglia Orti costruì un oratorio ad uso privato, descritto a metà Seicento come fatiscente e molto piccolo. Era usanza comune per le famiglie nobiliari costruirsi una piccola chiesa privata nei pressi delle loro ville fuori città. Ufficialmente il motivo era per pregare quando si era lontani dalla chiesa, ma in realtà era anche un modo per affermare il proprio potere.
Nel 1661 l’oratorio venne intitolato a San Barnaba, ma solo nel Settecento fu utilizzato rare volte per motivi di devozione popolare.

Rosaro di Valpantena

ROSARO NEL NOVECENTO

Infine nel Novecento l’oratorio divenne di costante utilizzo per la comunità. Così decisero di costruire una vera e propria chiesa, ultimata nel 1910. La chiesa è composta da una sola navata ed è dedicata a San Barnaba.
San Barnaba, originario di Cipro, è considerato il primo missionario in quanto viaggiò molto per diffondere la parola di Dio. È spesso raffigurato con un libro al punto che è stato definito apostolo pur non essendolo stato. Morì probabilmente da martire.
Partendo da Rosaro di Valpantena per la nostra passeggiata troviamo subito un capitello, in contrada Mattiella, un terreno acquistato dalla famiglia Mattiella alla famiglia Orti. Si tratta di uno dei tanti capitelli costruiti dalle famiglie del luogo per chiedere protezione per il bestiame e il raccolto. Questo capitello però racconta una storia diversa. Durante la Prima Guerra Mondiale tutti e tre i figli della famiglia Mattiella partirono per la guerra. La famiglia decide che se fossero tornati vivi avrebbe eretto il capitello. Indovinate come è andata a finire?

Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DELLA VALPANTENA

Come abbiamo già visto nell’articolo relativo al mulino di Bellori, le attività economiche in Valpantena erano prevalentemente agricole e di allevamento.
Ma anche le cave hanno avuto un ruolo importante nello sviluppo del territorio. In passato chi non era contadino (bacàn) si considerava superiore perché i contadini erano considerati succubi del proprietario terriero. Tagliapietre e artigiani si mettevano su un gradino sopra, soprattutto quelli esperti che avevano fatto pratica nelle cave di Sant’Ambrogio di Valpolicella e poi avevano “importato” la tecnica in Valpantena.
Addirittura qualcuno dice che le pietre dell’Arena di Verona vengano da Rosaro di Valpantena, ma molto probabilmente si tratta della leggenda di un anonimo.

Cava a Rosaro di Valpantena

UNA VISITA A UNA CAVA

Durante questa passeggiata abbiamo avuto la possibilità di visitare una cava ancora attiva. Si tratta di una cava aperta nel 1998 quando una precedente cava esaurita viene ripristinata per recupero ambientale.
La famiglia aprì la cava nel 1950 e oggi i figli proseguono la tradizione di famiglia. Qui si estrae il granulato che viene macinato per produrre altri materiali.
Nelle valli veronesi si estraggono diversi tipi di materiali: nelle zone centrali e occidentali troviamo cave di marmo, di calcare e lastre sedimentarie con fossili. Mentre nella zona orientale della val d’Illasi troviamo pietra nera vulcanica. La pietra divenne importante nel corso dei secoli, inizialmente era il legno il materiale di costruzione principale. 

I CIMBRI E LA LESSINIA

Durante la nostra pausa pranzo ci è stata raccontata la storia dei cimbri, una popolazione che arrivava dalla Baviera e si stanziò sulle montagne a nord di Verona attorno al 300 d.C.. Ma questi territori erano già abitati in epoca preistorica, pensate che Oetzi, il famoso uomo preistorico conservato a Bolzano, possedeva felci provenienti dalla Lessinia.
I cimbri erano principalmente boscaioli. Infatti il nome cimbro deriva dalla parola cimbra “zimbar” che significa boscaiolo. All’epoca i boschi si espandevano fino a vaste aree della pianura padana.
I cimbri hanno lasciato in eredità la loro lingua che tutt’oggi è parlata a Giazza in provincia di Verona, a Luserna in provincia di Trento e in sette comuni dell’altopiano di Asiago in provincia di Vicenza.
Nel 814 troviamo la prima attestazione della Lessinia, si trattava principalmente di territori di proprietà monasteri per donazioni e lasciti. Quest’area di montagna fu zona di migrazioni tra l’anno Mille e il 1200, ma in seguito fu un’area contesa tra gli Scaligeri, i Visconti e la Repubblica di Venezia. Tutti avevano però un unico obiettivo: salvaguardare i confini con il Tirolo.
Le abitazioni dei cimbri erano in legno con tetto in paglia che prendevano dalle pianure mantovane.
I cimbri erano molto religiosi e ciò è testimoniato da numerosi capitelli dedicanti ai santi protettori delle attività agricole e a San Vincenzo, protettore contro intemperie. 

Ciliegi a Rosaro di Valpantena

L’ECONOMIA DEI CIMBRI

Ma come campavano queste popolazioni arroccate sui monti veronesi? Visto che il loro nome deriva dalla parola “boscaiolo” è facile dedurre che la loro attività principale era la lavorazione del legno. Come attività collaterale c’era la produzione di carbone, attività così importante che era chiamato oro nero. Le prime vere e proprie contrade cimbre nascono nel corso del 1400 e diventano i fulcri dell’attività quotidiana. Le comunità cimbre sono sempre state molto chiuse e poco inclini al commercio con gli altri popoli.
Nonostante le varie dominazioni che si sono susseguite, ai cimbri è stata sempre lasciato il diritto di scegliere sacerdoti tedeschi. In cambio veniva a loro richiesta la salvaguardia dei confini.
I cimbri allevavano anche ovini, la cui lana arrivava fino a Venezia per essere commercializzata nel resto del mediterraneo. In seguito, con l’aumento del bestiame bovino nasce la necessità di pascoli. Vengono così abbattuti boschi per diventare alpeggi  e si dà il via alla lavorazione del formaggio. Se vuoi rinfrescarti la memoria su come si lavora il formaggio puoi recuperare tutta la spiegazione nel nostro articolo dedicato al mulino di Bellori.

