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Cosa fare due giorni in Val di Non

Bentornati sul nostro blog, oggi partiamo per una delle valli più belle d’Italia. Vi raccontiamo cosa potete fare due giorni in Val di Non, nota soprattutto per le mele ma ricca di sentieri nella natura e di storia.
Tra santuari, castelli e una natura travolgente, partiamo per questa avventura in Val di Non!

IL SENTIERO DI SAN ROMEDIO

Per arrivare al santuario di San Romedio si affronta un sentiero panoramico abbastanza semplice ma da affrontare con la dovuta attrezzatura (niente infradito ma scarpe da trekking).
Si parte dal paese di Sanzeno dove è abbastanza facile trovare un posto dove lasciare l’automobile (parcheggiate nei parcheggi prima della piazza e un po’ defilati: è gratis!). Nella piazza centrale troverete i primi cartelli che indicano il sentiero.
La prima parte si snoda tra meleti (siamo pur sempre in Val di Non!) e boschi, mentre poi si arriva alla parte più caratteristica: il percorso nella roccia. Qui prestate attenzione alla testa se siete alti ma non dimenticate di sporgervi (non troppo!) per ammirare il panorama del canyon.
Pensate che questo sentiero, forse il più celebre della Val di Non, era un antico canale di irrigazione per i campi della valle. Molti sentieri in Val di Non si chiamano “lez” ed erano proprio antichi canali che dalle montagne portavano l’acqua a valle.
Qualche informazione tecnica: il sentiero è lungo 2,7km e il dislivello è di soli 70m, quasi tutti nella salita finale prima del santuario. In inverno il sentiero è chiuso. Se siete amanti dell’arrampicata a metà sentiero troverete una parete attrezzata.

IL SANTUARIO DI SAN ROMEDIO

Una volta in cima si arriva al santuario di San Romedio dove potete vedere addirittura un orso!
Questo santuario risale all’anno Mille ed è composto da 5 chiese costruite una a ridosso dell’altra, tutte di epoche diverse, collegate da una lunghissima scala (molto ripida, state attenti). La sua grande particolarità è di trovarsi in cima a uno sperone roccioso.
Cosa c’entra un orso? La leggenda narra che San Romedio doveva recarsi dalla Val di Non a Trento, per omaggiare il vescovo della città. Diede ordine di sellare il cavallo ma il cavallo venne sbranato da un orso. Romedio non si scompose e chiese di sellare l’orso. Miracolosamente l’orso accettò e divenne mansueto. Nacque così la leggenda che portò i frati del santuario a prendersi cura degli orsi in difficoltà e che non possono essere inseriti nel loro habitat naturale a causa di esperienze passate.
Oggi troviamo infatti Bruno, un orso che veniva sfruttato come fenomeno da baraccone e che ha sempre vissuto la sua vita in cattività. I frati francescani di questa oasi di pace della Val di Non hanno accettato di prendersene cura e oggi Bruno ha spazio per le sue necessità e qualcuno che si prende sempre cura di lui.

CASTEL THUN

Per un’ultima sosta in Val di Non prima di rientrare in autostrada, vi consigliamo Castel Thun, situato nei pressi di Vigo di Ton. Dal Medioevo questo castello fu la residenza della famiglia Thun, in origine di cognome però facevano Tono (da cui il nome Vigo di Ton), tedeschizzarono poi il cognome in Thunn che rimase con due N fino al 1926.
Il castello nacque inizialmente come fortezza militare, grazie alla sua  posizione dominante sulla valle: prima una torre, poi degli edifici per i soldati, poi altri edifici, poi le mura, poi le torrette, poi il castello in una serie di aggiunte che danno a castel Thun quella sua aria fiera e imponente.
Un brevissimo sentiero vi accompagna dal parcheggio all’entrata attraverso la cinta muraria. Un consiglio: seguite la cinta muraria e affacciatevi perché a ogni angolo il panorama sulla Val di Non è semplicemente mozzafiato.
Entrate nel castello (attenzione: per il biglietto serve la prenotazione online tramite il sito, biglietto intero 8 euro) e camminate tra le sue stanze dove ancora oggi si percepisce la presenza della famiglia. No, non stiamo parlando di fantasmi! Semplicemente le sale sono allestite come se i membri della famiglia Thun dovessero tornare da un momento all’altro: cucina pronta, tavola apparecchiata, letto in ordine. È un castello vivo, da scoprire, fatto in modo che si possa percepire come si svolgeva qui la vita di questa ricca famiglia.
Pensate che i Thun possedevano così tante terre che si vantavano di poter viaggiare dalla Val di Non fino a Trento senza mai uscire dai propri possedimenti.

IL LAGO SMERALDO

Non vi piace visitare castelli né camminare lungo i sentieri? Ecco un’altra idea di cosa fare in Val di Non in due giorni: andate a fare una passeggiata al Lago Smeraldo.
Non servono presentazioni al colore di queste acque e, seppure il lago sia veramente piccolo e si giri facilmente in meno di mezz’ora, da qui si snodano numerosi sentieri. Vi consigliamo di seguire il rumore dell’acqua che vi porterà a una cascata.
Da qui scendete lungo lo stretto canyon del Rio Sass e gustatevi una fresca passeggiata nei boschi durante la quale incontrerete anche un pittoresco mulino.
Un altro mulino lo troverete anche alla fine del sentiero, nel piccolo borgo di Fondo.
Tornate poi al lago e gustatevi un buon piatto al ristorante proprio a ridosso del lago.

lago smeraldo val di non

DOVE DORMIRE

Per una notte da sogno in Val di Non dovete assolutamente andare all’hotel Panorama di Malosco! Sarete accolti con gentilezza e le camere, in perfetto stile trentino, sono grandi e confortevoli.
Inoltre a diposizione trovate una piscina, un idromassaggio, una palestra e un centro benessere.
Ma il vero fiore all’occhiello di questo posto per noi è stata la cena e soprattutto la torta di mele! Per cena ci siamo trovati un menu trentino doc: canederli, stinco, polenta di Storo, contorno di verdure a buffet e per concludere la torta di mele più soffice e gustosa che si possa immaginare!

val di non

IL CONSIGLIO DI LUI

Portatevi una coperta per un pic nic attorno al Lago Smeraldo!

IL CONSIGLIO DI LEI

Portatevi il costume e la cuffia per utilizzare la piscina dell’hotel e rilassarvi nell’acqua bollente dell’idromassaggio.

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle

Benvenuti all’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Oggi vi portiamo alla scoperta di un luogo davvero particolare a pochi km dal centro di Verona, un pantheon che testimonia il passato della Valpantena e la cui storia è strettamente collegata all’acqua.

Ma partiamo dall’inizio…

La Valpantena: zona di acqua (e di vino!)

L’ipogeo si trova a Santa Maria in Stelle, a 10km a nord di Verona. In questa zona si apre la Valpantena, terra conosciuta dai tempi degli antichi romani per le numerose sorgenti di acqua che hanno reso possibile sin dalla Preistoria l’insediamento umano. Gli antichi romani hanno canalizzato l’acqua per irrigare i campi, soprattutto vigneti, da cui sono nati i celebri vini della zona. Pare infatti che i vini inviati a Giulio Cesare provenissero proprio dalla Valpantena.
Nel I secolo d.C. l’imperatore incarica la famiglia Pomponia di seguire i lavori per l’acquedotto, vista la ricchezza idrica della zona. Decisero di incanalare la sorgente che sgorga a 11 metri di profondità, ma è nel III secolo d.C. che inizia la storia del nostro ipogeo.

In quel secolo Publio Pomponio Corneliano prese in mano i lavori dell’acquedotto. Fece interrare l’acquedotto e creò un ninfeo per venerare e ringraziare di tanta abbondanza le ninfe, dee dell’acqua.
L’acqua ha creato però non pochi problemi al pantheon di Santa Maria in Stelle. Nel corso dei secoli la pioggia e i detriti hanno invaso più volte lo spazio sotterraneo e fu solo don Vincenzo Stevanelli che nell’Ottocento decise di girare l’ingresso dell’ipogeo. In questo modo i detriti scendendo dal monte non entravano più direttamente nel tunnel, preservando i capolavori storici e artistici nascosti sotto al terreno.

Siamo pronti a scendere dalle scalette a destra della chiesa di Santa Maria in Stelle e avventurarci nell’ipogeo?

Scalinata di ingresso all'ipogeo di Santa Maria in Stelle

L’IPOGEO di santa maria in stelle

Si scendono gli scalini e ci dà il benvenuto un personaggio togato: lo ha piazzato qui don Vincenzo Stevanelli per ricordare Publio Pomponio Corneliano. Se si osserva la statua si nota subito che le mancano i piedi. Per trovarli occorre proseguire e nella prima stanza si trovano a sinistra. In questa piccola sala si nota anche la porticcina che guida alla sorgente e, facendo silenzio, si sente distintamente il rumore dell’acqua poco distante da noi.

Si segue un tunnel lungo 18mt dove proprio a metà troviamo un Chrismòn, una croce paleocristiana che sancisce il passaggio da ninfeo pagano a luogo di culto paleocristiano.
Sempre grazie all’abbondanza di acqua questo luogo fu usato come battistero e pare che anche il santo patrono di Verona, San Zeno, si recò in queste zone per visitare l’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
Alla fine del tunnel si apre la sala dove si celebravano i battesimi, mentre ai lati si trovano due sale laterali che furono usate per il catechismo.
Queste sale infatti sono ricche di racconti biblici, utilizzati per educare al cristianesimo persone analfabete che qui si riunivano per pregare e studiare, prima di ricevere il sacramento del battesimo.
Già nella sala centrale vediamo i primi affreschi: San Daniele nella fossa dei leoni e un Cristo benedicente.

Purtroppo anche qui sotto l’acqua nel corso del tempo ha fatto i suoi danni: l’umidità ha rovinato gli affreschi e solo con un restauro accurato negli anni Sessanta si sono recuperati i colori degli affreschi.

affresco Cristo benedicente ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CELLA SUD

Entrando nella sala di destra, la cella sud, troviamo una stele di epoca romana, recuperata da un vicino cimitero che sorgeva nella valle.
Questo ceppo ricorda la figlia adottiva di Publio Pomponio, morta prematuramente e nel corso del tempo la stele svolse la funzione di altare. Nel 1317 la stele è stata rovesciata per farle perdere le origini pagane ed fu benedetta per diventare cristiana. Venne inoltre inciso che chiunque si occupi della manutenzione del sito avrebbe avuto l’indulgenza plenaria. Più sotto si notano scritte di epoca carolingia, a testimonianza che qui ogni epoca ha lasciato il proprio segno.

Dietro la stele è rappresentato un affresco della Natività, ma ora concentriamoci un attimo sui muri di questa sala, oltre gli affreschi che la adornano.
Ci sono alcuni piccoli buchi scavati nella roccia, come dei piccoli buchi nel muro. Questi sono stati creati per appoggiare le candele e illuminare il luogo. Se oggi la guida ha un tablet per regolare l’illuminazione moderna, non era così nei secoli passati.

Se osserviamo più da vicino il muro possiamo notare numerosissimi graffiti: qui i pellegrini nel corso dei secoli hanno lasciato la loro traccia. Pensate che c’è addirittura la firma di un pellegrino inglese!

stele romana ipogeo di Santa Maria in Stelle

la cella nord

Spostandoci ora nella cella nord possiamo vedere numerose scene tratte dall’Antico Testamento, tra cui la strage degli innocenti, Gesù che si reca a Gerusalemme a dorso di un asino e Gesù che dona i rotoli della legge. Questi rotoli sono rappresentati anche sulla volta, creando un effetto prospettico di rara bellezza. Così raro che non si conoscono motivi simili in altri luoghi, una decorazione unica dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle!
Tutti questi affreschi e le decorazioni sono state fatte da pittori diversi in epoche diverse, rendendo il luogo un concentrato di arte e di storia.

Possiamo anche ammirare delle signore vestite in fogge orientaleggianti, segno che c’era già stato qualche contatto con civiltà extra europee! E altri contatti li ritroveremo poi nella chiesa.
Se osserviamo la volta dipinta davanti ai rotoli della legge di vari colori, possiamo ammirare una volta celeste con stelle bianche e gialle. Ricordatevelo perchè tra poco vediamo cosa significa…

Il pavimento di queste sale una volta era tutto decorato a mosaico, ben visibile nella cella nord, un po’ meno in quella sud.

cella nord ipogeo di Santa Maria in Stelle

LA CHIESA

L’ipogeo si trova sotto la chiesa di Santa Maria in Stelle, dedicata a Maria Assunta. Nel pavimento della chiesa ci sono 3 fori: potete provare a sbirciare ma riuscirete solo ad intuire la struttura del pantehon sottostante. La prima struttura della chiesa risale al IX secolo ma nel corso del tempo fu ricostruita due volte, a causa di violenti terremoti.

Entrando si nota un affresco con dei limoni: i limoni sono un elemento spesso presente nelle decorazioni delle chiese di campagna.
Si possono vedere altri affreschi, tutti di artisti diversi, e sotto lo strato attuale ci sono ancora affreschi di epoche passate.
Ma l’affresco più interessante si trova sul soffitto del coro e rappresenta dei personaggi con dei copricapi precolombiani, segno che l’America era stata scoperta da poco quando fu affrescata questa porzione della chiesa nel 1532.

Vi consigliamo di fermarvi a visitare la chiesa prima o dopo la vostra visita all’ipogeo.

chiesa di Santa Maria in Stelle

I DINTORNI

Attorno al piccolo borgo di Santa Maria in Stelle si snodano numerosi sentieri panoramici.
Pensate che proprio qui in Valpantena c’era anche una big bench (avete presente le panchine giganti?), poi rimossa a causa di atti vandalici.
Scegliete il percorso che preferite (facile, medio o difficile), valutate il tempo a vostra disposizione e le vostre passioni (preferite attraversare piccoli borghi o perdervi nei campi di lavanda?) e partite per una giornata all’aria aperta. E poi fermatevi per una visita all’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
A proposito di questo borgo, ricordate la volta celeste della cella nord dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle? Pare che sia proprio quella a dare il nome al paese, mentre altri sostengono che derivi da “stele”, per il vicino cimitero romano di cui abbiamo parlato qualche paragrafo più su.
campanile di Santa Maria in Stelle

COME VISITARE L’IPOGEO

L’ipogeo di Santa Maria in Stelle si può visitare solo tramite visita guidata. Vi consigliamo di visitare il sito dell’ipogeo per avere tutti i contatti e le informazioni per pianificare al meglio la vostra visita.
Attenzione: possono entrare massimo 4 visitatori contemporaneamente, quindi se andate in gruppi numerosi dovrete organizzarvi di conseguenza.
Ah, non dimenticate una felpa: sottoterra fa freschino…
L’ingresso è gratuito ma è richiesto un piccolo contributo volontario destinato al mantenimento dell’ipogeo di Santa Maria in Stelle.
È un luogo pregno di storia e spiritualità, un ambiente così non l’avevamo mai visto, vale assolutamente la pena organizzare una visita quaggiù!
Ringraziamo la nostra guida Elisabetta e il gruppo GVI – Giovani Volontari Ipogeo per la disponibilità, grazie!

Chi sono i #poracciintour

Buongiorno e benvenuti! Vi starete chiedendo chi sono i #poracciintour e se anche voi rientrate nella categoria?
Andiamo a scoprirlo!

In questo ultimo anno abbiamo ripreso in mano in modo più serio Instagram e ci siamo subito sentiti dei pesci fuor d’acqua tra tanti travel blogger che fanno delle foto spaziali accompagnate da testi super emozionali!
Ma la prima caratteristica dei #poracciintour è “mai mollare”. Le tue foto non sono scattate con i migliori strumenti? Le tue caption non danno la miriade di informazioni che vorresti? Non importa, si può sempre studiare per migliorare ma niente potrà cambiare ciò che sei e il tuo stile. Migliorarsi sempre, omologarsi perchè “questo è quello che piace” mai!