Foliage di ciliegi a Rosaro di Valpantena

LE PRIME MALGHE

Con la produzione del formaggio nascono i primi casoni in parte in muratura e in parte in legno. Il tetto invece era fatto di paglia per resistere alla neve. Questo era l’aspetto delle prime malghe, solitamente composte da due stanze: un locale dove si lavorava il formaggio e uno con la funzione di deposito. Proprio in Lessinia Malga Malera è stata una delle prime malghe.
Da qui però nasce il problema della conservazione del formaggio. Nasce così anche il baito (se ti sei perso che cos’è recupera leggendo questo articolo), con lo stesso fine della malga: produrre e conservare il formaggio. Nascono anche le prime cooperative: ognuno riceveva la quota di latte in base al numero di mucche in suo possesso e di cui aveva consegnato il latte.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LA GHIACCIAIA

Le prime ghiacciaie nascono per la necessità di conservare il cibo. Ma prima dell’avvento delle ghiacciaie dove si conservava il cibo? Il posto migliore erano le grotte, ad esempio il covolo di Camposilvano nei pressi di Velo Veronese. 
Ma con lo sviluppo della produzione del formaggio in zona nascono le prime ghiacciaie di malga per conservare burro, latte e formaggi. Erano di dimensioni molto piccole, costruite a botte e la produzione di ghiaccio diventa un’attività importante per la zona. Proprio qui nascono i primi ghiacciai commerciali, all’epoca nevicava molto di più e a quote anche più basse di quanto purtroppo non faccia oggi.
Le pozze che si utilizzavano in estate per abbeverare il bestiame, in inverno ghiacciavano. Si tagliava a lastre il ghiaccio e tra uno strato e l’altro si inserivano delle foglie per non farle attaccare. Questa attività è stata prevalente in Lessinia e in Valpantena fino alla prima metà del Novecento.
La prima fabbrica di ghiaccio di Verona nacque nel 1911 in Basso Acquar, vicino all’attuale fiera. La cupola della fabbrica del ghiaccio venne inaugurata nel 1932 dal padre di Galeazzo Ciano che all’epoca era ministro nel governo fascista.
Lentamente il ghiaccio della Lessinia non è più necessario per la città, in quanto può essere prodotto industrialmente e senza più problemi di trasporto. I cosiddetti “giassaroli”, coloro che si occupavano del ghiaccio, si reinventano come cavatori nelle cave di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più in su ma anche come scalpellini.

Ghiacciaia nei pressi di Rosaro di Valpantena

LE STRADE DEL GHIACCIO E DEL LEGNO

Ok, non c’erano più problemi di trasporto grazie alla nuovissima e industrialissima fabbrica del ghiaccio in città. Ma prima come si faceva? Perché le ghiacciaie erano concentrate proprio tra Lessinia e Valpantena?
Qui non c’erano strade ma solo vaj che creavano la direttrice verso montagna. Ma abbiamo già visto qui come attraverso i vaj si passasse solo a dorso di mulo e non con i carretti. Con l’incremento di attività legate al trasporto del legname e del ghiaccio si crea la necessità di strade.  Nascono così la via “tedesca” (o “granda”) che tagliava la Val Squaranto da Mizzole e la via “carbonaia” per portare a Verona il carbone.
Si crea inoltre la strada del “legname”, la via “degli alpeggi” in Val Fraselle e la strada “delle ghiacciaie”.
La strada “delle ghiacciaie” parte da Bosco Chiesanuova e prosegue per Lughezzano fino a Bellori. Ma ad essere favorite sono le zone più basse come la Valpantena perché anche lì si forma il ghiaccio e sono più vicine alla città.
Il ghiaccio dalla Lessinia andava anche fino a Monaco di Baviera, la produzione di ghiaccio era un’attività davvero importante per la zona!
Ciò ovviamente non valeva per i ricchi che in zona avevano le loro ville fuori città, in quanto ogni villa disponeva della sua ghiacciaia adatta alla conservazione degli alimenti.

LOCALITA’ PRAOLE

La passeggiata prosegue verso località Praole il cui nome deriva da “pratolum”, ossia piccolo prato. Anche questa radura è nata dai disboscamenti die poca medievale, quando le foreste furono sacrificate perché servivano aree da adibire ad alpeggio.
Qui si trovava qualche appezzamento della famiglia Orti che abbiamo conosciuto all’inizio di questo articolo, ma pochi terreni di nobili. Anche questa contrada, come molte altre in zona si sta spopolando. Pensate che nel 1923 c’erano 164 abitanti, ora ce ne sono solo una sessantina. La chiesa di Praole risale a metà dell’Ottocento ed era il primo edificio che si incontrava entrando in questa località. La sacrestia in passato era utilizzata anche come piccola scuola elementare. 
La chiesa di Praole è dedicata a San Rocco, rappresentato con la conchiglia del pellegrino, un bastone, un cane e un tozzo di pane. San Rocco nacque a Montpellier da una famiglia di nobili. Decide di lasciare tutti i suoi beni per recarsi in pellegrinaggio a Roma, dove incontra un’epidemia di peste. Mentre tutti gli altri pellegrini fuggono e tornano a casa, lui decide di restare per dedicarsi agli altri. Purtroppo lui stesso si ammala ed è costretto a nascondersi in un bosco perché in quanto appestato nessuno lo vuole aiutare. Lo aiutò un angelo facendogli incontrare un cane che ogni giorno gli portò del pane fino alla sua guarigione.

Passeggiata a Rosaro di Valpantena

CONTRADA PREMAGRI E LE FONTANE

La nostra passeggiata si conclude in contrada Premagri che si trova sotto il comune di Cerro Veronese.
Per risalire a Rosaro di Valpantena si incontra la Fontana Vecia (vecchia fontana), dove un motorino permetteva di tirare l’acqua dalla fontana al paese. Con l’avvento dell’AGSM a Verona alla fine degli anni Settanta fu poi vietato estrarre l’acqua da un acquedotto diverso da quello comunale.
Incontriamo inoltre la Fontana del Valen dove le signore di Rosaro scendevano a lavare i panni.

Speriamo che anche questo articolo alla scoperta delle tradizioni del nostro territorio vi sia piaciuto, ci vediamo presto con il prossimo!

Il mulino di Bellori

Eccoci qui amici! Siamo pronti a raccontarvi quattro semplici passeggiate da poter fare in provincia di Verona, iniziamo oggi con la prima gita al mulino di Bellori.
Abbiamo partecipato a queste uscite organizzate dalla pro loco di Grezzana e da Marco&Betta in bicicletta, in fondo all’articolo vi lasciamo i riferimenti per essere aggiornati sulle prossime passeggiate.
Siamo nella zona della Valpantena, una valle che si estende a nord di Verona e che è la porta di accesso al parco naturale regionale della Lessinia. Sono le colline prima della montagna, l’anello di congiunzione tra la città e la montagna. Tutto ciò ha reso la Valpantena un luogo importante da conoscere sia per l’aspetto naturalistico ma anche antropologico. Partiamo insieme per questa prima gita tra valli e mulini!