Noi oggi vi raccontiamo le differenze tra travel blogger e #poracciintour. Queste sono solo quelle che ci hanno sorpreso di più, se ne avete altre segnalatecele nei commenti.


Ma attenzione: prendete appunti per scoprire se anche voi siete dei #poracciintour oppure dei travel blogger.
Segnatevi a quante affermazioni rispondete “oddio, ma sono proprio come i #poracciintour!” e ci vediamo in fondo all’articolo per scoprire chi sono i #poracciintour e se lo siete anche voi!

Iniziamo?

i travel blogger sono sempre vestiti bene, meglio se degli stessi colori del tramonto o del deserto che funge da scenografia
i #poracciintour sono vestiti con la prima cosa che hanno trovato, solitamente di colori che non si abbinano a niente, nemmeno tra di loro

i travel blogger si trovano sempre “on top” di qualche grattacielo
i #poracciintour soffrono di vertigini

i travel blogger hanno i capelli curati e in ordine, al massimo mossi da una leggera brezza
i #poracciintour hanno i capelli in faccia per colpa del vento, ogni tanto mangiano una ciocca, solitamente quando la macchina fotografica fa click

i travel blogger appaiono sempre sorridenti e felici
i #poracciintour no

i travel blogger vestsono fashion dalla testa ai piedi
i #poracciintour sono Sfashion, dalla testa ai piedi

il trekking dei travel blogger è fatto di abbigliamento tecnico e pranzo in baita con piatti instagrammabili
il trekking dei #poracciintour è marchiato Decathlon e per pranzo hanno un panino portato da casa

i travel blogger viaggiano in business
i #poracciintour viaggiano in economy ed è già anche troppo

i travel blogger scrivono in english
i #poracciintour scrivono in italiano e pure male

i travel blogger trovano sempre la luce perfetta per la foto perfetta
i #poracciintour si dimenticano di fare le foto

i travel blogger aspettano il tramonto in posti fighi per fare foto super
i #poracciintour all’ora del tramonto solitamente fanno aperitivo al bar

i travel blogger sono alti e magri, col fisico scolpito o se non rispettano questo canone sono curvy ma sempre belli
i #poracciintour sono cicciottini

i travel blogger indossano i tacchi quando vanno a cena
i #poracciintour si portano solo un paio di scarpe che va bene dalla camminata nella giungla alla cena

i travel blogger mangiano piatti fashion in posti fashion
i #poracciintour mangiano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, meglio se low cost e street food

i travel blogger viaggiano con le compagnie di bandiera
i #poracciintour viaggiano con Ryanair e Flixbus

i travel blogger dormono in fashion-hotel tra lenzuola immacolate
i #poracciintour dormono in ostello nel sacco a pelo

i travel blogger fanno #instastories a ogni angolo
i #poracciintour si dimenticano di avere un telefono

i travel blogger hanno la pelle idratata e perfetta anche durante i safari nel deserto
i #poracciintour hanno la pelle da Nonna Salice dopo 5 minuti al sole

i travel blogger viaggiano con set di macchine fotografiche e cavalletti per foto super
i #poracciintour chiedono “oh ma hai una foto di quel posto che sto scrivendo un articolo per il blog?” – “no, non l’ho fotografato!”

i travel blogger hanno l’outfit perfetto per ogni occasione
i #poracciintour hanno dei vestiti che si fanno andare bene per le quattro stagioni

i travel blogger fanno #adv, #suppliedby. #gifted
i #poracciintour possono usare solo #paghedbyme

i travel blogger frequentano i glamping di un certo livello
i #poracciintour frequentano campeggi o al massimo agricampeggi se vogliono l’upgrade

i travel blogger nei glamping si trovano le tende già montate e arredate
i #poracciintour si devono costruire la tenda e gonfiare i materassini

i travel blogger bevono il cocktail giusto per la foto sul rooftop
i #poracciintour bevono una birretta nel peggiori bar

i travel blogger viaggiano in posti esotici almeno 4 volte l’anno
i #poracciintour viaggiano in posti esotici almeno una volta nella vita

i travel blogger viaggiano tutto l’anno
i #poracciintour viaggiano quando chiude l’azienda

i travel blogger hanno i bambini sempre in ordine
i #poracciintour non hanno bambini, ma se li avessero avrebbero il moccio in ogni foto

i travel blogger hanno le case sempre in ordine e instagrammabili
i #poracciintour devono cercare l’unico angolo in ordine se vogliono fare una foto

i travel blogger hanno la foto giusta per la caption giusta
i #poracciintour hanno un tot di foto buone e quando finiscono “oddio, e adesso? Mettiamoci un paesaggio a caso!”

i travel blogger guadagnano dal loro blog
i #poracciintour non guadagnano in generale

i travel blogger si fanno mille foto insieme
i #poracciintour si fanno le foto a vicenda perchè non hanno la pazienza di montare cavalletti

Hai scoperto chi sono i #poracciintour?
E tu chi sei? Travel blogger o poraccio in tour?
Ecco le risposte al quiz:

30-20 risopste “#poracciintour”: complimenti! Sei un poraccio come noi, benvenuto nel club! Vorremmo offrirti un cocktail per brindare ma…va bene lo stesso la birretta del Lidl?!

19-10 risposte “#poracciintour”: sei un poraccio fashion, potremmo definirti un travel poraccio! Forse vesti Decathlon e mangi nei peggiori bar di Caracas, ma nel profondo sei elegante e raffinato

9-0 risposte “#poracciintour”: sei un vero travel blogger, sei uno dei nostri modelli, una figura mitologica per noi! Continua però a seguirci e a studiare i poracci come fossero curiosi animaletti!

A proposito, ci segui già su instagram? Clicca qui per non perderti niente, ma proprio niente, anche quello che sarebbe meglio perdersi, dei #poracciintour!

PS: questo è solo un giochetto divertente, speriamo di non aver offeso nessuno e in quel caso scusateci, non era nostra intenzione. Sapete che a noi piacciono le foto patinate dei travel blogger quanto quelle più “casalinghe”, l’importante è sempre la sostanza.

Cosa mangiare e bere a Napoli

Napoli è una città affascinante ricca di storia e tradizioni.
Ne abbiamo già parlato abbondantemente qui ma oggi parleremo del fiore all’occhiello di Napoli: la cucina.
Cosa mangiare e bere a Napoli? Tra pizza, dolci e bevande c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Golfo di Napoli

Caffè Gambrinus

Benvenuti nel caffè storico di Napoli, dove fermarvi per gustare una deliziosa tazzuriella.
Il nome di questo locale devira dal leggendario re delle Fiandre Fiandre Joannus Primus. L’interno è riccho di statue e quadri di artisti napoletani di fine ‘800. Fu infatti aperto ufficialmente nel 1890 e da subito il successo fu strepitoso.
Il prefetto di Napoli però ne ordinò la chiusura nel 1938, con un’ordinanza nella quale dichiarava il caffè Gambrinus covo di antifascisti. Il locale fu riaperto nel 1952 ed è uno dei locali più famosi d’Italia, nonchè membro Associazione Culturale Locali Storici d’Italia.
Se siete curiosi sul loro sito ci sono un sacco di indicazioni sulle prelibatezze partenopee.
Ideale per una tappa a colazione!

Pizza, pizza fritta e montanara

Partiamo da un must per il pranzo:  la vera pizza napoletana.
Pensate che le prime notizie riguardo il consumo di pizza a Napoli risalgo addirittura all’inizio del Settecento. Ma le sue origini sono ben più antiche, pensate che già gli antichi greci usavano mangiare un “pane appiattito”.
La più famosa è sicuramente la pizza margherita, creata nel 1889 da un pizzaoiolo che la dedicò alla regina Margherita di Savoia.
E a Napoli la pizza fu da sempre cibo del popolo. Andava bene per i poracci come noi perchè era un piatto veloce, economico e facilmente mangiabile per strada nelle pause del lavoro.
Oggi la troviamo anche fritta o col cornicione ripieno. Il nostro consiglio è di provarle tutte, non si può scegliere la più buona!
Noi non possiamo che consigliarvi la pizzeria 400 Gradi, poco dopo essere entrati nei Quartieri Spagnoli.

Pizza fritta

 

Pizza Margherita

 

Cuoppo e fritti (e la mitica frittatina di pasta)

Restiamo nell’ambito del cibo di strada, tanto caro ai napoletani e con una lunga storia alle spalle. Infatti i lavoratori, i popolani, i poracci insomma, non avevano molto tempo  per mangiare tr un lavoro e l’altro, nè molta disponibilità economica.
Nacquero così i primi cuoppi, ossia un cartoccio con dentro fritti di diverso tipo. A Napoli avete solo che l’imbarazzo della scelta per quel che riguarda il cuoppo. Lo potete infatti chiedere di mare o di terra, ogni locale ha però degli ingredienti diversi per i vari cuoppi. I più comuni sono calamari, pesce azzurro, crocchette, arancini ma il nostro consiglio è: pescate a caso e cercate di scoprire cosa si cela sotto la pastella. A Napoli il fritto è così buono che non copre il gusto dell’ingrediente principale, almeno nei posti che abbiamo provato noi.
Tra questi fritti particolare è la frittatina di pasta, anche questo è un piatto di origine popolare. Ricetta: prendi la pasta del giorno prima, raccogli gli avanzi del frigo, ricopri di pastella e friggi tutto. Spaziale!

Cuoppo

 

Pesce

Come ogni città di mare che si rispetti, a Napoli si può mangiare un pesce che è la fine del mondo!
Gustoso, succoso, polposo: a Napoli il pesce può essere mangiato in tutti i modi.
Che lo preferiate grigliato o con la pasta, che siate fan dei crostacei o dell’orata sarete comunque soddisfatti dalla incredibile qualità e dalla maestria dei napoletani nel preparare dei piatti deliziosi.
Il nostro consiglio? Affidatevi al pescato del giorno, sia per un effetto sorpresa sia perchè avrete la certezza della freschezza

Babà e sfogliatelle (riccia/frolla)

Vogliamo passare al dolce? Noi abbiamo avuto un incontro molto impegnativo durante la prima colazione a Napoli. Prendiamo una sfogliatella che sembrava un pasticcino mignon. Appena la prendiamo in mano ci rendiamo conto che pesa come il ferro, ha un peso specifico elevatissimo! Secondo voi quanta crema c’era dentro? Tantissima e ben compatta. Ma prima di averla ci hanno fatto una domanda a cui non eravamo preparati: riccia o frolla?
Dovete sapere che le sfogliatelle si dividono in queste due categorie. Le ricce si preparano con pasta sfoglia, le frolle con, ovviamente, pasta frolla.
La sfogliatella nacque in un convento nei pressi di Amalfi: era avanzata della pasta e, non sapendo cosa farne, fecero un ripieno con zucchero e frutta secca.
Ma se la sfogliatella è la regina dei dolci partenopei il suo re è indubbiamente il babà.
Il babà nacque in Polonia per colpa di un monarca un po’…sdentato. Infatti, non riuscendo a mangiare bene fece imbebere il babà nel tokaji, creando il tipico dolce immerso nel liquore che conosciamo oggi (anche se ora il liquore è il rum).
Facendo il giro dalla Polonia alla Francia, giunse a Napoli nel XIX secolo e divenne un dolce tradizionale della città.

 

Sfogliatella

Sprizt limoncello e limoncello

Come sapete noi siamo fan dello spritz ma quando siamo in viaggio ci adattiamo al 100% alle abitudini alimentari locali. E a Napoli è stato facile farlo!
Ma con lo spritz? Abbiamo trovato lo spritz al limoncello fatto con limoncello prosecco e soda. È ideale come aperitivo soprattutto nelle giornate calde perchè rinfresca con il limone ma al contempo ha quel brio giusto da aperitivo. L’abbinamento ideale per lo spritz al limoncello? Sicuramente un buon cuoppo di fritti misti.
E per concludere gli abbondanti pasti napoletani vi consigliamo un bicchierino di limoncello, fresco e digestivo.

Sprizt limoncello

IL CONSIGLIO DEI PORACCIINTOUR

Attenzione alle porzioni! A Napoli si mangia bene ma soprattutto tanto!
Le porzioni che abbiamo trovato noi erano sempre ottime e abbondanti, come si usa dire. Tenetene conto al momento dell’ordinazione per non rischiare di avanzare prelibatezze, sarebbe uno spreco…

 

Ci siamo dimenticati qualche piatto? Scrivicelo nei commenti!

A presto, sempre su questi schermi!

 

La fontana di Sommavalle

Siete alla ricerca di una passeggiata domenicale facile, vicino al centro di Verona e, considerato il periodo, anche non troppo affollata? Oggi vi portiamo sulle Torricelle, le colline appena fuori Verona. Faremo una passeggiata fino alla fontana di Sommavalle, tra storia, natura e meravigliosi panorami sulla città.

LE TORRICELLE

Le colline appena a nord del centro storico di Verona si chiamano Torricelle perché qui passava la cinta muraria della città ai tempi degli austriaci che costruirono delle piccole torri di guarda. Le torricelle appunto.
Dalle Torricelle ci sono due punti particolarmente panoramici da cui è possibile ammirare Verona dall’alto.
Il primo è sicuramente il terrazzo più noto di Verona: Castel San Pietro. Da qui, proprio sopra al Teatro Romano, il panorama spazia fino ad abbracciare completamente la città e perdendosi nella pianura padana. Dicono che quando non c’è foschia si possano vedere addirittura gli Appennini, ma noi non siamo mai riusciti a scorgerli quindi non ve la vendiamo per buona.
Il secondo luogo dove recarvi per un panorama forse meno scenografico ma altrettanto suggestivo è il santuario della Madonna di Lourdes. Qui il grande vantaggio è di avere pochissime persone intorno, è il luogo ideale per un tramonto a due e poi un aperitivo nel vicino bar!

LA VITA DI UNA VOLTA SULLE TORRICELLE

Ma vediamo come andare sulle Torricelle a piedi per godersi il panorama anche da altre angolazioni più naturalistiche e meno cittadine.
Dovete sapere che alle Torricelle si può accedere da numerose stradine ricoperte di sanpietrini. Come mai queste strade sono così numerose? Beh, una volta queste colline erano abitate principalmente da contadini, da persone che coltivavano frutta e verdura e poi scendevano per venderle nei mercati cittadini. Le strade in passato erano quindi usate per scopi pratici, non per una sana camminata come facciamo oggi.
A partire dagli anni Sessanta molti contadini delle Torricelle si sono trasferiti in città (erano i tempi dei ragazzi della via Gluck), oggi la maggior parte dei campi non è più coltivata, a parte qualche uliveto e piccoli orti privati.
Al giorno d’oggi sulle Torricelle abita la Verona bene, non è raro trovare ville che potrebbero far invidia a quelle dei vip!

LA PASSEGGIATA SULLE TORRICELLE

Noi siamo saliti da borgo Trento, attraverso via Sbusa (che in dialetto vorrebbe dire “bucata”, chissà come mai si chiama così!).
Poco dopo l’inizio della salita si gira a sinistra, seguendo un sentierino che si fa sempre più stretto man mano che si sale. Si giunge così a San Mattia, dove incontriamo un bar-pizzeria-ristorante con una vista spettacolare. Ma noi proseguiamo lungo la strada principale senza farci troppo distrarre, fino ad arrivare alla vicina e pittoresca chiesetta di San Mattia.
Proseguiamo ancora lungo la strada principale, ormai la città è alle nostre spalle e davanti a noi si vedono le colline che anticipano la Valpolicella e, in lontananza, il monte Baldo. Una volta superato l’ospedale di Santa Giuliana si svolta in via Sommavalle e si segue il sentiero sulla destra che si avventura nel bosco.
Sulla sinistra invece possiamo intravedere un agriturismo che, in passato, era una struttura specializzata in punto nascita. Qui venivano a partorire le donne che abitavano sulle Torricelle, possiamo garantire che la loro vita fosse tutt’altro che comoda. Non avevano soldi, spesso non possedevano nemmeno la terra che coltivavano, ma sicuramente avevano dei panorami dal valore inestimabile.