Pausa pranzo durante la gita


UNA GITA AL MULINO DI BELLORI

La nostra passeggiata inizia dal paese di Bellori, dove la Valpantena inizia a restringersi e si inizia a salire verso le montagne della Lessinia. Qui ci sono numerosi vaj per accedere alle montagne. Ma cos’è un vajo? Un vajo è una stretta valle, quasi un canalone, che sale verso una montagna. È diverso dal vaio che è tutt’altra cosa (potete approfondire il tema sulla nostra pagina instagram).
Da Bellori quindi finiva la strada carrozzabile e iniziavano le mulattiere. Bellori è ancora oggi famoso per il suo mulino, l’unico sopravvissuto dei tanti mulini che erano presenti in questa valle.
Continua a leggere per scoprire quanti ce n’erano, ti assicuriamo che resterai sorpreso!

Ruota del mulino di Bellori

UNA STORIA DI CARROZZE E MULI

Per farvi capire com’era difficile spostarsi tra queste valli in passato vi raccontiamo un piccolo aneddoto.
Il fratello del famoso poeta veronese Berto Barbarani racconta il suo viaggio dalla città di Verona al paese di Bosco Chiesanuova, in Lessinia. Era stato nominato medico proprio di questo paese di montagna, ma il viaggio fu tutt’altro che facile. Oggi ci mettiamo 20 minuti ad arrivare a Bellori da Porta Vescovo in centro a Verona, all’epoca il poveretto ci metteva addirittura 2 ore in carrozza.
Bellori era il punto oltre il quale le carrozze non potevano andare: ci si doveva fermare qui all’osteria Anguilla e cambiare la carrozza o il carretto con un mulo. Carrozze e carri non passavano dai vaj, il sentiero era troppo stretto.
Ma la difficoltà non era terminata: a Bellori c’era anche un punto doganale perché poco più in là, subito oltre la Lessinia, si entrava in territorio austriaco.

Ceste in vimini fatte a mano per il trasporto del legname


LA LUCENSE, UNA STORIA VERONESE

La nostra passeggiata inizia addentrandoci nella piccola contrada denominata “La Busa” (la buca, traducendo dal dialetto veronese). Si tratta di una via con un esiguo gruppo di case dove fino a qualche anno fa vivevano sette famiglie, mentre ora ci vive solo una persona. Proprio in questa contrada il 30 giugno del 1923 venne fondata l’azienda idro-elettrica Lucense, voluta da cittadini locali per produzione energia. Sono ancora visibili le vasche con il sistema di tubi che portavano l’acqua dal ponte di Veja fino a Bellori e da qui alla città di Verona.
Questa centrale fu operativa fino al 1973, quando l’Enel centralizzò le centrali idroelettriche.

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LA VALPANTENA E L’INDUSTRIA

La Valpantena nel corso della storia fu molto importante per la città di Verona in quanto zona di agricoltura e mulini, attività che dipendevano dall’acqua. Come il mulino di Bellori ce n’erano tantissimi in questa valle, ma i mulini con l’energia idroelettrica potevano aumentare la loro produzione. Proprio grazie a questo sviluppo anche antropologico della Valpantena qui nacquero alcune delle principali aziende della provincia di Verona: Veronesi, l’azienda che si occupa di produrre mangimi, si è sviluppata in Valpantena grazie ai mulini. Negli anni Cinquanta infatti decisero di produrre dei mix non più per consumo personale ma per gli animali, avendo da subito un grande successo e diventando un’azienda leader del settore. Ma in Valpantena non si sviluppò solo l’agricoltura. Anche il settore tessile seppe crescere e qui vennero prodotti anche i primi pantaloni a marchio Carrera.

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LA LESSINIA

Ma proseguiamo con la nostra passeggiata. Dicevamo: da Bellori siamo arrivati a località La Busa.
Tra un vajo e l’altro si sale verso la Lessinia, passando da una zona fredda e ombrosa a valle, per salire verso prati completamente al sole. Pare infatti che la Lessinia sia chiamata così proprio per questo motivo: lux come luce, associato al fatto che dopo i vaj boschivi, sull’altopiano si trova luce. 
Breve excursus geologico: questa zona è stata un mare tropicale, poi in epoca glaciale un ghiacciaio. Questo è il motivo per cui su molte pietre al giorno d’oggi si trovano dei fossili. Si alternano pareti morbide con pareti a strapiombo. Infatti per gli appassionati di roccia ad Alcenago c’è una parete attrezzata per le scalate. Se invece siete arrampicatori esperti potete provare ad affrontare le complesse pareti di roccia di Ceredo.

Valpantena


IL PICCOLO BORGO DI CORSO

Da località La Busa si prosegue dritto dritto verso il vajo, attraversando il bosco e guadando un torrente. Alla fine del vajo vi troverete sulla strada asfaltata dove girerete a destra. Proseguite fino al piccolissimo borgo di Corso.
Qui potrete vedere una fontana molto carina che sembra uscita direttamente dalla fiaba di Biancaneve. È composta da un unico blocco in pietra.
Inoltre a Corso c’è una chiesa realizzata a metà Ottocento e finanziata dagli abitanti del paese. Per sistemare la campana non è stato fatto il campanile ma una piccola costruzione con materiali di recupero. Una chiesa creata dalla comunità per la comunità. La chiesa è dedicata a San Paolo, è stata costruita in pietra locale e inizialmente c’era un controsoffitto in cartongesso per limitare i costi di riscaldamento. 

Valpantena


IL CAREGON GIGANTE

Mentre in tutta Italia impazzano le panchine giganti, la Valpantena è un passo avanti: qui si trova una sedia gigante. È chiamato “el caregon gigante”, la grande sedia .Si raggiunge seguendo il percorso della via crucis, un sentiero semplice e molto panoramico. Dopo una sosta al caregon rosso si inizia la discesa verso il piccolo borgo di Bellori, da cui era partita la nostra passeggiata. La discesa  è dolce e attraversa prati, strade asfaltate, sentieri nel bosco e strade bianche. Tranquilli, nessuna discesa “spaccaginocchia”!
E ora che siamo scesi possiamo concentrarci sul motivo per cui siamo venuti qui: il mulino di Bellori.

Il “caregon gigante”


I MULINI E LA VALPANTENA

Non solo il mulino di Bellori, nell’Ottocento in Valpantena c’erano circa 37 mulini nei soli borghi di Bellori, Lugo, Alcenago, Stallavena, Azzago, Romagnano e Marzana. Chiunque avesse proprietà agricole situate prima di un mulino poteva irrigare solo di domenica per non rubare acqua al mulino. In Valpantena c’erano campi di cereali dedicati apposta ai mulini, l’intera valle era terrazzata per la coltivazione dei cereali. Inoltre i mugnai acquistavano i cereali in piazza Erbe in centro a Verona e a volte si spingevano fino a Mantova, un viaggio che all’epoca durava giorni. Era molto importante avere costantemente a disposizione la materia prima per far andare i mulini e tenerli in movimento. Qualcuno invece portava il proprio cereale, coltivato nei propri campi, al mulino.
Chi ne aveva la possibilità terrazzava colline per avere spazio produttivo.