LA FONTANA DI SOMMAVALLE

La discesa fino alla fontana di Sommavalle non è comodissima ma nemmeno difficile. State attenti a dove mettete i piedi, soprattutto se il terreno è bagnato, ma a parte questa accortezza non serve altro. Si giunge così alla fontana di Sommavalle, dove una volta gli abitanti del luogo andavano a prendere l’acqua. La mia bisnonna andava lì con il serlo (il bastone a cui appendere i secchi e che si caricava sulla spalle) e si portava poi l’acqua fino a casa, risalendo parte della collina. Non è una vera e propria fontana, è semplicemente una sorgente.
Pare che la sorgente di Sommavalle fosse conosciuta già in epoca romana, essendo situata a pochi km dal centro cittadino. Qui l’acqua sgorga da una piccola grotta, protetta da grosse grate in ferro. Scorre poi in un rivolo e prosegue la sua discesa verso la valle. Un pittoresco ponte in legno permette di attraversare il torrente, ma in realtà si può affrontare tranquillamente anche a piedi con un passo bello lungo. Non è un vero e proprio torrente, è più che altro un rivolo d’acqua.

LA DISCESA

Se volete tornare direttamente nel cuore di Verona, dopo la fontana di Sommavalle prendete il sentiero a sinistra, dopo aver superato il piccolissimo ponticello. Poco dopo svoltate a destra e seguite il sentiero in discesa tra i boschi. Anche questa discesa è piuttosto facile, seppur con un minimo di attenzione.
Seguendo il sentiero si giunge alla fine di via Marsala, nel cuore del quartiere Valdonega. Proseguendo sempre dritto arriverete a ponte Pietra, che vi farà accedere direttamente al cuore della bella Verona.
Abbiamo percorso il sentiero in autunno e i colori sono bellissimi, seppur con molte foglie ancora verdi. Il sentiero, secondo la nostra opinione, è affrontabile senza nessun problema in tutte le stagioni: in estate per sfuggire alla calura, in autunno per i colori, in inverno per fare una passeggiata senza troppo impegno e in primavera per assistere alla rinascita della natura.

IL CONSIGLIO DI LUI

Il sentiero è molto bello e fattibile anche con poco fiato, regala panorami emozionanti e un tuffo nella natura. Se siete in zona concedetevi una passeggiata diversa dalle solite.

I RINGRAZIAMENTI DI LEI

Si ringrazia per i consigli e le dritte il mio papà che mi fa sempre scoprire cose nuove e, con l’occasione, mi ha raccontato anche storie sconosciute sulla vita quotidiana dei miei antenati.

Quante sono le isole del Garda?

Vi fa di fare il giro delle isole del lago di Garda?
Lo so, lo so, come offerta non è allettante come un giro delle isole alle Maldive ma è tutto ciò che noi poracci possiamo offrirvi.
Di alcune vi abbiamo già parlato, altre le sentirete oggi per la prima volta.

Salite a bordo, si parte!

LE ISOLE DEL LAGO DI GARDA

Partiamo dalle basi: quante sono le isole del lago di Garda? Sono 5, sebbene un paio siano poco più di un isolotto. Non sono grandi, non sono abitate (tranne una e poi scopriremo quale), ma ognuna ha la sua storia che la caratterizza e differenzia dalle altre. Abbiamo l’isola elegante, quella vivace, quella esplosiva, quella delle fiabe e quella brulla. Curiosi di scoprirle una per una?

ISOLA DEL GARDA

E partiamo subito con l’isola più elegante del lago, nonché la più grande. L’isola del Garda si trova sulla sponda bresciana del lago di Garda, quasi di fronte alla cittadina di Salò.
Il luogo era noto sin dai tempi dei romani e Federico Barbarossa la chiamò “isola di Svevia”.
Ma su quest’isola fu San Francesco a costruire il primo insediamento, affascinato dal luogo di pace immerso nella natura. Per questo una volta l’isola era chiamata anche “isola dei frati”.
In seguito Napoleone si impadronì dell’isola scacciando i francescani ma non fece in tempo a convertirla in base militare, arsenale o qualunque fossero i suoi piani bellici. Nell’Ottocento infatti l’isola fu acquisita da una ricca famiglia che iniziò la costruzione di una splendida villa che sostituì il sobrio convento francescano. Tutt’oggi la villa è abitata (mica da poracci!) anche se è visitabile e addirittura può essere utilizzata come location per matrimoni ed eventi.

ISOLA DI SAN BIAGIO

Spostiamoci ora verso l’isola più simpatica e vivace: l’isola di San Biagio. Anche questa si trova sulla sponda bresciana del lago di Garda ma è situata di fronte alla rocca di Manerba.
È conosciuta anche come “isola dei conigli” per la presenza di simpatici coniglietti che saltellano (attenzione però: escono verso sera, non durante il giorno), anche se negli ultimi tempi nessuno è riuscito ad avvistarli. Cos’è successo ai conigli dell’Isola di San Biagio? Non siamo riusciti a scoprirlo, se qualcuno sa qualcosa ci scriva!
L’isola è raggiungibile a piedi con la bassa marea ma se siete pigri potete prendere anche un taxi boat per la modica cifra di 2,50€ (5€ se fate andata e ritorno). Accedere all’isola ha un costo di 5€, ma se soggiornate al camping San Biagio per voi è gratis.
Nel camping trovate una villa seicentesca, i suoi abitanti utilizzavano quest’isola del lago di Garda come riserva di caccia.
Sull’isola di San Biagio potete fermarvi per una giornata di completo relax sul lago, sorseggiando un drink al bar e aguzzando la vista per scovare i conigli!

ISOLA DEL SOGNO

Questa è l’isola delle fiabe, già a partire dal nome. Si chiama così perché è esattamente davanti alla val di Sogno, tra Brenzone e Malcesine. Quest’isola del lago di Garda è piccola e facilmente raggiungibile anche a piedi data la sua vicinanza alla riva.
Potete scoprirla nuotandoci attorno o immergendovi alla scoperta di un relitto affondato nel 1987.

ISOLA DELL’ULIVO

E ora andiamo sull’isola più brulla. Si trova subito dopo l’isola del Sogno, sono vicine ma separate da un piccolo promontorio.
Qui potrete attraccare con la vostra barca (o nuotare dalla riva se siete ben allenati) e mettervi sull’isolotto a prendere il sole. Se siete invece attrezzati con bombole e amate le immersioni, in questa zona si apre una grotta sotterranea che scende fino a 30metri, il luogo ideale per conoscere la fauna tipica lacustre.
Di fronte all’isola dell’Ulivo inizia la passeggiata sul lungolago verso Malcesine. In questo periodo dove si consigliano le passeggiate fuori dalle città e dai centri storici questo è il miglior lungolago che possiamo suggerirvi, essendo uno dei meno affollati che abbiamo incontrato. Parcheggiate in Val di Sogno e seguite il lungolago fino a Malcesine.
Non solo farete una passeggiata in una delle zone più belle del lago di Garda in piena sicurezza (quando siamo andati noi, in una domenica di sole, non c’era quasi nessuno), ma potrete ammirare Malcesine da lontano, bella come una cartolina.