Lubecchio e lanterna di un mulino in funzione

IL BAITO

Una volta arrivati a Bellori il sentiero scende proprio nei pressi del mulino dove abbiamo potuto effettuare una visita guidata. Continua a leggere l’articolo per sapere quando puoi andare a fare una visita guidata!
Abbiamo iniziato visitando il cosiddetto “baito”, un ex malga dove veniva prodotto il formaggio. Il baito è diviso in 2 sale: il luogo del latte, dove si lavorava il latte e il luogo del fuoco, dove si cuoceva il latte. Nel baito di Bellori è tutto originale, inclusa l’attrezzattura. Solo la pavimentazione è stata rifatta per rendere accessibile il luogo.
Ma avete mai sentito l’espressione “fare baito”? In passato significava “fare festa, fare confusione” perché il baito era usato anche come luogo di aggregazione dove poter stare al caldo in inverno a suonare, cantare e ballare.

Il baito


LA LAVORAZIONE DEL LATTE 

In passato in Valpantena, ma in generale in tutte le aree agricole della provincia di Verona, quasi tutti possedevano una mucca da latte che serviva poi per produrre burro, formaggio, ricotta ecc. A Bellori hanno sfruttato il baito per fare una specie di cooperativa dove tutti portavano il latte e lo pesavano.
A turno si lavorava il latte per tutti e il risultato della lavorazione veniva poi diviso in quote in base a quanto dato da ciascuno. Nel baito potete vedere ancora i quaderni contabili degli anni Cinquanta.
Ma come si lavorava il latte per poi farne i derivati? Il latte arrivava sullo scolo, veniva passato e messo in massele (contenitori bassi e larghi in legno) e si lasciava lì tutta notte a riposare. La mattina dopo la panna affiorata veniva tolta e utilizzata per fare il burro. La complessa lavorazione del burro richiedeva due persone. 
Il latte restante veniva usato per la produzione di formaggio. 

Zangola per la lavorazione del burro


LA PRODUZIONE DI FORMAGGIO

Ok, abbiamo visto come facevano il burro, ma il formaggio come lo lavoravano? Vediamolo insieme.
La caldera è dove mettevano il latte e lo lasciavano bollire fino a 37 gradi. Erano così esperti che capivano la temperatura semplicemente immergendo un dito. Si aggiungeva poi il caglio per addensare la pasta che andava verso un asse pendente per fare uscire il liquido. Infine il formaggio veniva messo a stagionare in uno stampo con il logo della malga. Grazie all’umidità del mulino questo era il luogo perfetto per stagionare il formaggio.
Per concludere si passava alla produzione della ricotta con gli avanzi della caldera: non si sprecava niente, tutto era prezioso.

Forme per il formaggio


IL MULINO DI BELLORI

In Valpantena, che in passato era ricchissima di mulini, quello di Bellori è l’ultimo rimasto intatto e visitabile. Pensate che solo nel piccolo borgo di Bellori e dintorni c’erano ben 12 mulini.
Il mulino di Bellori funzionava con l’acqua di un torrente che si è prosciugato. Oggi c’è una pompa d’acqua che fa girare la ruota con diametro 6mt e 60 tasche. La ruota gira attorno all’albero (mas-cio).
Il mulino di Bellori è composto da due macine, una per il mais e una per il frumento. Dalla parte superiore, la tramoggia, venivano caricati i cereali che scendevano piano piano nella macina. Uscivano e poi risalivano per essere setacciati. Se però la macina avesse funzionato anche senza cereali ci sarebbe stato un alto rischio di incendio dovuto all’attrito, perciò inventarono un campanello che avvisasse quando la macina era vuota. In quel caso si doveva spegnere il mulino oppure aggiungere ulteriori cereali alla macina.
Al momento la macina non funziona in quanto è necessario un intervento di ristrutturazione.

Macine per la lavorazione del grano


INFORMAZIONI PRATICHE SUL MULINO DI BELLORI

Il mulino di Bellori è proprietà del comune di Grezzana e un gruppo di volontari gestisce sia il mulino che il baito.
Il mulino di Bellori e il baito sono aperti ogni seconda domenica del mese. Ma per restare informati sugli orari e le aperture straordinarie informatevi attraverso la loro pagina ufficiale su instagram. L’entrata è gratuita e un’offerta è gradita ma non obbligatoria.
Inoltre potrete visitare anche la casa museo, una casa che con oggetti e artefatti racconta come’era la vita in questa contrada dalla fine dell’Ottocento agli anni Sessanta.

Casa museo a Bellori


LE PROSSIME PASSEGGIATE

Per essere informati sulle prossime passeggiate in Valpantena potete seguire la pro loco qui e la pagina di Marco e Betta in bicicletta. Vi consigliamo di partecipare perché potete camminare su nuovi sentieri in Valpantena, scoprire tante curiosità sul territorio, sulla storia e sullo stile di vita dei nostri nonni e trascorrere una piacevole giornata in compagnia. I sentieri sono generalmente facili e adatti a tutti, ma leggete attentamente le locandine per avere tutti i dettagli.
Inoltre quando camminate in Valpantena non dimenticate di osservare dei piccoli cartellini rossi che indicano i sentieri FEET. Si tratta di una rete di sentieri che sta tracciando il comune di Grezzana sul territorio.
Potete prendere spunto da qui per altre gite in Valpantena.
Oppure potete continuare a seguire i vostri poracci in tour!

Cosa fare due giorni in Val di Non

Bentornati sul nostro blog, oggi partiamo per una delle valli più belle d’Italia. Vi raccontiamo cosa potete fare due giorni in Val di Non, nota soprattutto per le mele ma ricca di sentieri nella natura e di storia.
Tra santuari, castelli e una natura travolgente, partiamo per questa avventura in Val di Non!