ISOLA DEL TRIMELONE

Concludiamo con l’ultima isola del lago di Garda, quella con una storia esplosiva! Stiamo parlando dell’isola del Trimelone, di fronte ad Assenza di Brenzone.
Qui già durante la Prima Guerra Mondiale correva il confine tra Regno d’Italia e Impero Austro-ungarico e proprio da qui gli italiani bombardarono Riva del Garda, all’epoca avamposto austriaco.
In seguito l’isola divenne zona di stoccaggio di materiale bellico e fu utilizzata come arsenale anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui Mussolini, di base a Salò, venne a concedere l’ultima intervista prima della fine della guerra e di piazzale Loreto.
Alla fine della guerra venne abbandonata a se stessa e gran parte dell’attrezzatura militare venne gettata in acqua.
Nel 1954 ci fu una violenta esplosione che distrusse una parte dell’isola e accese i riflettori su quest’isola del lago di Garda: era necessaria un’opera di bonifica
L’isola fu bonificata solo nel 2006 ma ancora oggi è inaccessibile: non potete attraccare né visitare l’isola per pericolo di bombe inesplose.
Che ne sarà del suo futuro? Una volta che l’isola sarà completamente sistemata e messa in sicurezza le ipotesi sono 2: un museo sulla Grande Guerra o un’area di tutela faunistica.

Finisce così, con una panoramica sulle 5 isole del lago di Garda il nostro tour del lago a piedi.
Ma restate sintonizzati perché ci saranno altre novità su questo tour e nuovi contenuti.

Quale tra queste isole vi incuriosisce di più?

L’ISOLA PREFERITA DI LEI E DI LUI (PER UNA VOLTA SIAMO D’ACCORDO SU QUALCOSA, MIRACOLO!)

L’isola del Trimelone, per la sua storia particolare, per il fatto di essere inaccessibile e per la sua diversità rispetto alle altre isole.

 

Una gita al parco delle cascate di Molina

Poco fuori Verona, tra la Valpolicella e la Lessinia, troviamo il parco delle cascate di Molina.
Ideale per una gita domenicale, per grandi e piccini, per una lunga camminata o una breve incursione nella natura.

IL PARCO DELLE CASCATE DI MOLINA

Il parco è situato in una gola ricca di vegetazione e, come dice il nome, di cascate. È una zona particolarmente ricca di torrenti e ruscelli che scorrendo hanno plasmato le rocce nel corso dei millenni.
Questa area era già nota e abitata fino dalla preistoria, quando l’uomo viveva nelle caverne e per vivere necessitava di ripari naturali, cibo, acqua, pietre con cui armarsi.
E a Molina c’era tutto ciò di cui i nostri antenati avavano bisogno. Nel parco delle cascate di Molina è anche possibile visitare una grotta preistorica (ovviamente ricreata in anni recenti). Vediamo così che i nostri bis bis bis bis ecc nonni dormivano su giacigli di fieno e coperti da pellicce, cacciavano con le selci e usavano il fuoco sia per scaldarsi che per cucinare.

COSA VEDERE

All’interno del parco potete, ovviamente, vedere numerose cascate, gole, torrenti e tanto tanto verde. Attenzione però: non è possibile rinfrescarsi nei torrenti nè entrare in acqua. Qui l’ecosistema è molto fragile, i piccoli anfibi e pesci che si vedono nuotare sotto il filo dell’acqua non devono in nessun modo essere danneggiati dalla presenza umana.
Le cascate che potete ammirare hanno una storia millenaria e nel corso del tempo hanno plasmato le rocce dando loro le forme particolari che si possono vedere oggi.
Non dimenticate però di osservare la natura che vi circonda, resterete sorpresi nello scoprire la varietà della flora in questo piccolo angolo di paradiso!

COSA FARE

Il parco è diviso in 3 sentieri ad anello, molto ben segnalati. Il percorso facile dura mezz’ora ed è lungo 1,2k, il percorso medio dura 1 ora ed è lungo 2,3km, il percorso lungo dura 2 ore ed è lungo 3,6km. Il dislivello non è assolutamente impegnativo e il percorso è divertente e istruttivo anche per i bambini!
Nei pressi della cascata Nera potete provare l’ebrezza di salire su un’altalena e farvi lanciare dritti dritti verso la cascata, tenetevi forte!
Oltre a camminare potete provare anche ad arrampicarvi su una piccola parete e per finire sorseggiare una bibita fresca presso il piccolo bar.

IL PAESE DI MOLINA

Molina è così chiamato perchè sorge in una valle detta valle dei Mulini. Ovviamente la presenza di una rete idrica così estesa ha favorito lo sviluppo di questa attività e visitare Molina è come fare un salto nel passato. Spostandosi tra i suoi stretti vicoli e le case con i tetti tipici in marmo della Lessinia, sembra di tuffarsi direttamente nel Medioevo.
A Molina però non mancano i prodotti tipici: vino, birre artigianali, miele, formaggi, affettati e prodotti della montagna.

Per noi questo è il posto ideale per una gita la domenica: esplorazione del parco delle cascate e immersione nella natura, pranzo al sacco in riva a un ruscello, scoperta di un piccolo borgo e per concludere aperitivo con prodotti locali. Cosa si può desiderare di più da una domenica di fine estate?

Vuoi avere altre informazioni sul parco delle cascate di Molina? Dai un’occhiata al sito qui.

L’ultima tappa – da Desenzano a Peschiera

Eccoci qui al racconto dell’ultima tappa del nostro giro del lago di Garda a piedi.
Una tappa completamente pianeggiante, quasi del tutto sul lungolago e ricca di atmosfere suggestive.
Quante volte abbiamo pensato “non ce la faremo…” e invece, quasi sul gong di un nuovo semi-lockdown siamo riusciti a concludere il nostro giro.
Vi raccontiamo l’ultima tappa del nostro #poracciingardatour dandovi però un arrivederci a presto con altre curiosità e informazioni utili (e nuovi post su altri luoghi!)

Tappa n.11: Desenzano-Peschiera del Garda
Km: 23.5
Difficoltà: molto facile

 

SIRMIONE E IL SUO CASTELLO

Avete presente la penisola a sud del lago di Garda? Proprio quella che si getta nel lago con un gran castello all’ingresso.
Quella è Sirmione e nel corso dei secoli fu usata da romani, longobardi, scaligeri, veneziani, francesi e austriaci come avamposto di vedetta.
Da qui infatti si possono controllare con estrema facilità sia la sponda veronese che quella bresciana del lago di Garda.
Sirmione deve il suo nome alla parola greca Syrma, strascico, infatti si protende nel lago come uno strascico.
Il suo simbolo è indubbiamente il castello scaligero e, se si vuole visistare il paese, è inevitabile incontrarlo in quanto è necessario attraversarlo per entrare tra i vicoli pittoreschi di Sirmione. E anche noi durante la nostra ultima tappa siamo passati da questo meraviglioso castello.
Oltre al castello, Sirmione è famosa per altre due cose: le terme e le grotte di Catullo.

LE TERME DI SIRMIONE E LE GROTTE DI CATULLO

Le terme di Sirmione sono state scoperte solo poco più di un secolo fa. Pensate che fin dal Rinascimento si ipotizzava che ci fosse una sorgente di acqua termale, ma solo nel 1889 un palombaro di nome Procopio riuscì a individuarla.
Da lì in poi Sirmione divenne un rinomato ed elegante centro termale, dove ancora oggi potete rilassarvi e godervi qualche ora di relax vista lago (ok, DPCM a parte…)
Proseguendo fino all’estremità della penisola si incontrano le grotte di Catullo.
Si tratta dei resti di una villa romana che pare fosse stata residenza del poeta latino Catullo. I resti della villa furono definiti “grotte di Catullo” perchè, al momento della loro scoperta in epoca rinascimentale, erano solo rovine ricoperte da rovi. Non si sa se quella fu veramente la dimora di Catullo o se vivesse in un altro luogo a Sirmione, certo è che per un periodo fu stabile in questa zona del lago, dedicando proprio al paese di Sirmione parole innamorate (e non amo et odi, qui solo amo!):

Perla delle penisole e delle isole,
o Sirmione, di tutte quelle che Nettuno sostiene,
nel mezzo di laghi cristallini e mare aperto,
entrambi, con quale entusiasmo,
con quale impazienza e felicità ti incontro nuovamente!
Quasi non credevo a me stesso, spostandomi
dai campi della Tinia e della Bitinia,
e rivedendoti, infine, senza alcun timore.
Oh cosa rende più beati,
che trovarsi spogli dalle preoccupazioni, quando l’anima
mette da parte il peso stanco del viaggio,
e ritorna a casa propria, e riposa
nel letto, tanto desiderato?
È questa, dopo immense fatiche, l’unica nostra ricompensa.
Salve, Sirmione bel mondo, tu felice
per il tuo padrone, e voi pure,
onde del lago lidio; si rida in casa,
qualsiasi cosa ci sia per cui ridere.