IL SENTIERO DI SAN ROMEDIO

Per arrivare al santuario di San Romedio si affronta un sentiero panoramico abbastanza semplice ma da affrontare con la dovuta attrezzatura (niente infradito ma scarpe da trekking).
Si parte dal paese di Sanzeno dove è abbastanza facile trovare un posto dove lasciare l’automobile (parcheggiate nei parcheggi prima della piazza e un po’ defilati: è gratis!). Nella piazza centrale troverete i primi cartelli che indicano il sentiero.
La prima parte si snoda tra meleti (siamo pur sempre in Val di Non!) e boschi, mentre poi si arriva alla parte più caratteristica: il percorso nella roccia. Qui prestate attenzione alla testa se siete alti ma non dimenticate di sporgervi (non troppo!) per ammirare il panorama del canyon.
Pensate che questo sentiero, forse il più celebre della Val di Non, era un antico canale di irrigazione per i campi della valle. Molti sentieri in Val di Non si chiamano “lez” ed erano proprio antichi canali che dalle montagne portavano l’acqua a valle.
Qualche informazione tecnica: il sentiero è lungo 2,7km e il dislivello è di soli 70m, quasi tutti nella salita finale prima del santuario. In inverno il sentiero è chiuso. Se siete amanti dell’arrampicata a metà sentiero troverete una parete attrezzata.

IL SANTUARIO DI SAN ROMEDIO

Una volta in cima si arriva al santuario di San Romedio dove potete vedere addirittura un orso!
Questo santuario risale all’anno Mille ed è composto da 5 chiese costruite una a ridosso dell’altra, tutte di epoche diverse, collegate da una lunghissima scala (molto ripida, state attenti). La sua grande particolarità è di trovarsi in cima a uno sperone roccioso.
Cosa c’entra un orso? La leggenda narra che San Romedio doveva recarsi dalla Val di Non a Trento, per omaggiare il vescovo della città. Diede ordine di sellare il cavallo ma il cavallo venne sbranato da un orso. Romedio non si scompose e chiese di sellare l’orso. Miracolosamente l’orso accettò e divenne mansueto. Nacque così la leggenda che portò i frati del santuario a prendersi cura degli orsi in difficoltà e che non possono essere inseriti nel loro habitat naturale a causa di esperienze passate.
Oggi troviamo infatti Bruno, un orso che veniva sfruttato come fenomeno da baraccone e che ha sempre vissuto la sua vita in cattività. I frati francescani di questa oasi di pace della Val di Non hanno accettato di prendersene cura e oggi Bruno ha spazio per le sue necessità e qualcuno che si prende sempre cura di lui.

CASTEL THUN

Per un’ultima sosta in Val di Non prima di rientrare in autostrada, vi consigliamo Castel Thun, situato nei pressi di Vigo di Ton. Dal Medioevo questo castello fu la residenza della famiglia Thun, in origine di cognome però facevano Tono (da cui il nome Vigo di Ton), tedeschizzarono poi il cognome in Thunn che rimase con due N fino al 1926.
Il castello nacque inizialmente come fortezza militare, grazie alla sua  posizione dominante sulla valle: prima una torre, poi degli edifici per i soldati, poi altri edifici, poi le mura, poi le torrette, poi il castello in una serie di aggiunte che danno a castel Thun quella sua aria fiera e imponente.
Un brevissimo sentiero vi accompagna dal parcheggio all’entrata attraverso la cinta muraria. Un consiglio: seguite la cinta muraria e affacciatevi perché a ogni angolo il panorama sulla Val di Non è semplicemente mozzafiato.
Entrate nel castello (attenzione: per il biglietto serve la prenotazione online tramite il sito, biglietto intero 8 euro) e camminate tra le sue stanze dove ancora oggi si percepisce la presenza della famiglia. No, non stiamo parlando di fantasmi! Semplicemente le sale sono allestite come se i membri della famiglia Thun dovessero tornare da un momento all’altro: cucina pronta, tavola apparecchiata, letto in ordine. È un castello vivo, da scoprire, fatto in modo che si possa percepire come si svolgeva qui la vita di questa ricca famiglia.
Pensate che i Thun possedevano così tante terre che si vantavano di poter viaggiare dalla Val di Non fino a Trento senza mai uscire dai propri possedimenti.

IL LAGO SMERALDO

Non vi piace visitare castelli né camminare lungo i sentieri? Ecco un’altra idea di cosa fare in Val di Non in due giorni: andate a fare una passeggiata al Lago Smeraldo.
Non servono presentazioni al colore di queste acque e, seppure il lago sia veramente piccolo e si giri facilmente in meno di mezz’ora, da qui si snodano numerosi sentieri. Vi consigliamo di seguire il rumore dell’acqua che vi porterà a una cascata.
Da qui scendete lungo lo stretto canyon del Rio Sass e gustatevi una fresca passeggiata nei boschi durante la quale incontrerete anche un pittoresco mulino.
Un altro mulino lo troverete anche alla fine del sentiero, nel piccolo borgo di Fondo.
Tornate poi al lago e gustatevi un buon piatto al ristorante proprio a ridosso del lago.

Lago Smeraldo Val di Non

DOVE DORMIRE

Per una notte da sogno in Val di Non dovete assolutamente andare all’hotel Panorama di Malosco! Sarete accolti con gentilezza e le camere, in perfetto stile trentino, sono grandi e confortevoli.
Inoltre a diposizione trovate una piscina, un idromassaggio, una palestra e un centro benessere.
Ma il vero fiore all’occhiello di questo posto per noi è stata la cena e soprattutto la torta di mele! Per cena ci siamo trovati un menu trentino doc: canederli, stinco, polenta di Storo, contorno di verdure a buffet e per concludere la torta di mele più soffice e gustosa che si possa immaginare!

val di non

IL CONSIGLIO DI LUI

Portatevi una coperta per un pic nic attorno al Lago Smeraldo!

IL CONSIGLIO DI LEI

Portatevi il costume e la cuffia per utilizzare la piscina dell’hotel e rilassarvi nell’acqua bollente dell’idromassaggio.

La fontana di Sommavalle

Siete alla ricerca di una passeggiata domenicale facile, vicino al centro di Verona e, considerato il periodo, anche non troppo affollata? Oggi vi portiamo sulle Torricelle, le colline appena fuori Verona. Faremo una passeggiata fino alla fontana di Sommavalle, tra storia, natura e meravigliosi panorami sulla città.

LE TORRICELLE

Le colline appena a nord del centro storico di Verona si chiamano Torricelle perché qui passava la cinta muraria della città ai tempi degli austriaci che costruirono delle piccole torri di guarda. Le torricelle appunto.
Dalle Torricelle ci sono due punti particolarmente panoramici da cui è possibile ammirare Verona dall’alto.
Il primo è sicuramente il terrazzo più noto di Verona: Castel San Pietro. Da qui, proprio sopra al Teatro Romano, il panorama spazia fino ad abbracciare completamente la città e perdendosi nella pianura padana. Dicono che quando non c’è foschia si possano vedere addirittura gli Appennini, ma noi non siamo mai riusciti a scorgerli quindi non ve la vendiamo per buona.
Il secondo luogo dove recarvi per un panorama forse meno scenografico ma altrettanto suggestivo è il santuario della Madonna di Lourdes. Qui il grande vantaggio è di avere pochissime persone intorno, è il luogo ideale per un tramonto a due e poi un aperitivo nel vicino bar!