 

PUNTA GRO E IL FOLIAGE

Dopo aver lasciato Sirmione si prosegue con la nostra ultima tappa! Si segue per un tratto sul lungolago, presso Le Colombare. Qui i colori del foliage si fanno più intensi: giallo, rosso, ambra, arancio, marrone, ocra, oro, mattone. E’ una passeggiata rilassante e perfetta per ricaricare le pile immersi nella natura.
Poi inevitabilmente si deve percorrere la ciclabile lungo la statale, fino a ricongiungersi al lungolago nei pressi di punta Gro.
Qui eravamo stati altre volte in estate, siamo restati stupiti nel vedere come il luogo sia completamente diverso con i colori autunnali.
Questi prati sul lungolago sono affollatissimi in estate, quando gli abitanti di Verona e i turisti si rifugiano qui in cerca di frescura, servizi e spiagge attrezzate, sebbene le acque del lago in questa zona non siano le migliori…

PESCHIERA DEL GARDA

Vi ricordate che di Peschiera del Garda vi avevamo già parlato nella prima tappa? Vi riportiamo qui anche nell’ultima tappa perchè è stato il nostro punto di partenza e *rullo di tamburi* anche di arrivo!
Ricordate che fu citata da Dante? Che da qui esce l’emissario del lago di Garda? Che fu una delle fortezze del Quadrilatero?
Se non lo ricordate vi suggeriamo di tornare a leggere la nostra prima tappa qui.
Quando pensavamo che tutto sarebbe stato facile, le montagne non ci sembravano così alte e il numero dei km era offuscato dall’entusiamo.
195km dopo possiamo dire: ce l’abbiamo fatta!

COSA HA IMPARATO LEI DAL GIRO DEL LAGO DI GARDA A PIEDI

A superare la stanchezza, ad affrontare 1km alla volta, a scoprire tradizioni e segni di un passato che si riflette nel presente, a non aver paura nei boschi, ad accettare che della montagna a volte bisogna aver timore, a cantare per scacciare la paura.

COSA HA IMPARATO LUI DAL GIRO DEL LAGO DI GARDA A PIEDI

A non fidarsi sempre e solo del GPS, a cogliere la bellezza di un fiore che spunta tra le rocce, ad affrontare le salite perchè poi c’è sempre la discesa, che ci sono più sentieri di quanti riusciremo a farne nella nostra vita.

Fino a Desenzano attraverso la Rocca di Manerba

Pronti per un’altra entusiasmante tappa dei #poracciingardatour ?
In realtà dovete sapere che questa tappa non è stata poi così entusiasmante: abbiamo spesso costeggiato la statale e i panorami non sono stati entusiasmanti come in altre zone. Con una sola eccezione: la Rocca di Manerba.

Tappa n.10: Salò-Desenzano
Km: 26.5
Difficoltà: facile

LA ROCCA DI MANERBA

Da Salò si esce dal paese e ci incammina lungo la pista ciclabile che costeggia la statale, fino al punto in cui ci si addentra nei campi e l’atmosfera si fa decisamente più bucolica e rilassante. Attraverso vigneti e uliveti, le coltivazioni principali del basso Garda, si possono ammirare paesini in lontananza e camminare in mezzo alla natura. Si arriva così alle pendici della Rocca di Manerba.
La Rocca di Manerba era popolata fin dalla preistoria, ma nei secoli è sempre stata utilizzata con funzioni difensive e di avvistamento da parte di Etruschi, Romani, Longobardi… Anche oggi sono visibili i resti delle fortificazioni. La Rocca di Manerba fu però anche covo di banditi e fuorilegge, per questo motivo i Veneziani la distrussero nel 1574 e da allora restò disabitata.
La salita per la Rocca è molto semplice, mentre è più ripida la discesa fino a Punta Sasso, un altopiano da cui godere un panorama mozzafiato sul lago di Garda.

L’ISOLA DI SAN BIAGIO

Da Punta Sasso e dalla Rocca di Manerba si vedono molto bene due isole del lago di Garda.
La prima è l’isola di San Biagio, popolata fino a poco tempo fa solo da coniglietti, infatti è chiamata anche “Isola dei conigli”. Non si sa che fine abbiano fatto, forse qualcuno li ha fatti con la polenta?! Se avete una risposta aiutateci!
L’isola è oggi visitabile da maggio a settembre e per accedervi si paga un ticket di 5€ (mentre l’entrata è omaggio per i clienti del camping San Biagio). La particolarità dell’Isola di San Biagio è di essere raggiungibile a piedi dalla terraferma! Se invece preferite c’è un taxi boat che per 2.50€ vi porta sull’isola (per altri 2.50 vi riporta indietro).
Una volta quest’isola ai piedi della Rocca di Manerba era la riserva di caccia per i residenti nella villa del Seicento situata al centro del campeggio, ora è oasi di pace e relax estivo.

L’ISOLA DEL GARDA

Sempre in questa zona, seppur meno visibile dalla Rocca di Manerba, è l’Isola del Garda, probabilmente la più famosa delle isole del lago di Garda.
Quest’isola ebbe diversi nomi nel corso del tempo. Ai tempi di Federico Barbarossa era chiamata Isola di Svevia.
Fu chiamata Isola dei Frati perché qui San Francesco si fermò e, incantato dalla natura e dalla calma del luogo, fece costruire un monastero francescano.
Dopo anni di prosperità con i frati, Napoleone decise di chiudere il monastero ma non riuscì a trasformare l’isola in un luogo militare.
Nell’Ottocento iniziarono i lavori per la costruzione dell’imponente villa che si vede ancora oggi. La villa è di proprietà privata ma è visitabile e può anche essere una pittoresca location per matrimoni.

DESENZANO

Scendendo dalla Rocca di Manerba si prosegue per un breve tratto nella natura ma, dal porto di Dusano in poi, si cammina sempre sul lungolago asfaltato.
Desenzano è il paese più popoloso del lago di Garda nonché ombelico del mondo della nightlife e dello shopping! E’ il paese fashion del lago di Garda.
Purtroppo eravamo così distrutti da tutti quei km a piedi che non l’abbiamo visitato come merita, anche perché, purtroppo, le giornate iniziano ad accorciarsi…
Ci sono due teorie sull’origine del nome di Desenzano: la prima è che derivi dal nome di Decentius un ricco romano che governava la zona, la seconda è che debba il suo nome al fatto di essere in leggera discesa verso le rive del lago di Garda.
In epoche passate Desenzano era il luogo più importante della Lombardia per lo scambio del grano e smerciava anche prodotti provenienti dal nord del lago e dalle campagne circostanti: limoni, olive, uva, pesce.
Attorno al suo porticciolo ancora oggi si vedono edifici che in passato sono stati adibiti a magazzini.
Anche i Veneziani ne fecero un avamposto mercantile e militare, mentre il castello che sovrasta il paese non ha mai abbandonato la sua funzione militare. Si sono avvicendate diverse dominazioni, ma tutti lo utilizzarono come base militare, mai come residenza.

Speriamo che questo racconto vi sia piaciuto e ci vediamo prossimamente con il racconto dell’ultima ultimissima tappa dei #poracciingardatour !

IL CONSIGLIO DI LEI

Le calze sono importanti. Soprattutto per il trekking: scegliete sempre un modello rinforzato nei punti principali e, ancora meglio, investite qualche soldino in calze antivesciche.