LA VITA DI UNA VOLTA SULLE TORRICELLE

Ma vediamo come andare sulle Torricelle a piedi per godersi il panorama anche da altre angolazioni più naturalistiche e meno cittadine.
Dovete sapere che alle Torricelle si può accedere da numerose stradine ricoperte di sanpietrini. Come mai queste strade sono così numerose? Beh, una volta queste colline erano abitate principalmente da contadini, da persone che coltivavano frutta e verdura e poi scendevano per venderle nei mercati cittadini. Le strade in passato erano quindi usate per scopi pratici, non per una sana camminata come facciamo oggi.
A partire dagli anni Sessanta molti contadini delle Torricelle si sono trasferiti in città (erano i tempi dei ragazzi della via Gluck), oggi la maggior parte dei campi non è più coltivata, a parte qualche uliveto e piccoli orti privati.
Al giorno d’oggi sulle Torricelle abita la Verona bene, non è raro trovare ville che potrebbero far invidia a quelle dei vip!

LA PASSEGGIATA SULLE TORRICELLE

Noi siamo saliti da borgo Trento, attraverso via Sbusa (che in dialetto vorrebbe dire “bucata”, chissà come mai si chiama così!).
Poco dopo l’inizio della salita si gira a sinistra, seguendo un sentierino che si fa sempre più stretto man mano che si sale. Si giunge così a San Mattia, dove incontriamo un bar-pizzeria-ristorante con una vista spettacolare. Ma noi proseguiamo lungo la strada principale senza farci troppo distrarre, fino ad arrivare alla vicina e pittoresca chiesetta di San Mattia.
Proseguiamo ancora lungo la strada principale, ormai la città è alle nostre spalle e davanti a noi si vedono le colline che anticipano la Valpolicella e, in lontananza, il monte Baldo. Una volta superato l’ospedale di Santa Giuliana si svolta in via Sommavalle e si segue il sentiero sulla destra che si avventura nel bosco.
Sulla sinistra invece possiamo intravedere un agriturismo che, in passato, era una struttura specializzata in punto nascita. Qui venivano a partorire le donne che abitavano sulle Torricelle, possiamo garantire che la loro vita fosse tutt’altro che comoda. Non avevano soldi, spesso non possedevano nemmeno la terra che coltivavano, ma sicuramente avevano dei panorami dal valore inestimabile.

LA FONTANA DI SOMMAVALLE

La discesa fino alla fontana di Sommavalle non è comodissima ma nemmeno difficile. State attenti a dove mettete i piedi, soprattutto se il terreno è bagnato, ma a parte questa accortezza non serve altro. Si giunge così alla fontana di Sommavalle, dove una volta gli abitanti del luogo andavano a prendere l’acqua. La mia bisnonna andava lì con il serlo (il bastone a cui appendere i secchi e che si caricava sulla spalle) e si portava poi l’acqua fino a casa, risalendo parte della collina. Non è una vera e propria fontana, è semplicemente una sorgente.
Pare che la sorgente di Sommavalle fosse conosciuta già in epoca romana, essendo situata a pochi km dal centro cittadino. Qui l’acqua sgorga da una piccola grotta, protetta da grosse grate in ferro. Scorre poi in un rivolo e prosegue la sua discesa verso la valle. Un pittoresco ponte in legno permette di attraversare il torrente, ma in realtà si può affrontare tranquillamente anche a piedi con un passo bello lungo. Non è un vero e proprio torrente, è più che altro un rivolo d’acqua.

LA DISCESA

Se volete tornare direttamente nel cuore di Verona, dopo la fontana di Sommavalle prendete il sentiero a sinistra, dopo aver superato il piccolissimo ponticello. Poco dopo svoltate a destra e seguite il sentiero in discesa tra i boschi. Anche questa discesa è piuttosto facile, seppur con un minimo di attenzione.
Seguendo il sentiero si giunge alla fine di via Marsala, nel cuore del quartiere Valdonega. Proseguendo sempre dritto arriverete a ponte Pietra, che vi farà accedere direttamente al cuore della bella Verona.
Abbiamo percorso il sentiero in autunno e i colori sono bellissimi, seppur con molte foglie ancora verdi. Il sentiero, secondo la nostra opinione, è affrontabile senza nessun problema in tutte le stagioni: in estate per sfuggire alla calura, in autunno per i colori, in inverno per fare una passeggiata senza troppo impegno e in primavera per assistere alla rinascita della natura.

IL CONSIGLIO DI LUI

Il sentiero è molto bello e fattibile anche con poco fiato, regala panorami emozionanti e un tuffo nella natura. Se siete in zona concedetevi una passeggiata diversa dalle solite.

I RINGRAZIAMENTI DI LEI

Si ringrazia per i consigli e le dritte il mio papà che mi fa sempre scoprire cose nuove e, con l’occasione, mi ha raccontato anche storie sconosciute sulla vita quotidiana dei miei antenati.

Una gita al parco delle cascate di Molina

Poco fuori Verona, tra la Valpolicella e la Lessinia, troviamo il parco delle cascate di Molina.
Ideale per una gita domenicale, per grandi e piccini, per una lunga camminata o una breve incursione nella natura.

IL PARCO DELLE CASCATE DI MOLINA

Il parco è situato in una gola ricca di vegetazione e, come dice il nome, di cascate. È una zona particolarmente ricca di torrenti e ruscelli che scorrendo hanno plasmato le rocce nel corso dei millenni.
Questa area era già nota e abitata fino dalla preistoria, quando l’uomo viveva nelle caverne e per vivere necessitava di ripari naturali, cibo, acqua, pietre con cui armarsi.
E a Molina c’era tutto ciò di cui i nostri antenati avavano bisogno. Nel parco delle cascate di Molina è anche possibile visitare una grotta preistorica (ovviamente ricreata in anni recenti). Vediamo così che i nostri bis bis bis bis ecc nonni dormivano su giacigli di fieno e coperti da pellicce, cacciavano con le selci e usavano il fuoco sia per scaldarsi che per cucinare.