IL CONSIGLIO DI LUI

Per camminate così lunghe e quasi sempre su percorsi asfaltati procuratevi delle solette in gel, quelle più morbide che trovate!

Storie di viaggi alla Biblioteca Capitolare di Verona

Come promesso oggi vi portiamo alla Biblioteca Capitolare di Verona.
Si tratta della biblioteca ancora funzionante più antica al mondo.
A quando risale? Che mostra abbiamo visto? Cosa abbiamo imparato? Scopritelo qui, buona lettura!

LA BIBLIOTECA

La biblioteca si trovava probabilmente di fronte all’edificio in cui è situata ora e fu costruita in concomitanza con la prima basilica cristiana di Verona nel IV sec.
Oggi è situata di fianco al duomo di Verona, ma questo fu costruito solo quattro secoli più tardi, prima la cattedrale era la piccola chiesa di S.Elena.
La biblioteca Capitolare di Verona era uno scriptorium funzionante già prima del 517d.C, anno in cui un amanuense dal nome Ursicino ci racconta di lavorare in questo luogo.
Perché si chiama così? Perché era gestita dai monaci appartenenti al Capitolo.
Attualmente si trovano oltre 100.000 volumi di cui 12.000 sono manoscritti e 300 incunaboli, ossia i primi testi stampati.

COME LAVORAVANO GLI AMANUENSI

Immaginate delle stanze con lunghi tavoloni in legno massiccio. Immaginate un’atmosfera in pieno stile “Il nome della rosa”. Immaginatevi il rumore di una piuma che graffia la carta. Benvenuti nel magico mondo degli amanuensi della Biblioteca Capitolare!
Scrivevano tutto molto abbreviato, immaginatevi infatti la fatica di scrivere interi tomi a mano. L’abbreviazione era segnalata con un trattino sulle sillabe.
Gli amanuensi utilizzavano come inchiostro la noce di galla. Come mai una noce? Perché queste noci venivano utilizzate da alcuni insetti per deporvi le uova, quindi non erano buone da mangiare. Venivano quindi tritate e, con il tannino in esse contenuto, veniva prodotto l’inchiostro.
La pergamena invece era ricavata da pelli di animali, fino a quando nel Basso Medioevo non venne importata la carta dalla Cina, attraverso gli arabi.
La pergamena pare chiamarsi così perché originaria della città di Pergamo, in Turchia. Qui, nei periodi di carenza di papiro (originario dell’Egitto), veniva usata la pelle di animali conciata e levigata.

LA BIBLIOTECA NELL’ULTIMO SECOLO

Il 4 gennaio 1945 la biblioteca è stata completamente distrutta da un bombardamento americano. I libri per fortuna erano stati messi in salvo qualche anno prima: una parte venne nascosta nel duomo adiacente alla Biblioteca Capitolare, mentre altri libri vennero nascosti nella parrocchia di Erbezzo, in Lessinia. Furono nascosti i libri più preziosi, quelli più antichi, tra cui il famoso Indovinello Veronese. Si tratta del primo testo scritto in volgare italiano di cui ci sia arrivata testimonianza.
Alcuni libri a brandelli è possibile vederli esposti nell’attuale biblioteca, ricostruita nel 1948.

PELLEGRINI COME TRAVEL BLOGGER

Attualmente si può visitare la mostra “Storie di viaggi”, che offre un’interessante spunto sulla storia della letteratura di viaggio e della cartografia.
I primi viaggiatori erano pellegrini e il pellegrinaggio ha radici molto antiche, pensate che andavano in pellegrinaggio anche gli antichi greci.
Accomuna trasversalmente le religioni (per gli islamici il pellegrinaggio a La Mecca è uno dei pilastri), ma inizialmente non era ben visto dalla chiesa cattolica. I padri della Chiesa pensavano infatti che il vero pellegrinaggio dovesse essere spirituale.
Nonostante questo i pellegrini iniziarono a spostarsi già nei primi secoli dopo Cristo, prima a Roma e successivamente in Terra Santa.
Va da sé che non era facile come oggi e gli itinerari duravano anche anni, quindi spesso i pellegrini facevano testamento prima di partire e, in un’ottica di mutuo aiuto, scrissero le prime guide turistiche.

LE PRIME GUIDE TURISTICHE

La prima guida turistica di cui abbiamo traccia è un libro del 333d.C. chiamato “Itinerarium Burdigalense” e racconta le tappe da Bordeaux a Gerusalemme.
Indica per ogni tappa da dove parte, dove arriva e le miglia. Inoltre, visto che si viaggiava a cavallo, l’autore anonimo indica dove si possono scambiare i cavalli (“mutatio”), dove si trova un ostello (“mansio”) e le città (“civitat”).
Pensate che questa piccola guida era già in formato tascabile! E l’abbiamo potuta vedere con i nostri occhi alla Biblioteca Capitolare!
Addirittura Dante Alighieri nel “Vita Nuova” parla dei pellegrini. Per lui i pellegrini doc sono quelli che vanno a Santiago de Compostela e portano al ritorno una conchiglia. Chiama invece romei quelli che si recano a Roma e portano la medaglietta di S.Pietro e Paolo, mentre chi va a Gerusalemme sono i palmieri, che portano a casa un ramoscello di palma.
Alla Biblioteca Capitolare potrete vedere numerose altre guide turistiche del Cinquecento, addirittura con le immagini stampate grazie alla tecnica della xilografia. Consisteva nell’incidere in rilievo l’immagine che si voleva rappresentare. L’incisione veniva immersa nell’inchiostro e poi stampata sul foglio.

LA SCOPERTA DELL’ORIENTE E DELL’AMERICA

Col tempo i pellegrini iniziano a recarsi a Gerusalemme anche in nave, per velocizzare il tragitto. In questo periodo inizia a viaggiare anche Marco Polo, il noto mercante veneziano che scrisse il Milione.
Perché si chiama proprio così? Perché Emilione era il soprannome della famiglia Polo.
Un paio di secoli dopo un certo Cristoforo Colombo si ispirò a “Il Milione” per partire alla ricerca delle Indie. Fernando Colombo, il secondogenito di Cristoforo, scrisse le memorie di suo padre quando lo accompagnò durante il 4° viaggio nelle Americhe, anche se non si chiamavano ancora Americhe. Alla Biblioteca Capitolare di Verona si può vederne la prima edizione.
Ma sapete perché l’America si chiama America? Perché Amerigo Vespucci fu il primo a capire che si trattava di un nuovo continente, da Amerigo ad America il passo è stato molto breve!

LA CARTOGRAFIA

E poi si è parlato di cartografia e matematica, le cose che piacciono a Daniele!
Pensate che già gli antichi greci studiavano l’astronomia per poter disegnare mappe geografiche, ma il vero sviluppo lo ebbero nel Cinquecento.
Una volta erano orientate verso Oriente, non verso il Nord come è uso comune ai giorni d’oggi. Sapete che il verbo “orientare” deriva proprio dal fatto che le cartine geografiche avevano l’Oriente in alto? Chissà, magari se fossero state orientate verso il nord oggi potremmo avere il verbo settentrionare.

INFORMAZIONI PRATICHE

La mostra è visitabile solo tramite visita guidata. Si assiste a una presentazione di circa un’ora e poi si può avvicinarsi alle teche per vedere i testi.
Si può prenotare telefonicamente o per email, il costo è di 10€ a persona.
Per maggiori informazioni visitate il sito della Biblioteca Capitolare di Verona.

COSA È PIACIUTO A LEI

Un mappamondo risalente al 1728, donato da un ricco viaggiatore veronese alla Biblioteca Capitolare. Al posto dell’Australia sono disegnati i volti dei principali esploratori: Magellano, Vespucci, Colombo, Drake…

COSA È PIACIUTO A LUI

Il primo atlante, disegnato dal fiammingo Abramo Ortelio nel 1570. Fu chiamato “Teatro del mondo”.