COSA VEDERE

All’interno del parco potete, ovviamente, vedere numerose cascate, gole, torrenti e tanto tanto verde. Attenzione però: non è possibile rinfrescarsi nei torrenti nè entrare in acqua. Qui l’ecosistema è molto fragile, i piccoli anfibi e pesci che si vedono nuotare sotto il filo dell’acqua non devono in nessun modo essere danneggiati dalla presenza umana.
Le cascate che potete ammirare hanno una storia millenaria e nel corso del tempo hanno plasmato le rocce dando loro le forme particolari che si possono vedere oggi.
Non dimenticate però di osservare la natura che vi circonda, resterete sorpresi nello scoprire la varietà della flora in questo piccolo angolo di paradiso!

COSA FARE

Il parco è diviso in 3 sentieri ad anello, molto ben segnalati. Il percorso facile dura mezz’ora ed è lungo 1,2k, il percorso medio dura 1 ora ed è lungo 2,3km, il percorso lungo dura 2 ore ed è lungo 3,6km. Il dislivello non è assolutamente impegnativo e il percorso è divertente e istruttivo anche per i bambini!
Nei pressi della cascata Nera potete provare l’ebrezza di salire su un’altalena e farvi lanciare dritti dritti verso la cascata, tenetevi forte!
Oltre a camminare potete provare anche ad arrampicarvi su una piccola parete e per finire sorseggiare una bibita fresca presso il piccolo bar.

IL PAESE DI MOLINA

Molina è così chiamato perchè sorge in una valle detta valle dei Mulini. Ovviamente la presenza di una rete idrica così estesa ha favorito lo sviluppo di questa attività e visitare Molina è come fare un salto nel passato. Spostandosi tra i suoi stretti vicoli e le case con i tetti tipici in marmo della Lessinia, sembra di tuffarsi direttamente nel Medioevo.
A Molina però non mancano i prodotti tipici: vino, birre artigianali, miele, formaggi, affettati e prodotti della montagna.

Per noi questo è il posto ideale per una gita la domenica: esplorazione del parco delle cascate e immersione nella natura, pranzo al sacco in riva a un ruscello, scoperta di un piccolo borgo e per concludere aperitivo con prodotti locali. Cosa si può desiderare di più da una domenica di fine estate?

Vuoi avere altre informazioni sul parco delle cascate di Molina? Dai un’occhiata al sito qui.

L’ultima tappa – da Desenzano a Peschiera

Eccoci qui al racconto dell’ultima tappa del nostro giro del lago di Garda a piedi.
Una tappa completamente pianeggiante, quasi del tutto sul lungolago e ricca di atmosfere suggestive.
Quante volte abbiamo pensato “non ce la faremo…” e invece, quasi sul gong di un nuovo semi-lockdown siamo riusciti a concludere il nostro giro.
Vi raccontiamo l’ultima tappa del nostro #poracciingardatour dandovi però un arrivederci a presto con altre curiosità e informazioni utili (e nuovi post su altri luoghi!)

Tappa n.11: Desenzano-Peschiera del Garda
Km: 23.5
Difficoltà: molto facile

SIRMIONE E IL SUO CASTELLO

Avete presente la penisola a sud del lago di Garda? Proprio quella che si getta nel lago con un gran castello all’ingresso.
Quella è Sirmione e nel corso dei secoli fu usata da romani, longobardi, scaligeri, veneziani, francesi e austriaci come avamposto di vedetta.
Da qui infatti si possono controllare con estrema facilità sia la sponda veronese che quella bresciana del lago di Garda.
Sirmione deve il suo nome alla parola greca Syrma, strascico, infatti si protende nel lago come uno strascico.
Il suo simbolo è indubbiamente il castello scaligero e, se si vuole visistare il paese, è inevitabile incontrarlo in quanto è necessario attraversarlo per entrare tra i vicoli pittoreschi di Sirmione. E anche noi durante la nostra ultima tappa siamo passati da questo meraviglioso castello.
Oltre al castello, Sirmione è famosa per altre due cose: le terme e le grotte di Catullo.

LE TERME DI SIRMIONE E LE GROTTE DI CATULLO

Le terme di Sirmione sono state scoperte solo poco più di un secolo fa. Pensate che fin dal Rinascimento si ipotizzava che ci fosse una sorgente di acqua termale, ma solo nel 1889 un palombaro di nome Procopio riuscì a individuarla.
Da lì in poi Sirmione divenne un rinomato ed elegante centro termale, dove ancora oggi potete rilassarvi e godervi qualche ora di relax vista lago (ok, DPCM a parte…)
Proseguendo fino all’estremità della penisola si incontrano le grotte di Catullo.
Si tratta dei resti di una villa romana che pare fosse stata residenza del poeta latino Catullo. I resti della villa furono definiti “grotte di Catullo” perchè, al momento della loro scoperta in epoca rinascimentale, erano solo rovine ricoperte da rovi. Non si sa se quella fu veramente la dimora di Catullo o se vivesse in un altro luogo a Sirmione, certo è che per un periodo fu stabile in questa zona del lago, dedicando proprio al paese di Sirmione parole innamorate (e non amo et odi, qui solo amo!):

Perla delle penisole e delle isole,
o Sirmione, di tutte quelle che Nettuno sostiene,
nel mezzo di laghi cristallini e mare aperto,
entrambi, con quale entusiasmo,
con quale impazienza e felicità ti incontro nuovamente!
Quasi non credevo a me stesso, spostandomi
dai campi della Tinia e della Bitinia,
e rivedendoti, infine, senza alcun timore.
Oh cosa rende più beati,
che trovarsi spogli dalle preoccupazioni, quando l’anima
mette da parte il peso stanco del viaggio,
e ritorna a casa propria, e riposa
nel letto, tanto desiderato?
È questa, dopo immense fatiche, l’unica nostra ricompensa.
Salve, Sirmione bel mondo, tu felice
per il tuo padrone, e voi pure,
onde del lago lidio; si rida in casa,
qualsiasi cosa ci sia per cui ridere.

PUNTA GRO E IL FOLIAGE

Dopo aver lasciato Sirmione si prosegue con la nostra ultima tappa! Si segue per un tratto sul lungolago, presso Le Colombare. Qui i colori del foliage si fanno più intensi: giallo, rosso, ambra, arancio, marrone, ocra, oro, mattone. E’ una passeggiata rilassante e perfetta per ricaricare le pile immersi nella natura.
Poi inevitabilmente si deve percorrere la ciclabile lungo la statale, fino a ricongiungersi al lungolago nei pressi di punta Gro.
Qui eravamo stati altre volte in estate, siamo restati stupiti nel vedere come il luogo sia completamente diverso con i colori autunnali.
Questi prati sul lungolago sono affollatissimi in estate, quando gli abitanti di Verona e i turisti si rifugiano qui in cerca di frescura, servizi e spiagge attrezzate, sebbene le acque del lago in questa zona non siano le migliori…

PESCHIERA DEL GARDA

Vi ricordate che di Peschiera del Garda vi avevamo già parlato nella prima tappa? Vi riportiamo qui anche nell’ultima tappa perchè è stato il nostro punto di partenza e *rullo di tamburi* anche di arrivo!
Ricordate che fu citata da Dante? Che da qui esce l’emissario del lago di Garda? Che fu una delle fortezze del Quadrilatero?
Se non lo ricordate vi suggeriamo di tornare a leggere la nostra prima tappa qui.
Quando pensavamo che tutto sarebbe stato facile, le montagne non ci sembravano così alte e il numero dei km era offuscato dall’entusiamo.
195km dopo possiamo dire: ce l’abbiamo fatta!

COSA HA IMPARATO LEI DAL GIRO DEL LAGO DI GARDA A PIEDI

A superare la stanchezza, ad affrontare 1km alla volta, a scoprire tradizioni e segni di un passato che si riflette nel presente, a non aver paura nei boschi, ad accettare che della montagna a volte bisogna aver timore, a cantare per scacciare la paura.

COSA HA IMPARATO LUI DAL GIRO DEL LAGO DI GARDA A PIEDI

A non fidarsi sempre e solo del GPS, a cogliere la bellezza di un fiore che spunta tra le rocce, ad affrontare le salite perchè poi c’è sempre la discesa, che ci sono più sentieri di quanti riusciremo a farne nella nostra vita.

Fino a Desenzano attraverso la Rocca di Manerba

Pronti per un’altra entusiasmante tappa dei #poracciingardatour ?
In realtà dovete sapere che questa tappa non è stata poi così entusiasmante: abbiamo spesso costeggiato la statale e i panorami non sono stati entusiasmanti come in altre zone. Con una sola eccezione: la Rocca di Manerba.

Tappa n.10: Salò-Desenzano
Km: 26.5
Difficoltà: facile

LA ROCCA DI MANERBA

Da Salò si esce dal paese e ci incammina lungo la pista ciclabile che costeggia la statale, fino al punto in cui ci si addentra nei campi e l’atmosfera si fa decisamente più bucolica e rilassante. Attraverso vigneti e uliveti, le coltivazioni principali del basso Garda, si possono ammirare paesini in lontananza e camminare in mezzo alla natura. Si arriva così alle pendici della Rocca di Manerba.
La Rocca di Manerba era popolata fin dalla preistoria, ma nei secoli è sempre stata utilizzata con funzioni difensive e di avvistamento da parte di Etruschi, Romani, Longobardi… Anche oggi sono visibili i resti delle fortificazioni. La Rocca di Manerba fu però anche covo di banditi e fuorilegge, per questo motivo i Veneziani la distrussero nel 1574 e da allora restò disabitata.
La salita per la Rocca è molto semplice, mentre è più ripida la discesa fino a Punta Sasso, un altopiano da cui godere un panorama mozzafiato sul lago di Garda.

L’ISOLA DI SAN BIAGIO

Da Punta Sasso e dalla Rocca di Manerba si vedono molto bene due isole del lago di Garda.
La prima è l’isola di San Biagio, popolata fino a poco tempo fa solo da coniglietti, infatti è chiamata anche “Isola dei conigli”. Non si sa che fine abbiano fatto, forse qualcuno li ha fatti con la polenta?! Se avete una risposta aiutateci!
L’isola è oggi visitabile da maggio a settembre e per accedervi si paga un ticket di 5€ (mentre l’entrata è omaggio per i clienti del camping San Biagio). La particolarità dell’Isola di San Biagio è di essere raggiungibile a piedi dalla terraferma! Se invece preferite c’è un taxi boat che per 2.50€ vi porta sull’isola (per altri 2.50 vi riporta indietro).
Una volta quest’isola ai piedi della Rocca di Manerba era la riserva di caccia per i residenti nella villa del Seicento situata al centro del campeggio, ora è oasi di pace e relax estivo.

L’ISOLA DEL GARDA

Sempre in questa zona, seppur meno visibile dalla Rocca di Manerba, è l’Isola del Garda, probabilmente la più famosa delle isole del lago di Garda.
Quest’isola ebbe diversi nomi nel corso del tempo. Ai tempi di Federico Barbarossa era chiamata Isola di Svevia.
Fu chiamata Isola dei Frati perché qui San Francesco si fermò e, incantato dalla natura e dalla calma del luogo, fece costruire un monastero francescano.
Dopo anni di prosperità con i frati, Napoleone decise di chiudere il monastero ma non riuscì a trasformare l’isola in un luogo militare.
Nell’Ottocento iniziarono i lavori per la costruzione dell’imponente villa che si vede ancora oggi. La villa è di proprietà privata ma è visitabile e può anche essere una pittoresca location per matrimoni.

DESENZANO

Scendendo dalla Rocca di Manerba si prosegue per un breve tratto nella natura ma, dal porto di Dusano in poi, si cammina sempre sul lungolago asfaltato.
Desenzano è il paese più popoloso del lago di Garda nonché ombelico del mondo della nightlife e dello shopping! E’ il paese fashion del lago di Garda.
Purtroppo eravamo così distrutti da tutti quei km a piedi che non l’abbiamo visitato come merita, anche perché, purtroppo, le giornate iniziano ad accorciarsi…
Ci sono due teorie sull’origine del nome di Desenzano: la prima è che derivi dal nome di Decentius un ricco romano che governava la zona, la seconda è che debba il suo nome al fatto di essere in leggera discesa verso le rive del lago di Garda.
In epoche passate Desenzano era il luogo più importante della Lombardia per lo scambio del grano e smerciava anche prodotti provenienti dal nord del lago e dalle campagne circostanti: limoni, olive, uva, pesce.
Attorno al suo porticciolo ancora oggi si vedono edifici che in passato sono stati adibiti a magazzini.
Anche i Veneziani ne fecero un avamposto mercantile e militare, mentre il castello che sovrasta il paese non ha mai abbandonato la sua funzione militare. Si sono avvicendate diverse dominazioni, ma tutti lo utilizzarono come base militare, mai come residenza.

Speriamo che questo racconto vi sia piaciuto e ci vediamo prossimamente con il racconto dell’ultima ultimissima tappa dei #poracciingardatour !

IL CONSIGLIO DI LEI

Le calze sono importanti. Soprattutto per il trekking: scegliete sempre un modello rinforzato nei punti principali e, ancora meglio, investite qualche soldino in calze antivesciche.

IL CONSIGLIO DI LUI

Per camminate così lunghe e quasi sempre su percorsi asfaltati procuratevi delle solette in gel, quelle più morbide che trovate!